Education at a glance 2026, Italy: il difficile dialogo tra formazione e mercato del lavoro

Interventi ADAPT, Mercato del lavoro

| di Michele Corti

Il rapporto OCSE "Education at a Glance 2026" evidenzia le criticità del sistema italiano: pochi laureati, bassi rendimenti salariali dell’istruzione, scarsa integrazione tra formazione professionale e terziaria e limitata partecipazione alla formazione continua. Nonostante la riduzione dei NEET, persistono difficoltà nella transizione scuola-lavoro e nella flessibilità organizzativa, che ostacolano la valorizzazione del capitale umano.

L’edizione 2026 di Education at a Glance, il rapporto statistico annuale dell’OCSE sui sistemi di istruzione, è stata da poco pubblicata. Al suo interno trovano spazio dati e analisi utili a rispondere ad alcune domande fondamentali quando si parla di formazione, educazione e mondo del lavoro: quanto sono istruiti gli adulti? Come avviene il passaggio dalla scuola al lavoro? Quali vantaggi occupazionali e retributivi derivano dai titoli di studio? Quanto si continua ad apprendere in età adulta e, in questa edizione nello specifico, come l’istruzione si riflette sulla qualità del lavoro e sull’equilibrio tra vita e lavoro?  Nel complesso, leggere i dati avendo l’opportunità di confrontare il caso italiano con le altre principali economie avanzate restituisce l’immagine poco rassicurante di un Paese in cui l’investimento in istruzione cresce lentamente, rende dal punto di vista salariale relativamente poco e si interrompe in larga misura con la fine della formazione iniziale.

Un primo tema su cui vale la pena soffermarsi è la progressiva espansione dell’struzione che ha caratterizzato tutti i paesi oggetto dell’indagine. Tra i 25-34enni la quota senza diploma è scesa in dieci anni dal 17% al 12%, mentre quella dei laureati è salita dal 42% al 49%, con un vantaggio femminile ormai stabile di circa 13 punti. A livello italiano però, pur confermandosi l’importante divario di genere (13 pp.), nella fascia dei 25-64enni i laureati sono solamente il 22%, circa la metà della media (43%). Un divario importante e destinato a rimane tale anche in futuro viste le proporzioni, ma che colpisce ancora di più se letto in base ai percorsi ed alle traiettorie formative degli studenti: per il 36% dei 25-34enni italiani l’istruzione professionale secondaria è il punto di arrivo del percorso formativo (21% in media OCSE), mentre la formazione terziaria professionalizzante a ciclo breve, che negli altri sistemi rappresenta il principale canale di prosecuzione per chi proviene dalla VET, è di fatto assente nelle statistiche sui titoli posseduti (0% contro 6%). Una parte, sebbene non tutto, del divario esistente rispetto alla quota di popolazione di area OCSE in possesso di un titolo terziario si spiega anche così, attraverso la catena interrotta che dovrebbe unire la formazione professionale secondaria (statale o IeFP) e il segmento terziario professionalizzante. Nei dati, la crescita degli ITS Academy, pur documentata dai rapporti INDIRE e ben nota a chi segue da vicino le dinamiche di questo settore specifico, rimane marginale e soprattutto non è ancora visibile se rapportata all’intera popolazione.

Una transizione che resta lenta e segmentata

Un altro elemento su cui il rapporto si sofferma è la transizione dalla scuola al mondo del lavoro. Sotto questo punto di vista il quadro italiano è, almeno per alcuni aspetti specifici, meno negativo: tra il 2015 e il 2025 i NEET tra i 18 e i 24 anni sono scesi dal 30% al 16%, una delle riduzioni più forti dell’area OCSE insieme a quelle di Croazia e Irlanda, che porta il Paese vicino alla media (14%). Accanto a questo dato, migliorato grazie sia a fattori congiunturali che al discreto successo di alcune misure specifiche (vengono citati, dal rapporto, ad esempio il Programma GOL e Agenda Sud) permangono diverse criticità strutturali. Ad esempio, solo il 3% dei 18-24enni combina studio e lavoro, contro il 18% della media OCSE: un dato che chiama in causa, tra le altre cose, anche il ruolo residuale dell’apprendistato formativo e dei percorsi duali, marginalità segnalata di recente anche da Matteo Colombo sul Bollettino Adapt commentando l’ultimo rapporto Inapp in merito.

Sotto il profilo dei rendimenti retributivi dell’istruzione, il rapporto segnala come in media a livello OCSE i laureati guadagnano il 54% in più dei diplomati, con un vantaggio che va dal 18% del terziario a ciclo breve all’80% di magistrale e dottorato. In Italia però, il premio associato alla laurea è del 35% nell’insieme dei 25-64enni e appena del 20% tra i 25-34enni. La debolezza è massima per la laurea triennale, che nella popolazione adulta vale appena il 4% in più del diploma (39% in media OCSE), mentre la laurea magistrale garantisce un premio del 44%, comunque lontano dalla media. Due sono letture che possono emergere da questi dati, entrambe a loro modo preoccupanti per un sistema paese: la prima riflette su di una struttura produttiva centrata su piccole imprese e settori a medio-bassa intensità di conoscenza che tende ad assorbire e remunerare poco il capitale umano più elevato. La seconda riguarda invece la struttura del sistema formativo terziario: a oltre venticinque anni dall’introduzione del sistema 3+2 (Riforma Berlinguer, Decreto ministeriale n. 509), dal punto di vista della riconoscibilità nel mercato del lavoro la laurea di primo livello resta marginale. A queste se ne aggiunge una terza, legata alla composizione dei laureati per area disciplinare. Se si approfondisce però questa disparità, guardando all’edizione 2025 di Education at a Glance, emerge anche che in Italia il 36% dei laureati triennali e il 29% dei magistrali proviene dall’area delle discipline umanistiche, artistiche, delle scienze sociali e dell’informazione, contro il 22% e il 18% della media OCSE, mentre la quota di laureati STEM è sostanzialmente in linea con la media. Si tratta di un aggregato ampio, che comprende anche psicologia, scienze politiche e parte delle lauree economiche, ma la differenza è netta. A riguardo, i dati AlmaLaurea, letti in modo complementare, fotografano una forte disparità salariale in base all’ambito, con i laureati magistrali in ingegneria e informatica che a un anno dal titolo guadagnano circa 1.780 euro netti mensili, contro circa 1.200 di quelli dei gruppi letterario-umanistico, psicologico, giuridico e artistico. Il basso premio medio riflette quindi anche un’allocazione disfunzionale dei laureati tra le aree disciplinari rispetto alla domanda di competenze, senza tuttavia esaurirne la spiegazione: secondo AlmaLaurea, i laureati magistrali che lavorano all’estero guadagnano, a un anno dal titolo, circa il 58% in più di chi lavora in Italia. La conseguenza di questi dati è il paradosso italiano di un Paese che forma pochi laureati, soprattutto in materie STEM, e ciò nonostante li paga poco: un circolo vizioso che incide inevitabilmente sul mercato del lavoro e sulla qualità della vita dei giovani italiani e che alimenta fenomeni deleteri per il sistema Paese come l’emigrazione degli stessi.

Formazione continua e qualità del lavoro

Vale la pena infine soffermarsi su altri due punti toccati dal rapporto: la quota di adulti che partecipa ad attività di formazione formale o non formale e l’equilibrio tra vita e lavoro. In generale, la quota di adulti che partecipa a formazione non formale in Italia è pari al 34% degli occupati tra i 25 e i 44 anni e il 32% di quelli tra i 45 e i 64 anni, contro il 52% e il 45% della media OCSE. Un divario certamente importante, da leggere interrogandosi sull’efficacia degli strumenti ad oggi previsti per questa finalità, per natura poco efficaci nel raggiungere chi è al di fuori del mercato del lavoro (fondi interprofessionali o FNC) o svolge mansioni scarsamente qualificate. Sotto il profilo dell’equilibrio tra vita e lavoro emerge infine la scarsa flessibilità organizzativa generale del sistema produttivo. Secondo il rapporto, in Italia tra gli adulti con competenze numeriche basse solo il 15% dichiara un’elevata flessibilità d’orario, il valore più basso tra i Paesi considerati, e anche tra i laureati la quota si ferma al 23%, contro il 41% della media; il lavoro da casa riguarda il 28% dei laureati, un valore che diminuisce con il titolo di studio.

Una sintesi

Volendo fare una sintesi, il sistema italiano dal punto di vista della formazione e dell’istruzione fatica a intaccare un equilibrio complessivo che tende ad autoriprodursi. L’Italia forma pochi laureati e li remunera poco; la VET secondaria funziona, con un discreto successo spesso, come canale di ingresso nel lavoro ma raramente come porta verso il terziario e  proprio su questo tema bisognerà riflettere in futuro sull’efficacia o meno della Filiera 4+2, ora in fase di decollo; il passaggio dalla scuola al lavoro resta sequenziale e scarsamente integrato; la formazione continua raggiunge soprattutto chi è già occupato e più istruito; l’organizzazione del lavoro offre poca autonomia.

Ciascun elemento rafforza gli altri: bassi rendimenti scoraggiano l’investimento in istruzione, la scarsità di competenze elevate frena l’innovazione organizzativa, la scarsa formazione in età adulta impedisce di correggere a posteriori le carenze della formazione iniziale. I miglioramenti registratisi nell’ultimo decennio, su tutti la riduzione dei NEET e della disoccupazione giovanile (che tra i giovani laureati ad esempio è analoga alla media OCSE) sembrano essere legati, come per quanto riguarda i dati sul mercato del lavoro in generale, più alla congiuntura favorevole del mercato del lavoro e alla dinamica demografica, che riduce la pressione delle coorti in ingresso, che a un cambiamento strutturale. L’Italia, pur registrando alcuni miglioramenti marginali e spesso contenuti rispetto agli standard di riferimento, rimane fanalino di coda tra le economie avanzate in molti degli indicatori utilizzati nel rapporto.

Bollettino ADAPT 12 ottobre 2026, n. 36

Michele Corti

PhD Candidate ADAPT – Università di Siena

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