L’apprendistato in Italia: un declino inevitabile? Spunti a partire dall’ultimo rapporto INAPP-INPS
Interventi ADAPT, Mercato del lavoro
| di Matteo Colombo
Il nuovo rapporto INAPP-INPS sull’apprendistato mostra una crescita dei rapporti di lavoro, ma anche il persistente debole raccordo tra formazione e lavoro. La ridotta partecipazione alla formazione pubblica, le criticità nella preparazione dei tutor e la concentrazione del duale in alcuni percorsi e territori interrogano la qualità dell’istituto. Più che una nuova riforma, serve rafforzare il ruolo di parti sociali, Regioni, imprese e istituzioni formative nella costruzione dei percorsi.
A quasi due anni dal precedente rapporto, il nuovo monitoraggio INAPP–INPS sull’apprendistato restituisce un quadro fin troppo familiare. Nel 2023 il numero medio annuo di rapporti di lavoro cresce del 2,4%, raggiungendo 583.548 unità, ma le nuove assunzioni diminuiscono del 4,4%. Il professionalizzante rappresenta ancora il 97,5% del totale, mentre il duale rimane confinato in pochi percorsi e territori. L’apprendistato cresce nei numeri, ma fatica ancora a diventare ciò che dovrebbe essere: un sistema per costruire professionalità attraverso l’integrazione tra formazione e lavoro.
Anche la maggiore tenuta rispetto al tirocinio extracurriculare offre poche ragioni per festeggiare. Nel 2023 le attivazioni di tirocini extracurriculari sono state 281.376, in diminuzione di circa il 10% rispetto all’anno precedente, contro le 392.394 assunzioni in apprendistato, anch’esse in calo. Ma se Atene piange, Sparta comunque non ride: questa maggiore tenuta potrebbe riflettere solamente l’accresciuto potere contrattuale dei giovani, più propensi ad accettare un apprendistato, con le sue migliori tutele e retribuzioni, rispetto a un tirocinio. Il rischio, però, è che la scelta continui a giocarsi soprattutto sulle condizioni economiche, per i giovani, e sul minor costo del lavoro, per le imprese, lasciando sullo sfondo la qualità formativa del percorso e la possibilità di imparare un mestiere.
Le evidenze sulla dimensione formativa del professionalizzante danno consistenza a questa preoccupazione. Il rapporto non offre dati sulla formazione tecnico-professionale svolta in azienda. Quanto alla formazione pubblica di base e trasversale, nel 2023 vi hanno partecipato 125.251 apprendisti: il rapporto tra iscritti a questa componente formativa e numero medio di occupati è appena del 22%, poco più di uno su cinque. A questo si aggiunge il debole raccordo con la formazione aziendale: è paradossale che un percorso fondato sull’alternanza presenti componenti formative che procedono separatamente. E dopo appena tre mesi, anche escludendo i contratti di apprendistato stagionale, quasi due nuovi apprendisti professionalizzanti su dieci non risultano più occupati nella stessa azienda e con lo stesso contratto. Dubbi quindi emergono, riecheggiando timori già noti, sull’effettiva qualità formativa dell’istituto.
Qualche virgulto cresce nel duale. Nel 2023/2024 gli apprendisti nei percorsi IFTS raggiungono 974 iscritti, quasi quanti quelli impegnati nel conseguimento del diploma di scuola secondaria superiore, scesi a 1.093. Al primo posto rimangono invece stabilmente i percorsi regionali per la qualifica e il diploma professionale. Nel terzo livello gli ITS Academy crescono leggermente, e rappresentano oggi il percorso nel quale si concentra la maggior parte di apprendistati, mentre arretrano master, lauree e dottorati. I percorsi che hanno costruito relazioni stabili con le imprese mostrano così una maggiore capacità, o propensione ad utilizzare l’apprendistato. È un dato certamente positivo, ma non sufficiente: l’integrazione tra formazione e lavoro dovrebbe essere una possibilità anche per la scuola e l’università, non un’esperienza circoscritta ad alcuni segmenti del sistema educativo e ad alcuni territori.
Particolari criticità emergono se si considera chi dovrebbe accompagnare l’apprendimento sul lavoro, un elemento fondamentale per garantire la qualità formativa dei percorsi: i tutor aziendali. Nel 2023 l’offerta pubblica rileva soltanto 637 tutor aziendali formati, tutti in Sardegna e nella Provincia autonoma di Bolzano. Il dato non esaurisce le iniziative delle imprese e delle parti sociali, ma dice molto sull’attenzione pubblica dedicata a queste figure. Così facendo, non si mette a disposizione di imprese e territori un sostegno adeguato per chi quella formazione, spesso criticata, deve progettarla, monitorarla e spesso realizzarla.
Il rischio è che l’apprendistato professionalizzante resti un contratto tra gli altri, proposto soprattutto per abbattere il costo del lavoro e scarsamente riconoscibile come occasione per imparare un mestiere. Il suo futuro resterà allora legato all’arrivo di un contratto più conveniente per le imprese o più attrattivo per i giovani. La formazione si ridurrà — o si è già ridotta? — a un onere burocratico da sostenere, anziché alla ragione per scegliere l’apprendistato.
Una nuova riforma, da sola, non risolverà queste criticità (vedi M. Colombo, M. Tiraboschi, Verso una nuova riforma del contratto di apprendistato?, in Bollettino Adapt, 26 Maggio 2025). Anche l’interessante ipotesi di aprire il duale agli adulti richiede risorse e un adeguato presidio della qualità formativa dei percorsi. Occorre mettere gli operatori di prossimità nelle condizioni di costruire, nei territori, il dialogo tra formazione e lavoro: un dialogo che non cala dall’alto, ma germoglia da un terreno fecondo di relazioni. Serve quindi una governance multilivello, accompagnata da effettivi strumenti di supporto, che valorizzi il ruolo delle parti sociali, delle Regioni, degli enti accreditati, delle istituzioni scolastiche e formative, delle università e delle imprese. Il riconoscimento di questo ruolo deve tradursi nella disponibilità di risorse, competenze e servizi capaci di sostenerne il protagonismo sussidiario.
Centrale è, in questa partita, il ruolo che può giocare (e già gioca) la contrattazione collettiva, chiamata a investire maggiormente nell’aggiornamento dei profili, nella qualità e nelle modalità di realizzazione della formazione interna, nella preparazione dei tutor e nella valutazione delle competenze. Le parti sociali possono contribuire a costruire profili coerenti con i fabbisogni delle imprese, senza appiattirli sulle esigenze di un singolo contesto aziendale; possono sostenere il rinnovamento dei metodi formativi e costruire raccordi tra le qualificazioni acquisite in apprendistato, le competenze sviluppate e i sistemi di classificazione e inquadramento (in tema, vedi G. Impellizzieri, Contributo allo studio giuridico del sistema dell’apprendistato, ADAPT University Press, 2025). Le Regioni possono ripensare l’offerta formativa pubblica per l’apprendistato professionalizzante e il suo raccordo con la formazione aziendale, sostenere la preparazione dei tutor e prevedere servizi di accompagnamento per gli apprendisti. Nel duale, questi interventi possono inoltre favorire la progettazione condivisa dei percorsi, il coinvolgimento di nuove imprese e l’estensione delle esperienze a istituzioni formative e territori nei quali l’apprendistato è ancora poco presente.
L’apprendistato ha bisogno di tornare a essere scelto per il mestiere che permette di apprendere e per il progetto di crescita che rende possibile, concependolo non come un contratto tra gli altri ma come parte di un sistema utile alla costruzione sociale dei mestieri e delle professionalità. Il nuovo rapporto INAPP–INPS dovrebbe allora servire a riaprire una discussione sul senso dell’apprendistato. Senza un rinnovato protagonismo dei corpi intermedi e delle parti sociali, nella governance come nei singoli percorsi, il rischio è quello di concorrere, silenziosamente, a questo declino apparentemente inevitabile. E a lasciare inespressa la possibilità di costruire, insieme, i mestieri di cui giovani, imprese e territori hanno bisogno.
Bollettino ADAPT 5 ottobre 2026, n. 35
Presidente Fondazione ADAPT
ADAPT Senior Fellow
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