Whirpool-Indesit: una storia italiana

Se potessimo simulare il noto gioco della settimana enigmistica e congiungere con una linea i diversi stabilimenti del gruppo Whirlpool in Italia, da Varese fino a Napoli, ci troveremmo di fronte ad una linea spezzata che unisce idealmente l’intero stivale intorno agli effetti che la trasformazione industriale in atto sta producendo su uno dei settori più caratteristici dell’industria e della tradizione manifatturiera italiana, quello dell’elettrodomestico. La presentazione da parte di Whirlpool lo scorso giovedì 16 aprile 2015, presso il Ministero dello sviluppo economico, del piano d’integrazione industriale tra gli stabilimenti della multinazionale statunitense e quelli di Indesit a seguito dell’acquisizione del gruppo marchigiano avvenuta a luglio, ha aperto l’ennesimo fronte sul tavolo del Ministero di via Veneto.

 

Quella di Whirlpool-Indesit è emblematicamente una vicenda italiana che racconta la storia di una delle famiglie più conosciute dell’imprenditoria nostrana – la Merloni – e di un comparto – l’Eldom – fortemente legato al territorio e alle comunità in cui sono presenti i siti produttivi. È utile quindi, ricostruire la vicenda, riavvolgendo il nastro e partire dai dati ufficiali forniti dalla Direzione Generale del Ministero dello Sviluppo Economico in uno dei diversi tavoli di confronto tenutisi presso il dicastero di Via Veneto, che hanno offerto una fotografia di un settore che ha registrato una riduzione della produzione nazionale del 40% rispetto al 2007, pur rimanendo l’Italia primo produttore in Europa e terzo nel mondo.

 

Ciò che ha contraddistinto la crisi del comparto e ne sta condizionando e guidando la sua trasformazione riguarda la necessità di condurre le produzioni italiane nel campo della realizzazione di prodotti sempre più di design ed ecocompatibili, indirizzati allo sviluppo di una domotica evoluta. In questo senso, al fine di favorire la competitività del comparto, l’attenzione delle imprese è focalizzata sulla riduzione sia del costo del lavoro per unità di prodotto che di quello dell’energia.

 

Prima dell’acquisto da parte del gruppo Whirlpool delle quote di maggioranza di Indesit Company S.p.A., la storica azienda di Fabriano aveva già avviato un percorso di riassetto dei propri siti che aveva portato nell’ottobre del 2012 ad un accordo per la reindustrializzazione dello stabilimento di Nona (Torino) ma, soprattutto, il 4 dicembre del 2013, dopo oltre sei mesi di confronto, ad un accordo con Governo e Parti sociali, poi ratificato con referendum confermativo da parte di quasi l’80% dei lavoratori nonostante l’opposizione della Fiom, che aveva scongiurato 1400 esuberi.

 

Oltre alla salvaguardia dei posti di lavoro con un impegno da parte dell’azienda a non aprire unilateralmente procedure di mobilità fino al 2018, l’accordo in questione dettagliava il piano industriale per il triennio 2014-2016 con un investimento di Indesit di 83 milioni di euro, finalizzato al «sostegno dell’innovazione di prodotto e di processo e per il riassetto produttivo». Leit motiv dell’accordo e dell’impegno dell’azienda ad investire in Italia era la centralità dell’innovazione di prodotto e della ricerca per favorire una maggiore competitività agendo sulla riduzione dei costi per unità di prodotto.

 

La soddisfazione dell’allora Governo per l’intesa raggiunta si concretizzò nell’impegno a garantire il riconoscimento degli ammortizzatori sociali, utili ad accompagnare la razionalizzazione dei tre poli industriali di Fabriano, Comunanza e Caserta coinvolti dal processo.

 

È evidente che a seguito di un accordo complesso e di orizzonte pluriennale come quello appena descritto, la storica acquisizione di Indesit Company da parte di Whirlpool sia stata un notevole cambio di prospettiva e rotta aziendale. Per inquadrare operazione è interessante riprendere le parole dell’AD di Whirlpool Davide Castiglioni, che nel corso della riunione presso il MISE del 19 febbraio 2015 ha ricordato la portata del riassetto ricordando che “l’integrazione delle due aziende significa essere presenti in 35 mercati diversi e nell’area EMEA con 23 stabilimenti e 16 siti e con circa 26.000 dipendenti, di cui circa 6.000 solo in Italia”.

 

Contestualmente al piano d’integrazione industriale presentato il 16 aprile 2015 da Whirlpool presso il MISE, l’AD Castiglioni ha illustrato l’investimento di 500 milioni di euro spiegando come questo fosse finalizzato ad aumentare la produzione di pezzi da 5,6 milioni a oltre 6 milioni con la internalizzazione di alcuni prodotti realizzati adesso all’estero.

 

In particolare il Piano agisce parallelamente sulla chiusura degli stabilimenti di Carinaro (Caserta) e Nona (Torino) e sul rafforzamento dei poli di Cassinetta, Siena, Comunanza, Napoli e Fabriano grazie al rientro di produzioni iggi in Cina, Polonia e Turchia. Il saldo occupazionale che emerge da questo riassetto con la chiusura del sito di Caserta (815 esuberi) e None (80 esuberi) e l’integrazione in un unico sito di Fabriano dei due poli di Melano e Albacina presenta un totale negativo di 1350 esuberi.

 

Concordanti le risposte dei rappresentanti di parte sindacale, come si nota dalle dichiarazioni del segretario nazionale Fim, Michele Zanocco, del coordinatore del settore per la Uilm, Gianluca Ficco e per la Fiom rispettivamente del segretario nazionale Michele Spera e del coordinatore nazionale per il gruppo Whrlpool-Indesit Gianni Venturi, che hanno ribadito l’esigenza di tutelare i livelli occupazionali, esprimendo preoccupazione in particolare per gli 800 esuberi dello stabilimento di Caserta in ragione della crisi occupazionale che affligge la Campania e tutto il mezzogiorno. Il Governo, attraverso la voce del Ministro Guidi, si è affrettato invece a confermare l’impegno di Whirpool a non procedere a licenziamenti unilaterali fino al 2018 mettendo l’accento sul consistente impegno che il gruppo statunitense ha in programma sugli stabilimenti italiani (a Fabiano, per esempio, si dovrebbe realizzare il più grande polo europeo di piani cottura).

 

La ricostruzione fatta permette quindi di tenere in considerazione il fatto che Whirlpool, in una prospettiva di profonda riorganizzazione della produzione e al fine di garantire la competitività e l’innovatività dei propri prodotti, abbia deciso di continuare ad investire sulla tradizione italiana dell’industria dell’elettrodomestico con significative e simboliche operazioni di riallocazione di produzioni realizzate in Polonia, Cina e Turchia.

 

Non bisogna comunque riflettere sulla situazione dei 1350 lavoratori solo dall’angolo visuale dell’azienda, bensì ragionare su come rispondere proattivamente al cambiamento del lavoro e del sistema produttivo della manifattura e su come affrontare il problema della desertificazione industriale, in particolare del Sud Italia, non soltanto attraverso il paracadute degli ammortizzatori sociali.

 

Andrea Chiriatti

Scuola di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

ADAPT, Università degli Studi di Bergamo

@AChiriatti

 

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Whirpool-Indesit: una storia italiana
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