Too big to fail. Ora o mai più: cronaca di un accordo annunciato

Interventi ADAPT, Relazioni industriali

| di Francesco Nespoli

Il confronto tra le parti sociali per un nuovo accordo interconfederale sulla rappresentanza è passato dal massimo riserbo alla crescente esposizione mediatica, con la diffusione di obiettivi, piattaforme, calendario e possibili scadenze. Con la visibilità è cresciuta anche l’aspettativa: un eventuale fallimento avrebbe oggi un costo elevato per organizzazioni impegnate in una partita potenzialmente storica, con il rischio di un ulteriore indebolimento della loro legittimazione.

«Le trattative non si fanno sui giornali». Parola di Maurizio Landini, il 23 aprile 2026, durante l’assemblea dei delegati dell’industria della CGIL, nel confronto pubblico con il presidente di Confindustria (L. Cimino, “Landini e Orsini, il duo che agita il governo: «Allarme industria»”, in il manifesto, 24 aprile 2026). Non potrebbe forse essere formulata più chiaramente questa legge non scritta delle relazioni industriali, e della negoziazione più in generale, che vuole che le questioni importanti si trattino in condizioni di riservatezza rispetto alla notorietà pubblica. Non tanto, o non solo, perché si svolgono a porte chiuse, ma perché da quelle porte, per scelta degli interlocutori, poco trapela, anche dopo gli incontri.

Non è un’osservazione scontata: tante sono state, negli ultimi anni, le occasioni in cui l’annuncio anticipava, accompagnava o addirittura sostituiva il confronto tra le parti sociali e, ancora più spesso, tra le parti sociali e i governi. Basti pensare agli incontri trasmessi in streaming, con la trattativa almeno in parte esposta direttamente allo sguardo pubblico (si veda F. Nespoli, Comunicazione. Le relazioni industriali non sono più quelle di una volta, in Bollettino ADAPT 30 novembre 2020, n. 44), o agli insistenti e frequenti richiami alla necessità di un Patto sociale, invocato almeno una volta da quasi tutti gli attori del panorama della rappresentanza (si veda F. Nespoli, Dopo anni di sterili invocazioni, il Patto piange, in HuffPost Italia, 27 ottobre 2021).

Vari e diversi sono i principi che possono sottostare alla scelta di comunicare nelle diverse fasi di una negoziazione: dal tentativo di richiamare la pressione dell’opinione pubblica o di specifici stakeholder fino al perseguimento di meri obiettivi reputazionali in assenza di risultati concreti, quando l’incontro di turno non è più soltanto un mezzo di governance, ma diventa esso stesso il messaggio.

L’accordo che va prefigurandosi tra sindacati e associazioni datoriali per quella che è già stata definita una nuova “Carta costituzionale” delle relazioni industriali italiane è probabilmente qualcosa di più di un Patto sociale, e anche qualcosa di più dei molti accordi interconfederali siglati negli ultimi decenni. Lo è perché arriverebbe a dare risposta all’annosa esigenza di una cornice comune sulle regole della rappresentanza, della contrattazione e dei salari, condivisa dalle tre confederazioni sindacali e dai principali sistemi datoriali, in una dimensione unitaria che costituisce già di per sé un elemento peculiare rispetto alle intese del recente passato (si veda M. Tiraboschi, Verso la nuova Carta costituzionale delle relazioni industriali in Italia, in Bollettino ADAPT 21 settembre 2026, n. 33).

Eppure, almeno nella sua prima e lunga fase di gestazione, il confronto è stato contraddistinto proprio dalla tendenza degli attori coinvolti al riserbo. Lo si è capito già quando una delle prime filtrazioni mediatiche sulle interlocuzioni in corso ha prodotto appena poche righe nella rubrica Sussurri e Grida del «Corriere della Sera» del 6 febbraio 2026: una delle prime tracce, sui giornali, di un confronto che stava evidentemente già prendendo forma. Secondo Rita Querzé, confederazioni sindacali e organizzazioni datoriali – nel caso riportato, Confcommercio – stavano discutendo con l’obiettivo di elaborare una proposta comune da presentare al Governo per contrastare i contratti pirata.

Da quel momento la vicenda attraversa quasi tutte le possibili combinazioni del rapporto tra comunicazione e trattativa. In una prima fase anche gli incontri tra le parti vengono organizzati e svolti nel più totale riserbo. In una seconda fase i protagonisti al tavolo inizieranno a prendere le redini dei rapporti con la stampa per difendere la loro “competitività istituzionale” rispetto ad altre organizzazioni. Nella terza fase verranno comunicati i contenuti delle piattaforme negoziali. Da lì in avanti il confronto procederà nella notorietà pubblica di date, luoghi, attori, financo scadenze. Si osserverà sempre una riservatezza strategica sui nodi più decisivi del confronto. Un confronto che però è arrivato al punto in cui l’aspettativa intorno all’esito diventa essa stessa parte della trattativa: il risultato che si va prefigurando appare, anche sul piano comunicativo, sempre più too big to fail.

 

Il negoziato c’è, ma non si vede

La questione della rappresentatività dei soggetti e dei contratti era tornata al centro del dibattito attraverso tre percorsi destinati a intrecciarsi: l’iniziativa istituzionale del CNEL, quella politica e legislativa e quella autonoma delle parti sociali. Già nel 2023 il CNEL aveva indicato nella misurazione della rappresentatività e nell’effettiva diffusione dei CCNL una strada per rafforzare la contrattazione di qualità. Nel 2026 la riorganizzazione dell’Archivio nazionale dei contratti rende questa impostazione più concreta: ai mille contratti formalmente depositati viene contrapposta la misura della loro reale applicazione.

Un primo passaggio significativo si colloca un anno prima, nel giugno del 2025. Il 27 maggio, all’Assemblea generale di Confindustria a Bologna, Emanuele Orsini aveva lanciato l’idea di un «patto nuovo» tra forze politiche e sociali, indicando tra i terreni sui quali lavorare insieme il contrasto ai contratti pirata e una maggiore rappresentatività delle organizzazioni che sottoscrivono i contratti collettivi. Al termine dell’assemblea, alla quale erano presenti anche i leader di Cgil, Cisl e Uil, era seguito un colloquio informale tra Orsini, Maurizio Landini, Daniela Fumarola e Pierpaolo Bombardieri. Da quel confronto era già uscita una data: il 26 giugno, per un primo incontro formale (si veda D. Di Vico, Cgil, Cisl e Uil al test dell’unità. Quell’assist di Orsini ai sindacati, in «Corriere della Sera», 2 giugno 2025. Quando il 26 giugno l’incontro si svolge effettivamente, dura oltre due ore e mezza e viene descritto dai protagonisti come positivo. La stampa insiste allora sulla ripresa del dialogo tra Confindustria e i leader di Cgil, Cisl e Uil(si veda P. Baroni, Riparte il dialogo tra Confindustria e i leader di Cgil, Cisl e Uil, in «La Stampa», 26 giugno 2025).

Nei mesi successivi, delle interlocuzioni tra le parti sociali si parla però poco e, sulla stampa, se ne occupano soprattutto gli osservatori più attenti alle dinamiche delle relazioni industriali. Il 16 dicembre 2025 «Il Foglio» riferisce di un incontro serale tra Maurizio Landini, Daniela Fumarola e Pierpaolo Bombardieri, ospitato dal presidente di Confindustria Emanuele Orsini, al quale avrebbe fatto seguito una cena. Ma soprattutto rivela che non si tratta di un appuntamento isolato. Il confronto procede ormai «dietro le quinte» da circa quattro mesi, dunque almeno da settembre, attraverso incontri riservati ai massimi livelli e successivi approfondimenti affidati a tavoli tecnici, pur con diversi stop and go (si veda N. Penelope, L’incontro tra Cgil-Cisl-Uil e Confindustria per un nuovo Patto per la fabbrica, in «Il Foglio», 16 dicembre 2025).

 

Tra delega e retribuzioni, il conflitto con il Governo ricompatta le parti sociali

È proprio sulla rappresentanza che, nel marzo 2026, esplode invece un conflitto molto pubblico con il Governo. Il 17 marzo Confindustria, Confcommercio e Confesercenti non partecipano al tavolo sulle Pmi convocato dal Mimit, contestando la presenza di organizzazioni considerate scarsamente rappresentative e, in alcuni casi, firmatarie di contratti accusati di dumping. Mauro Lusetti (Legacoop) rivendica contemporaneamente il lavoro in corso con Cgil, Cisl e Uil (V. Conte, Imprese contro i contratti pirata. Disertato il tavolo al ministero; Lusetti: “Non ci sediamo con chi compete sfruttando il lavoro”, in «la Repubblica», 18 marzo 2026).

Ad aprile la vicenda accelera. Le prime bozze del decreto Primo maggio ipotizzano di utilizzare come riferimento i contratti «maggiormente applicati», formulazione che suscita la reazione pressoché comune delle principali organizzazioni sindacali e datoriali, timorose che il criterio possa legittimare anche sistemi contrattuali meno radicati.

C’è anche una ragione temporale che rende il confronto più urgente. Il Governo dispone di una delega per intervenire sulla materia e, nella primavera del 2026, la sua possibile attuazione appare ormai prossima.

Si determina così un effetto paradossale: mentre si allarga la platea istituzionale degli interlocutori, le organizzazioni più radicate si compattano e intensificano il confronto autonomo. La domanda diventa eminentemente politica: non soltanto come contrastare i contratti pirata, ma chi debba definire le regole per stabilire quali soggetti e quali contratti siano realmente rappresentativi. Il 16 aprile, al Forum di Confcommercio, Cgil, Cisl e Uil si presentano con una posizione comune e chiedono al Governo di fermarsi e lasciare alle parti il tempo di concludere l’accordo sulla rappresentanza che stanno negoziando. «Quello che ci sta ricompattando è la nostra funzione. Vi dovete abituare», dice Landini.

La precisazione è importante: nei giorni successivi le tre confederazioni torneranno a dividersi sulla valutazione complessiva del decreto Primo maggio, in particolare sul contenuto e sull’efficacia delle misure fiscali e degli incentivi. Ma sulla rappresentanza resteranno unite, continuando a rivendicare uno spazio autonomo di regolazione e a lavorare insieme al confronto con le associazioni datoriali. È quella che ho definito una convergenza fragile: non un’unità politica generale, ma una convergenza specifica e resistente proprio sul terreno della rappresentanza (si veda F. Nespoli, Decreto Primo maggio: le convergenze fragili della rappresentanza, in Bollettino ADAPT 4 maggio 2026, n. 17).

Anche Confcommercio si schiera sulla stessa linea, chiedendo che il parametro resti quello dei contratti sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative (si veda D. Mattone, Il decreto Primo maggio riunisce Cgil, Cisl e Uil. L’autogol del governo, in «Il Foglio», 16 aprile 2026).

La pressione pare in realtà avere già funzionato. Lo stesso 16 aprile «Il Sole 24 Ore» dà notizia dell’orientamento del Governo a lasciar decadere la delega sulla contrattazione collettiva, proprio per consentire alle parti sociali di trovare autonomamente un’intesa sui criteri di misurazione della rappresentanza (si veda G. Pogliotti, Lavoro, il governo rinuncia alla delega sulla contrattazione, in «Il Sole 24 Ore», 16 aprile 2026). Anche Durigon, intervenendo nello stesso Forum, cambia almeno in parte il registro pubblico: «Non toccheremo la rappresentanza», afferma, ribadendo però la volontà di intervenire contro il lavoro povero. Il Governo sembra così scegliere di separare i due piani: da un lato il decreto Primo maggio, con misure di sostegno ai redditi e al lavoro; dall’altro la rappresentanza, lasciata almeno temporaneamente alla negoziazione autonoma tra le parti sociali (si veda A. Baccaro, Durigon: “Misure sui salari: ma non sulla rappresentanza”, in «Corriere della Sera», 16 aprile 2026).

A questo punto il negoziato in corso non è già più soltanto un confronto riservato: diventa la risposta delle parti alla possibilità che sia il legislatore a occupare quello spazio. E proprio il passo indietro del Governo aumenta inevitabilmente l’aspettativa su ciò che sindacati e imprese sapranno produrre.

È significativo che, sempre il 16 aprile, il «Corriere» anticipi l’invito di Landini a Orsini all’assemblea dei delegati industriali della Cgil del 23 aprile, interpretandolo come segno di una «fase dialogante». Sul palco restano differenze politiche ed economiche, ma Orsini rivendica l’autonomia della contrattazione e Landini pronuncia la frase con la quale abbiamo aperto questa ricostruzione: «le trattative non si fanno sui giornali, né nei dibattiti, ma ai tavoli, che sono ancora in corso». Dunque proprio mentre l’esistenza del confronto diventa pubblicamente riconoscibile, i protagonisti continuano a rivendicarne la riservatezza nel merito. Si può comunicare che il dialogo esiste e che si vuole arrivare a un risultato; il contesto politico e relazionale nel quale si sviluppa diventa sempre più esplicito, ma molto meno viene detto di ciò che viene scambiato al tavolo per conseguirlo.

Il decreto-legge n. 62/2026, pubblicato il 30 aprile, rafforza indirettamente questa responsabilità. Il Governo sceglie di non fissare un salario minimo legale uniforme e fa invece riferimento, per il cosiddetto «salario giusto», ai contratti sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. Ma proprio questa formula presuppone che qualcuno stabilisca criteri e perimetri della comparazione. Il lavoro del CNEL offre una base conoscitiva; la definizione delle regole resta nelle mani delle parti.

 

La piattaforma sindacale

Intanto il confronto si allarga. Il 7 maggio il «Corriere» registra un incontro tra organizzazioni dell’artigianato e Cgil, Cisl e Uil sulla rappresentanza; a fine mese, all’assemblea di Confindustria, Orsini parla apertamente di «dialogo diretto e continuo» con i sindacati e di un «patto di responsabilità» contro i contratti pirata.

Il salto avviene il 17 giugno, quando Cgil, Cisl e Uil definiscono una piattaforma unitaria su rappresentanza, contrattazione, salari e contrasto ai contratti pirata, la prima proposta comune di questa portata dal 2018. Il rafforzamento del fronte confederale rende però visibile anche chi resta fuori. Il 26 giugno Paolo Capone denuncia sul «Diario del Lavoro» una «conventio ad excludendum» nei confronti dell’Ugl. È l’altra faccia della questione: definire le regole della rappresentanza significa anche stabilire chi sia legittimato a partecipare alla loro costruzione.

Al tempo stesso, le differenti relazioni di Cgil, Cisl e Uil con il Governo – rese particolarmente evidenti nei giorni del congresso Uil di Padova dove Pierpaolo Bombardieri rivendica ormai direttamente una propria autonomia dalla Cgil e riconosce che alcune delle richieste della Uil sono state accolte dal Governo – non interrompono il percorso comune sulla rappresentanza. Che rappresenta evidentemente un treno troppo importante per essere sacrificato sull’altare delle divergenze politiche.

 

La piattaforma datoriale

Da luglio la trasformazione comunicativa diventa ancora più evidente. Assunta la posizione di attori istituzionali indisturbati al timone del processo in corso, Cgil, Cisl e Uil rilanciano pubblicamente la piattaforma e chiedono alle associazioni datoriali di aprire il confronto. La stampa comincia ad anticipare i passaggi successivi. Il 7 luglio il «Corriere» annuncia un «incontro chiave» delle organizzazioni imprenditoriali per costruire una loro posizione comune e definisce quella sui criteri della rappresentanza (R. Querzè, Le imprese e l’accordo sui contratti: artigiani in bilico, in «Corriere della Sera», 7 luglio 2026).

Tre giorni dopo quattordici associazioni datoriali raggiungono effettivamente una posizione comune. Non senza riserve, soprattutto nel mondo artigiano, accettano di lavorare su criteri verificabili di rappresentatività e sulla necessità di individuare contratti di riferimento realmente radicati.

Nel giro di meno di un mese esistono dunque due piattaforme parallele, quella sindacale del 17 giugno e quella datoriale del 10 luglio. A quel punto il problema pare non essere già più se il negoziato inizierà, ma fino a dove potrà arrivare.

Mentre le contestazioni esterne non cessano di farsi sentire a mezzo stampa (Il 16 luglio Roberto Capobianco di Conflavoro Pmi denuncia su «MF» il rischio che i criteri individuati dalle grandi associazioni cristallizzino gli equilibri esistenti) «la Repubblica» anticipa già l’incontro tra le quattordici organizzazioni datoriali e Cgil, Cisl e Uil previsto per la fine del mese.

 

Agenda, bozze, scadenze: il negoziato si espone

Il 30 luglio il tavolo comune viene formalmente avviato. «Il Sole 24 Ore» dà conto dei temi e soprattutto del calendario: rappresentanza, modello contrattuale, salari, formazione, sicurezza e partecipazione, con una prima verifica fissata per il 28 settembre (G. Pogliotti, Rappresentanza e contratti: via al tavolo tra le parti, in «Il Sole 24 Ore», 30 luglio 2026). Così, dopo la pausa estiva il meccanismo è ormai consolidato: vengono anticipati gli incontri, i temi da affrontare e le date successive. Il negoziato resta riservato nel merito, ma non più nella sua esistenza, nella sua agenda e nei suoi tempi.

Il 10 settembre il confronto riprende con una riunione di sette ore dedicata soprattutto alla misurazione della rappresentatività. Le dichiarazioni pubbliche sono ottimistiche e il 28 settembre viene indicato come possibile momento di verifica conclusiva.

Il 21 settembre si compie un ulteriore salto: Askanews pubblica i contenuti di una prima bozza di sette pagine e associa proprio al 28 settembre la possibile firma dell’accordo (si veda Lavoro, bozza accordo imprese-sindacati su rappresentanza e salario giusto, in Askanews, 21 settembre 2026).

È il punto di massima esposizione raggiunto fino a quel momento. All’inizio si faticava a sapere che gli incontri avessero luogo; ora ne sono noti calendario e agenda, circola una bozza e viene persino indicata una possibile data per la conclusione. Cresce così, quasi fisiologicamente, l’aspettativa che l’intesa sia ormai vicina.

 

Il traguardo è incerto, il riserbo resiste

Ma nulla è ancora predeterminato. Il 23 settembre Giorgio Pogliotti riferisce sul «Sole 24 Ore» di un confronto durato otto ore e di numerosi rilievi sindacali alla proposta datoriale sul modello contrattuale e sulla struttura della retribuzione. Soprattutto, oltre al 28 settembre sono già previsti nuovi appuntamenti il 7 e l’8 ottobre, destinati ad affrontare anche sicurezza, formazione e partecipazione. La data che pochi giorni prima era stata presentata come possibile traguardo torna così a essere una più semplice tappa del percorso.

Un nodo rimane decisivo: quello dei perimetri contrattuali, terreno sul quale si è storicamente arenata anche l’attuazione dell’articolo 39 della Costituzione. Imprese e sindacati riconoscono la necessità di definirli «con il massimo rigore», collegandoli ai processi produttivi, all’attività prevalente e ai codici Ateco. Ma proprio dsu questo tema, le parti al tavolo paiono continuare a mantenere uno stretto riserbo

La crescente pubblicità del processo non elimina cioè la funzione della riservatezza negoziale. Si può comunicare che il dialogo esiste, che solo alucni attori sono legittimati a condurlo, che procede e che si vuole arrivare a un risultato; molto meno si comunica su ciò che le parti devono concretamente scambiarsi o ridefinire perché quel risultato diventi possibile.

 

Too big to fail: il costo di un esito debole

Se l’elefante dei perimetri resta ancora nella stanza, il rischio che i protagonisti devono ora evitare è che la montagna della rappresentanza – dopo mesi in cui il processo si è progressivamente ingrossato, producendo incontri, scadenze, anticipazioni, bozze e quindi notizie – finisca per partorire un topolino. È proprio questa crescita fisiologica della visibilità del negoziato ad aver alimentato l’aspettativa che, questa volta, da una questione annosa possa uscire qualcosa di concreto.

A questo punto, un esito debole avrebbe un costo che andrebbe oltre il merito dell’accordo. Le organizzazioni coinvolte stanno affrontando una partita che viene ormai percepita come potenzialmente storica e che riguarda direttamente non solo la capacità di continuare a rappresentare le relazioni industriali, ma anche quella di regolarne il sistema complessivo. Un fallimento, o un risultato molto inferiore alle attese, rischierebbe quindi di tradursi anche in un ulteriore indebolimento della loro legittimazione, già messa alla prova da una più generale crisi della rappresentanza.

Bollettino ADAPT 28 settembre 2026, n. 34

Francesco Nespoli

Ricercatore Università LUMSA, ADAPT Research Fellow

X@franznespoli