Decreto primo maggio: le convergenze fragili della rappresentanza

Interventi ADAPT

| di Francesco Nespoli

Di fronte a un provvedimento giudicato da molti incompleto e poco incisivo, i sindacati avrebbero potuto valorizzare l’unità e rilanciare il tema della rappresentanza. La scelta di marcare le differenze ha invece offerto ai media il racconto di una frattura.

Le intenzioni del governo, poi archiviate, di dare seguito alla legge delega sul salario minimo introducendo un riferimento alla retribuzione equivalente avevano avuto l’effetto di compattare tutto il mondo della rappresentanza confederale, che vedeva nella mossa un implicito assist al dumping contrattuale. 

Giusto il tempo di serrare le fila – addirittura potendo vedere sullo stesso palco il presidente di Confindustria Orsini e il leader della CGIL Maurizio Landini gridare all’allarme e all’inerzia del governo sulle politiche industriali – e poi, il giorno dopo l’approvazione del c.d. decreto Primo maggio in Consiglio dei ministri, i vecchi schemi nelle relazioni con il governo sono riemersi immediatamente

Quando tutti i sindacati avrebbero potuto inquadrare il decreto Primo maggio nei termini di un intervento interlocutorio e simbolico, quando era logico compiacersi del danno evitato e prendere insieme le redini del dibattito sulla rappresentanza, i sindacati hanno espresso invece valutazioni in direzioni opposte: la ormai ricorrente moderata soddisfazione di CISL e UIL e i tradizionali toni radicali da parte della CGIL.

In particolare, le mosse di Maurizio Landini sono finite per fare quello che potrebbe rivelarsi un involontario favore al governo, spostando il baricentro del racconto dalle debolezze del decreto alle divisioni sindacali. Maurizio Landini che, nella fase di gestazione del provvedimento, non aveva segnato una rottura preventiva particolarmente visibile, ci ha tenuto a dire che “dei 960 milioni stanziati non un euro va ai lavoratori, vanno tutti alle imprese” e che “i salari non crescono”. Immediati i titoli dei quotidiani ( “Cgil-Cisl-Uil, uniti sul palco ma divisi sul decreto” (Il Sole 24 Ore), “Il dl divide i sindacati. Critica la Cgil” (Il Manifesto), “Orsini promuove il decreto lavoro. Landini: i salari non crescono” (La Repubblica). 

Il risultato è che ora si offre ai media un punto di appoggio facile. Proprio nel momento in cui Cgil, Cisl e Uil tornano comunque a celebrare insieme il Primo maggio. I sindacati (e il mondo confederale tout court) sono infatti più divisi nei titoli dei quotidiani che nei fatti. Come dimostrano anche le interlocuzioni più o meno riservate in corso tra le associazioni dei lavoratori e quelle datoriali.  

La distanza dunque non è tanto sull’impianto generale del provvedimento, quanto sulla scelta di come posizionarsi pubblicamente. La Cgil insiste sul fatto che le risorse vadano quasi interamente alle imprese, che i salari reali non recuperino il terreno perduto e che il richiamo ai contratti più rappresentativi non basti a contrastare davvero né i contratti pirata né il lavoro povero. Cisl e Uil, al contrario, valorizzano proprio quel richiamo come un risultato politico e contrattuale da spendere, perché per la prima volta il trattamento economico complessivo dei contratti firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative viene assunto come riferimento legislativo del “salario giusto”. Ma il punto fondamentale è meno tecnico di quanto appaia: Landini vive certamente l’esigenza di chi non può permettersi convergenze moderate con il governo neppure su un decreto giudicato da molti interlocutori limitato, incompleto e in larga parte simbolico. Landini sceglie di accentuare i giudizi fino alla bocciatura, mentre Fumarola e Bombardieri preferiscono marcare il punto ottenuto e tenere aperto uno spazio negoziale.

Si rischia dunque di riaprire l’annoso problema della rappresentazione pubblica di una unitarietà di intenti. Il che potrebbe comunque costituire un ostacolo sulla via delle revisioni al Patto della fabbrica e al testo unico sulla rappresentanza.