Politically (in)correct – Il reddito di cittadinanza in transito da una istituzione velleitaria ad un’abrogazione temeraria

Bollettino ADAPT 9 gennaio 2023, n. 1

 

Pochi giorni prima delle elezioni politiche mi colpirono talune considerazioni svolte da Mario Monti durante la rubrica televisiva di Lilli Gruber. L’ex presidente del Consiglio lasciò i suoi interlocutori e la conduttrice di stucco, perché non volle associarsi alle preoccupazioni, allora prevalenti negli ambienti del “politicamente corretto”, riguardanti le politiche pubbliche attribuite ad un governo di destra che avrebbero gettato a gambe all’aria i conti pubblici e scavato un solo incolmabile con Bruxelles. Era questo il filone portante della campagna elettorale del Pd, che peraltro si basava non solo sulle posizioni ormai storiche dei maggiori partiti della coalizione che si prevedeva vincesse di lì a poco le elezioni, ma anche su quei programmi che la stessa coalizione sottoponeva al voto degli italiani.

 

Le affermazioni di Monti sembrarono un assist, imprevisto, per Giorgia Meloni. In verità, il senatore a vita si limitava a prefigurare un ruolo che la destra avrebbe potuto svolgere nell’interesse del Paese, pur senza avere la certezza che quella sarebbe stata la mission del futuro governo. “Il centrodestra oggi ha un compito – disse Monti – che è quello mai svolto da Berlusconi dal ’94 in avanti: dare più respiro e flessibilità all’economia, smetterla di dire che pagare le tasse regolarmente significa che lo Stato mette le mani nelle tasche dei cittadini; Meloni, come ha detto, si ispiri alla Thatcher piuttosto che a Marine Le Pen, lo faccia, c’è del lavoro utile”. La leader di FdI ha più volte evocato la Lady di ferro come sua ispiratrice, dapprima confondendola con Liz Truss. Errore gravissimo, essendo stata Truss la premier che ha tolto il disturbo in poche settimane dopo aver messo nei guai la sterlina, la Banca di Inghilterra e la City.

 

Al momento di votare la legge di bilancio, il senatore Monti si è astenuto esprimendo un giudizio positivo sulla condotta del governo per la parte in linea con le indicazioni della Commissione, mentre non ha esitato a criticare altre misure. Alla luce della “prima volta” di Giorgia non siamo ancora in grado di andare oltre la valutazione dell’ex presidente del Consiglio che è poi la stessa condivisa dalle istituzioni, dagli osservatori e dai mercati internazionali. Ma il ragionamento di Monti si proiettava oltre l’appuntamento con la legge di bilancio. A suo avviso, era ed è l’Italia ad aver bisogno delle politiche di Margaret Thatcher per “dare più respiro e flessibilità all’economia”. Che, poi, Giorgia Meloni sia in grado di sostenere questa funzione è tutto da dimostrare; anche per Monti.

 

Sul banco di prova delicato delle pensioni, nella legge di bilancio è emersa una soluzione transitoria che nella pratica si rivelerà un pasticcio. Come ha scritto Marco Leonardi su il Foglio: il governo “con una mano ti dà la possibilità di anticipare la pensione e con l’altra mano te la toglie: il risultato sarà un numero minimo di anticipi pensionistici. Però entrambe le misure costano, sia l’introduzione di quota 103 sia il bonus del 9% dei contributi per chi rimane a lavorare. E entrambe sono pagate con il limite alla rivalutazione delle pensioni sopra i 2100 euro mensili”. Il momento della verità si sposta, dunque, su ciò che intende fare l’esecutivo nell’anno in corso; stando alle linee programmatiche esposte dal ministro Calderone in Parlamento le idee sono ancora piuttosto vaghe. La “cifra” del governo si vedrà sui problemi del lavoro.

 

Quando Meloni afferma che il suo governo non vuole “disturbare chi produce” evoca necessariamente misure coerenti per quanto riguarda il mercato del lavoro. E i primi segnali già si sono avvertiti, dapprima con la risoluzione votata dalla Camera sulle relazioni industriali perfettamente allineata con la “dottrina Sacconi”; poi, col ripristino dei voucher e con i progetti che sono allo studio sui contratti a termine, dopo il fallimento di quanto disposto dal decreto Dignità. Ma la partita grossa – politica, economica e sociale – si gioca su Reddito di Cittadinanza (RdC).

 

La legge di bilancio ha stabilito che, nel corso del 2023, nelle more di una riforma organica delle misure di sostegno alla povertà e d’inclusione attiva, il reddito di cittadinanza sia riconosciuto per un massimo di sette mensilità, salvo il caso in cui siano presenti nel nucleo familiare persone con disabilità, minorenni o con almeno sessant’anni di età. Dal 1° gennaio 2023, inoltre, si dispone l’obbligo, per i beneficiari del reddito di cittadinanza tenuti all’adesione ad un percorso personalizzato di accompagnamento all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale, di frequentare, per sei mesi, un corso di formazione e/o riqualificazione professionale, pena la decadenza dal beneficio per l’intero nucleo familiare. L’erogazione del reddito di cittadinanza ai beneficiari di età tra i 18 e i 29 anni che non hanno adempiuto all’obbligo scolastico è, inoltre, condizionata alla frequenza di percorsi di istruzione funzionali al suo adempimento.

 

Inoltre, si richiede ai comuni di impiegare tutti i percettori di reddito di cittadinanza residenti che sottoscrivono un patto per il lavoro o per l’inclusione sociale, anziché solo un terzo di essi, nell’ambito di progetti utili alla collettività. Si dispone poi che intervenga sempre la decadenza dal beneficio nel caso in cui uno dei componenti il nucleo familiare non accetti la prima offerta di lavoro, anche se perviene nei primi diciotto mesi di godimento del beneficio. Si prevede, inoltre, che il maggior reddito da lavoro percepito in forza di contratti di lavoro stagionale o intermittente, fino a 3mila euro lordi, non concorra alla determinazione del beneficio economico. Si dispone poi che la componente del reddito di cittadinanza, riconosciuta ai nuclei familiari residenti in abitazione, sia erogata direttamente al locatore dell’immobile che la imputa al pagamento parziale o totale del canone.

 

Infine, si dispone l’abrogazione delle norme istitutive del reddito e della pensione di cittadinanza dal 1° gennaio 2024. Per effetto di tali misure, è ridotta di 743 milioni di euro per l’anno 2023 l’autorizzazione di spesa prevista per il finanziamento del reddito e della pensione di cittadinanza. È, invece, incrementato, di 11 milioni di euro nel 2023 e di oltre 700 milioni di euro l’anno dal 2024 – ecco lo scambio – lo stanziamento a favore dell’assegno unico e universale per i figli a carico. Infine, è istituito presso lo stato di previsione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali il “Fondo per il sostegno alla povertà e all’inclusione attiva”, dove confluiscono risorse derivanti dalla soppressione del reddito e della pensione di cittadinanza, nella misura stabilita dalla legge di bilancio.

 

Queste nuove norme sono sorrette, nel dibattito politico, da affermazioni che rompono con un certo andazzo a cui eravamo abituati da anni: la mistica del precariato quale unico destino possibile per le giovani generazioni. Sentire la premier e diversi esponenti del governo affermare che tutti i lavori sono dignitosi anche se non rispondono alle aspettative dei giovani e delle loro famiglie, fa una certa impressione, ma, per quanto il ragionamento sia parziale e grossolano, ha in sé il carattere di una svolta. Nessuno da anni si era mai azzardato ad usare questi toni che non sono del tutto infondati e che, magari esagerando, esprimono una filosofia di vita diversa da quella a cui eravamo abituati. Attenzione, però. Se l’impostazione del RdC era velleitaria in quanto pretendeva di combattere nello stesso tempo tanto la povertà quanto la disoccupazione e il lavoro precario, il progetto del suo superamento, entro 7 mesi, per quanto riguarda i c.d. occupabili è sicuramente temerario.

 

Chi sarà in grado di offrire un posto di lavoro (che non può venire rifiutato anche se occorrerà definire i requisiti dell’essere “congruo”) ad alcune centinaia di migliaia di persone che – secondo tutte le analisi compiute – presentano limiti personali di scolarizzazione, di esperienza e di attitudine al lavoro parecchio evidenti? Poi, anche ammesso che una gestione più severa delle politiche attive induca i lavoratori ad accettare la prima proposta di occupazione, è impensabile che il meccanismo si traduca in un imponibile di manodopera nei confronti dei datori di lavoro o nella riscoperta di un collocamento numerico. Nessuno può costringere le imprese ad assumere per subentrare in una funzione di assistenza al posto dello Stato. È sicuramente la strada giusta quella dell’obbligo, per i beneficiari del reddito di cittadinanza tenuti all’adesione ad un percorso personalizzato di accompagnamento all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale, di frequentare, per sei mesi, un corso di formazione e/o riqualificazione professionale. Utile e opportuno anche l’impegno ad una maggiore scolarizzazione e l’affidamento ai Comuni dei beneficiari “attivabili”. Ma chi li organizza e li attua questi programmi (per i quali non vi è traccia, peraltro, di copertura finanziaria) in un tempo tanto ristretto? E se alla fine di luglio tutti questi buoni propositi saranno rimasti in gran parte sulla carta, che cosa farà il governo?

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

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