Quando il pavimento salariale diventa il soffitto. Spunti dal caso francese sulla contrapposizione politica tra salario minimo o salario giusto

Interventi ADAPT, Mercato del lavoro

| di Michele Tiraboschi

Il dibattito sul salario minimo non riguarda solo la tutela dei redditi bassi, ma il modello di regolazione del lavoro. L’esperienza francese mostra come un sistema centrato sul minimo legale e sugli sgravi contributivi possa comprimere le dinamiche salariali, indebolire la contrattazione collettiva e rallentare mobilità professionale e produttività. Una riflessione che interessa direttamente anche l’Italia e il confronto tra “salario minimo” e “salario giusto”.

Il dibattito italiano sulla questione salariale continua a essere affrontato quasi esclusivamente come una questione morale o redistributiva: il legislatore vuole oppure no aumentare i salari di chi guadagna troppo poco? È la domanda che pone anche Mimmo Carrieri, contestando la bontà della soluzione del “salario giusto” in alternativa a quella del “salario minimo” per legge, quando scrive: “vogliamo provare seriamente ad aumentare i salari di quanti guadagnano poco e si situano al di sotto di soglie dignitose, variamente definibili (al punto da essere sovente working poor), sapendo che questo ridurrà i margini delle microimprese del settore, che costituiscono uno dei principali retroterra sociali dell’attuale governo?” (M. Carrieri, La strada per il rilancio delle relazioni industriali, in Il Diario del Lavoro, 2026).

Impostato in questi termini il dibattito sulla questione salariale sembra voler intenzionalmente oscurare una questione decisiva: non tanto se i lavoratori debbano essere tutelati contro salari inadeguati e se questo dipenda realmente dalle tariffe contrattuali o non piuttosto dalle poche giornate medie lavorate per anno in taluni settori, quanto quale debba essere il soggetto ordinatore della dinamica salariale in una economia avanzata. La distinzione è cruciale perché rimanda a due modelli profondamente diversi di regolazione del mercato del lavoro: da un lato un sistema centrato prevalentemente sull’intervento pubblico e sulla tariffa oraria definita per legge; dall’altro lato un sistema che affida alla contrattazione collettiva la funzione primaria di determinazione dei salari dentro le dinamiche dello scambio negoziale e della produttività.

Di grande interesse, da questo punto di vista, è il caso franceseche oggi è indubbiamente il laboratorio europeo più significativo per osservare gli effetti di lungo periodo di una regolazione salariale fortemente centrata sul salario minimo legale. Perché il problema non è soltanto se il salario minimo protegga i lavoratori poveri – cosa che certamente fa, almeno in parte – ma quali effetti di lungo periodo produca un sistema in cui il salario, la struttura degli incentivi pubblici e la dinamica retributiva vengono progressivamente organizzati attorno al minimo legale.

Ed è qui che il dibattito francese diventa straordinariamente significativo anche per l’Italia. Negli ultimi anni in Francia si è imposto un termine ormai centrale: smicardisation cioè la progressiva concentrazione dei salari attorno allo Smic, il salario minimo legale francese. Dietro questa espressione si nasconde una riflessione molto più ampia sul rapporto tra salario minimo legale, sgravi contributivi, politiche pubbliche e contrattazione collettiva. Il punto fondamentale è che il dibattito francese non è più un dibattito “sul salario minimo” in senso stretto. È diventato una riflessione complessiva sul rischio che il sistema pubblico finisca per sostituirsi progressivamente alla contrattazione collettiva come principale autorità salariale e questo avviene quando il salario minimo legale aumenta abbastanza da raggiungere o superare i minimi contrattuali dei livelli più bassi (vedi M. Seminerio, Francia, tutte le trappole del salario minimo, 14 maggio 2026).

Accanto al tema tecnico della complessità del calcolo esatto dei lavoratori interessati dal salario minimo legale (Dares, Combien de salariés sont rémunérés au Smic?, 2025), è un recente rapporto del Senato francese a sottolineare, rispetto alle possibili distorsioni dell’intervento legislativo sulle dinamiche della contrattazione collettiva, che il vero nodo non è il numero dei lavoratori formalmente allo Smic, bensì “le resserrement de l’éventail des salaires”, cioè la compressione delle gerarchie salariali e delle progressioni professionali (Négociations salariales et smicardisation: faux débat, vrai problème, Rapport d’information n° 689/2024).

Tra il 2021 e il 2025 lo Smic è cresciuto del 17%, grazie alla doppia indicizzazione automatica alla inflazione e ai salari, come una sorta di scala mobile (M. Seminerio, Francia, tutte le trappole del salario minimo). Nello stesso periodo i salari contrattuali e i salari di base sono aumentati in media del 15%. Il 25% dei salari più vicini allo Smic è cresciuto praticamente come lo Smic, mentre il 5% dei salari più elevati è aumentato soltanto del 12,6%. Il risultato è che il primo livello delle griglie salariali viene “agganciato” dal minimo legale, il secondo reclama in sede negoziale il mantenimento del differenziale, il terzo viene a sua volta compresso (Salaire minimum interprofessionnel de croissance, Rapport du Groupe d’experts, 2025).

Questo meccanismo crea una tensione continua nella struttura salariale: o tutta la scala si riallinea verso l’alto oppure, come si è registrato nei fatti, le differenze salariali si comprimono. La contrattazione collettiva continua cioè formalmente a esistere, ma perde progressivamente capacità ordinatrice. Lo Smic tende così a trasformarsi da soglia di protezione minima a baricentro dell’intera struttura salariale. Il Rapport du Groupe d’experts sullo Smic osserva peraltro che il salario minimo francese rappresenta ormai il 62,5% del salario mediano e il 50,4% del salario medio, collocando la Francia sopra entrambe le soglie richiamate dalla direttiva europea sui salari minimi adeguati del 2022.

Se poi, come avvenuto in Francia, la dinamica salariale si intreccia con la politica fiscale e contributiva la situazione inevitabilmente si complica ulteriormente. Per sostenere occupazione e competitività, la Francia ha infatti costruito negli ultimi trent’anni un gigantesco sistema di sgravi contributivi concentrati sui bassi salari. Oggi questi sostegni pubblici valgono circa 75-77 miliardi di euro annui, pari a circa il 2,5% del PIL (Cour des Comptes, La Sécurité sociale, Rapport sur l’application des lois de financement de la sécurité sociale, 2025).

Nel dibattito francese è oramai comune l’espressione trappe à bas salaires”, trappola dei bassi salari. Gli sgravi sono massimi vicino allo Smic e si riducono rapidamente al crescere delle retribuzioni. Quando una impresa aumenta il salario di un lavoratore: non sostiene soltanto il costo dell’aumento; perde progressivamente anche le agevolazioni contributive. Il Rapport du Groupe d’experts sullo Smic mostra come, per dare 100 euro netti in più al lavoratore, il costo aggiuntivo per l’impresa può superare i 400 euro.

Ed è qui che il dibattito francese cambia completamente prospettiva. Il problema non è più soltanto redistributivo, diventa un problema di dinamica salariale, di mobilità professionale e di produttività. Né più né meno di quello che è il problema italiano oggi.

Lo Smic non è più discusso soltanto come istituto di garanzia dei redditi più bassi, ma come elemento attorno al quale si sono progressivamente organizzati il costo del lavoro, gli sgravi contributivi, la fiscalità, la mobilità salariale e, in ultima analisi, la stessa struttura produttiva. Il tema, dunque, non è più il salario minimo in sé, ma l’equilibrio complessivo tra intervento pubblico e formazione autonoma dei salari.

La Francia aveva costruito negli anni Novanta un sistema coerente con il problema di allora: ridurre la disoccupazione di massa dei lavoratori meno qualificati abbassando il costo del lavoro vicino allo Smic. Quella stagione ha prodotto risultati occupazionali rilevanti e non può essere liquidata come un errore. Il problema è che, mutato il contesto, quella stessa architettura continua a incentivare soprattutto l’occupazione a basso salario, mentre le criticità principali si sono spostate sulla stagnazione retributiva, sulla debole mobilità professionale, sulla produttività e sulla qualità della occupazione.

Qui sta il punto decisivo che interessa l’osservatore italiano: il salario minimo non opera mai da solo. Agisce dentro un sistema che combina minimo legale, contrattazione collettiva, decontribuzione, trasferimenti e fiscalizzazione del costo del lavoro. Le conseguenze non sono solo redistributive. Sono anche produttive e istituzionali. Se il lavoro a basso salario è stabilmente incentivato, le imprese possono essere spinte a organizzarsi attorno a modelli labour intensive, a minore investimento in qualificazione e a più debole dinamica della produttività. Gli sgravi, in questa prospettiva, non si limitano a correggere il mercato del lavoro: contribuiscono a plasmarlo, incidendo sulle strategie salariali, sulla organizzazione produttiva e sulla struttura delle qualifiche (J. Gautié, F. Lerai, Politiques d’exonérations sur les bas salaires: usages et effets potentiels, IRES-CFDT, 2024).

Se salario minimo, sgravi contributivi, fiscalità e trasferimenti diventano i principali strumenti di regolazione della struttura salariale, la contrattazione collettiva continua formalmente a esistere, ma perde la propria forza e funzione ordinatrice. Non costruisce più pienamente gerarchie professionali, differenziali retributivi e progressioni di carriera; finisce piuttosto per rincorrere gli effetti prodotti dal minimo legale e dal sistema socio-fiscale.

Questa è la lezione francese più interessante per il dibattito italiano che registra oggi una contrapposizione tutta politica e accademica, vista l’adesione di massa delle parti sociali alla soluzione proposta dal decreto 1° maggio (vedi AA.VV., Salario giusto e incentivi: guida ragionata alle posizioni delle parti sociali sul D.L. 62/2026, Working Paper ADAPT n. 10/2026), tra il “salario minimo” e il “salario giusto”. In un Paese come l’Italia, dove la struttura salariale continua a essere costruita prevalentemente attraverso la contrattazione collettiva nazionale, il problema non è infatti soltanto quello della opportunità o meno di introdurre una soglia legale per combattere il fenomeno del lavoro povero, ma comprendere quali effetti sistemici essa possa produrre sulla funzione ordinatrice dei contratti collettivi e sulle misure di incentivazione economica alla occupazione in termini di possibile compressione salariale, rallentamento della mobilità professionale e indebolimento delle gerarchie di mestiere.

La questione decisiva, come è facile intuire, non è soltanto garantire un pavimento dignitoso, ma evitare che quel pavimento diventi il soffitto per una parte crescente del lavoro dipendente. Perché la differenza tra “salario minimo” per legge e “salario giusto” per via contrattuale non è semplicemente quantitativa. È una differenza di architettura regolativa. Nel primo caso la tutela salariale tende a essere costruita prevalentemente attraverso legge, fiscalità e trasferimenti; nel secondo caso attraverso la contrattazione collettiva e la definizione per via negoziale delle gerarchie professionali e delle relative articolazioni salariali all’interno dei sistemi di classificazione e inquadramento del personale.

La lezione francese mostra in definitiva come non siano affatto infondate le preoccupazioni di chi, in Italia, teme che una soluzione della questione salariale centrata sul salario minimo legale possa finire, soprattutto tra le piccole e medie imprese, per incentivare una progressiva fuga dalla contrattazione collettiva e comunque comprimere le dinamiche salariali aggravando, anziché risolvere, la questione salariale.

Bollettin ADAPT 18 maggio 2026, n. 19

Michele Tiraboschi

Professore Ordinario di diritto del lavoro

Università di Modena e Reggio Emilia

X@MicheTiraboschi