Dopo GOL, quale lavoro? Una lettura degli esiti occupazionali successivi all’ingresso nel Programma
Interventi ADAPT, Mercato del lavoro
| di Francesco Seghezzi
Il monitoraggio INAPP sul programma GOL mostra un impatto occupazionale reale ma selettivo: quasi il 40% dei presi in carico lavora e oltre un terzo ha contratti stabili, ma gli esiti restano fortemente diseguali per percorso e territorio. Il programma funziona soprattutto per i profili già vicini al mercato del lavoro e nelle aree più forti, mentre nei percorsi di inclusione e nel Mezzogiorno la capacità di generare occupazione stabile si riduce drasticamente. GOL attiva, ma non riequilibra.
La sezione del monitoraggio INAPP dedicata all’occupazione successiva all’ingresso nel Programma GOL consente di spostare la valutazione dal terreno, pur rilevante ma insufficiente, della capacità amministrativa di presa in carico al terreno più esigente della trasformazione effettiva delle traiettorie lavorative. Infatti, una politica attiva non può essere giudicata soltanto in base al numero di utenti profilati, ai patti di servizio sottoscritti o alle attività avviate, ma deve essere interrogata rispetto alla sua capacità di incidere sulle probabilità differenziate di accesso al lavoro, sulla qualità contrattuale delle transizioni e sulla riduzione delle disuguaglianze che precedono l’intervento pubblico e che, in assenza di una mediazione istituzionale robusta, tendono a riprodursi anche dopo l’attivazione. Da questo punto di vista, il monitoraggio offre una base empirica preziosa ma da maneggiare con cautela. Gli indicatori descrivono l’occupazione osservata dopo l’ingresso nel Programma o dopo la conclusione di una politica attiva, senza costituire una stima causale dell’effetto netto di GOL; proprio questa distinzione, spesso trascurata nel dibattito pubblico, è decisiva per evitare sia una lettura celebrativa, che confonderebbe il raggiungimento di output amministrativi con l’impatto sociale, sia una lettura liquidatoria, che ignorerebbe il fatto che il Programma ha comunque generato o accompagnato un volume non marginale di transizioni lavorative.
La fotografia al 31 dicembre 2025 restituisce un risultato intermedio, più consistente di quanto suggerirebbe una critica puramente scettica delle politiche attive italiane, ma meno solido di quanto ci si attenderebbe da una riforma presentata come infrastruttura nazionale di occupabilità: risultano occupati 1,709 milioni di individui, pari al 38,7 per cento dei presi in carico, e fra questi 1,536 milioni hanno avviato un rapporto di lavoro dopo l’ingresso in GOL, con una quota pari al 34,8 per cento del totale, mentre il restante 3,9 per cento era occupato con un rapporto avviato prima della presa in carico. Il dato, considerato isolatamente, segnala una capacità non trascurabile di accompagnare verso il lavoro una parte della platea, ma mostra anche che una maggioranza ampia dei beneficiari non risulta occupata con un nuovo rapporto alla data di osservazione, sicché l’attivazione amministrativa non può essere assunta come equivalente funzionale dell’inserimento lavorativo. La composizione contrattuale rafforza questa lettura ambivalente, perché fra gli occupati il tempo indeterminato pesa per il 41,1 per cento e l’apprendistato per il 7,2 per cento, mentre il tempo determinato pesa per il 42 per cento e il lavoro domestico, che nel totale vale il 6,5 per cento, assume un rilievo maggiore proprio nel percorso 4, quello più vicino alla logica dell’inclusione sociale e lavorativa; ne deriva che la transizione osservata non è riducibile a precarietà generalizzata, ma neppure coincide con una stabilizzazione diffusa e omogenea.

Figura 1. Composizione contrattuale degli occupati al 31 dicembre 2025. Elaborazione su INAPP, Focus GOL 17/2025, sezione 3, tabella 3.2.
L’osservazione a dodici mesi dalla presa in carico, limitata agli individui entrati nel Programma entro il 31 dicembre 2024, migliora il quadro, perché il 50,6 per cento ha avviato almeno un rapporto di lavoro dipendente nei 365 giorni successivi e il 33,8 per cento ha avviato un rapporto classificabile come stabile, con una incidenza della stabilità fra gli occupati pari al 66,9 per cento. Tuttavia, anche in questo caso, la media aggregata nasconde una struttura fortemente stratificata degli esiti, nella quale il Programma sembra funzionare soprattutto per coloro che, in base all’assessment iniziale, risultavano già più prossimi al mercato del lavoro. Il percorso 1, dedicato al reinserimento lavorativo, registra infatti un tasso di occupazione a dodici mesi del 62,4 per cento e un tasso di occupazione stabile del 43 per cento, mentre il percorso 2 si colloca rispettivamente al 52,2 e al 34,2 per cento; i percorsi 3 e 4, cioè quelli che dovrebbero rappresentare il banco di prova più impegnativo della capacità pubblica di riqualificare e includere, si fermano invece attorno a un quarto degli individui presi in carico per quanto riguarda l’occupazione complessiva e a valori ancora più bassi per l’occupazione stabile. Sociologicamente, questo risultato indica che l’attivazione non opera su soggetti astratti, ma su individui diversamente dotati di capitale umano, reti sociali, salute, disponibilità alla mobilità, esperienze lavorative pregresse e risorse familiari, e che l’intervento pubblico, quando non dispone di strumenti intensivi e personalizzati, tende più facilmente ad accompagnare le disuguaglianze pregresse che a rovesciarle.

Figura 2. Tasso di occupazione e tasso di occupazione stabile a dodici mesi per percorso GOL. Elaborazione su INAPP, Focus GOL 17/2025, sezione 3, tabella 3.3.
Il secondo asse di stratificazione, altrettanto rilevante e forse più decisivo per una lettura del Programma, è quello territoriale, poiché gli stessi dispositivi di presa in carico producono esiti differenti quando sono inseriti in mercati locali del lavoro caratterizzati da diversa densità produttiva, diversa qualità della domanda, diversa capacità di assorbimento delle imprese e diversa forza delle reti intermedie tra servizi, formazione e sistema economico. A dodici mesi dalla presa in carico, il tasso di occupazione passa dal 59,9 per cento nel Nord-Est e dal 55,6 per cento nel Centro al 43,8 per cento nel Sud e Isole, mentre il tasso di occupazione stabile scende dal 42,1 per cento del Nord-Est e dal 38,8 per cento del Nord-Ovest al 26,8 per cento del Mezzogiorno; la distanza è quindi non solo quantitativa, cioè relativa alla probabilità di entrare al lavoro, ma anche qualitativa, perché nel Sud e nelle Isole la quota di stabilità fra gli occupati è sensibilmente più bassa. GOL sembra riuscire a ridurre la distanza tra cittadino e servizio, ma non con la stessa forza la distanza tra cittadino e lavoro stabile, perché quest’ultima distanza dipende da condizioni istituzionali e produttive che eccedono il perimetro del singolo servizio per l’impiego.

Figura 3. Esiti occupazionali a dodici mesi per area geografica, distinti tra occupazione stabile e non stabile. Elaborazione su INAPP, Focus GOL 17/2025, sezione 3, tabella 3.3.
La combinazione tra percorso e territorio mostra con particolare chiarezza il carattere cumulativo degli svantaggi, perché nei percorsi più vicini al mercato del lavoro le differenze territoriali sono presenti ma relativamente contenute, mentre nei percorsi di riqualificazione e inclusione esse diventano profonde e socialmente molto significative. Nel percorso 1 il tasso di occupazione stabile a dodici mesi resta relativamente elevato in tutte le aree, pur con una incidenza della stabilità tra gli occupati più bassa nel Mezzogiorno, mentre nel percorso 3 il tasso di occupazione stabile scende dal 29,5 per cento del Nord-Est al 12,5 per cento del Sud e Isole, e nel percorso 4, cioè nel segmento più esposto alla multidimensionalità della fragilità, arriva all’8,7 per cento nel Mezzogiorno contro valori superiori al 20 per cento nelle aree settentrionali. Questa evidenza suggerisce che la fragilità individuale e la debolezza territoriale non si sommano semplicemente, ma interagiscono, producendo una condizione in cui la politica attiva, anziché compensare pienamente lo svantaggio, rischia di renderlo più visibile attraverso la classificazione amministrativa dei bisogni senza però disporre sempre delle leve necessarie per generare opportunità reali.

Figura 4. Tasso di occupazione stabile a dodici mesi per percorso e area geografica. Elaborazione su INAPP, Focus GOL 17/2025, sezione 3, tabella 3.4.
Gli esiti osservati nei sei mesi successivi alla conclusione della politica attiva più recente consentono di avvicinarsi ulteriormente al rapporto tra intervento erogato e transizione occupazionale, pur restando anche qui all’interno di una logica descrittiva e non causale: tra coloro che hanno concluso una politica attiva entro il 30 giugno 2025, il 39 per cento ha avviato un rapporto di lavoro nei 180 giorni successivi e il 25,4 per cento un rapporto stabile, con una incidenza della stabilità tra gli occupati pari al 65,1 per cento. Anche questo indicatore è fortemente differenziato per area geografica, poiché il tasso di occupazione entro sei mesi raggiunge il 47,9 per cento al Centro e il 45,8 per cento nel Nord-Est, ma scende al 30,5 per cento nel Sud e Isole, dove il tasso stabile si ferma al 17,9 per cento; l’interpretazione più plausibile è che la conclusione formale di una politica attiva non produca di per sé una transizione lavorativa se non incontra un ecosistema locale capace di trasformare orientamento, formazione o accompagnamento in domanda effettiva. Il dato sulla formazione rende questo punto ancora più netto, perché dopo una politica formativa il tasso di occupazione complessivo è pari al 36,6 per cento, ma nel Sud e Isole scende al 21 per cento, con un tasso di occupazione stabile dell’11,4 per cento, mentre nel Nord-Est e nel Centro gli esiti sono prossimi o superiori al 48 per cento per l’occupazione complessiva; ciò significa che il problema del mismatch, soprattutto nei territori deboli, non può essere ridotto a deficit individuale di competenze, poiché la formazione rischia di diventare un investimento a rendimento sociale basso quando non è connessa a traiettorie produttive, fabbisogni verificabili, imprese disponibili ad assumere e dispositivi di accompagnamento post-formativo.

Figura 5. Tasso di occupazione entro 180 giorni dalla conclusione di una politica attiva e di una politica formativa, per area geografica. Elaborazione su INAPP, Focus GOL 17/2025, sezione 3, tabella 3.5.
Il quadro complessivo che emerge dai dati non autorizza un giudizio univoco, perché GOL non appare né come un fallimento né come una riforma già compiuta: produce occupazione, e in molti casi occupazione contrattualmente stabile, ma lo fa in modo selettivo, lungo linee che coincidono in larga misura con le disuguaglianze di partenza. La metafora più adeguata non è quella del ponte, che trasferisce linearmente il soggetto dalla disoccupazione al lavoro, ma quella del filtro istituzionale, che intercetta, profila, orienta e in parte accompagna, lasciando tuttavia che le opportunità finali siano ancora fortemente determinate dalla posizione del beneficiario nella stratificazione sociale e dal contesto territoriale nel quale la politica viene attuata. Il punto, dunque, non è stabilire se GOL sia semplicemente buono o cattivo, ma riconoscere che esso rappresenta una infrastruttura pubblica necessaria e insieme insufficiente: necessaria perché amplia la capacità dello Stato di incontrare i disoccupati e di rendere visibili bisogni, profili e percorsi; insufficiente perché questa capacità amministrativa non basta, da sola, a modificare la distribuzione reale delle opportunità lavorative, soprattutto per chi cumula bassa occupabilità, lunga distanza dal lavoro, vulnerabilità sociale e appartenenza a territori con domanda debole.
Sul piano delle implicazioni di policy, la lettura degli esiti occupazionali suggerisce almeno quattro direzioni. La prima è distinguere con maggiore rigore tra output, outcome e impatto, evitando che il raggiungimento dei target PNRR venga confuso con la dimostrazione dell’efficacia sociale della riforma. La seconda è rafforzare i percorsi 3 e 4 con interventi più intensivi, personalizzati e prolungati, nei quali formazione, servizi sociali, salute, conciliazione, mobilità, tutoraggio e accompagnamento dopo l’inserimento non siano componenti accessorie, ma condizioni strutturali dell’intervento. La terza è spostare una parte dell’attenzione dalla sola occupabilità dell’offerta alla costruzione della domanda, soprattutto nei territori deboli, perché non esiste politica attiva efficace senza imprese, filiere, soggetti intermedi e amministrazioni locali capaci di produrre occasioni di lavoro coerenti con i percorsi attivati. La quarta è arricchire la nozione di esito, poiché la stabilità formale del contratto, pur importante, dovrebbe essere integrata con indicatori di durata effettiva, retribuzione, orario, coerenza tra competenze e mansione, continuità della carriera e sostenibilità sociale dell’inserimento.
In conclusione, il monitoraggio INAPP mostra che GOL ha messo in movimento il sistema delle politiche attive, ma non ha ancora cambiato in profondità la struttura delle opportunità; la sua capacità di generare occupazione è reale, ma socialmente e territorialmente selettiva, perché funziona meglio dove le persone sono già più vicine al lavoro e dove il mercato locale dispone di maggiore capacità di assorbimento, mentre resta fragile proprio nei luoghi e per i soggetti per i quali una riforma delle politiche attive sarebbe più necessaria. In questa prospettiva, GOL produce attivazione, ma non ancora mobilità sociale robusta; produce servizi, ma non sempre opportunità; produce occupazione, ma non ancora una piena infrastruttura di inclusione lavorativa capace di compensare le fratture profonde del mercato del lavoro italiano.
Nota metodologica: i valori riportati sono rielaborazioni descrittive dei dati INAPP disponibili nelle tabelle della sezione 3; l’occupazione stabile è assunta secondo la definizione adottata nella nota di monitoraggio, basata sulla natura contrattuale del rapporto avviato, e non deve essere interpretata come misura della permanenza effettiva nel lavoro nel periodo successivo. Gli indicatori descrivono associazioni temporali successive alla presa in carico o alla conclusione delle politiche attive, non effetti causali netti attribuibili al Programma.
Francesco Seghezzi
Presidente ADAPT
@francescoseghezz
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