La scelta del MIT di non sostituire i ricercatori

Interventi ADAPT

| di Anna Saioni

L'intelligenza artificiale può sostituire i ricercatori in formazione? La Relazione del MIT sull'uso dell'IA nell'università risponde che il processo formativo si sviluppa prima di tutto dentro le relazioni, fatte di confronto, di dubbio condiviso, mentori e colleghi. Si propone una lettura critica del documento e una riflessione a confronto con la bozza di decreto legislativo italiano sull'IA.

Alcuni docenti del Massachusetts Institute of Technology (MIT) stanno valutando la possibilità di usare agenti di intelligenza artificiale anziché assumere ricercatori.

È quanto emerge dalla Relazione della Commissione istituita ad hoc del MIT sull’uso dell’intelligenza artificiale nell’insegnamento, nell’apprendimento e nella ricerca. L’Istituto, leader nei settori delle scienze, dell’ingegneria e della tecnologia, nel cercare di regolare l’uso dell’intelligenza artificiale (IA) all’interno dei propri corsi di studio, si è trovato così a interrogarsi sul significato e sul valore dell’istruzione in un contesto profondamente modificato dagli strumenti tecnologici.

Il documento, come altri (si pensi ad esempio al documento di policy pubblicato dall’Università di Chicago, vedi A. Saioni, Fare università nell’era dell’IA: l’urgenza di una visione, in Bollettino Adapt del 27 luglio 2026), nasce dal confronto diretto tra studenti, docenti ed esperti, e ripercorre gli usi dell’IA generativa da parte di professori e allievi. 

Tali documenti, ad avviso di chi scrive, non sono solamente una lunga lista di regole per studenti e insegnanti dei singoli istituti, ma propongono una visione a lungo termine su quello che dovrebbe essere il nuovo patto formativo.

La premessa è condivisibile: l’IA sta cambiando ciò che gli allievi devono sapere e saper fare. Su tale presupposto si innestano gli otto principi guida (prima parte del documento), a cui si ispirano le Raccomandazioni pratiche (seconda parte della Relazione), distinte in misure a breve e lungo termine. Tre sono le principali aree di intervento individuate.

La prima riguarda il processo educativo, che si raccomanda sia governato attraverso una didattica più esperienziale, non fondata solamente su compiti scritti e voti, ma su esami orali, sulla creazione di portfolio e su feedback in tempo reale. In modo provocatorio, la Commissione arriva persino a valutare la possibile eliminazione di un sistema basato solo sul riconoscimento di un punteggio alle prove.

A questa segue l’indicazione di mettere al centro la comunità e l’esperienza residenziale, ossia un percorso che stimoli il confronto. Qui si annida la sfida più complessa perché, come riconosce il MIT, non è certo che i nuovi studenti ne apprezzeranno il valore. Per questo si insiste sulla creazione di una cultura condivisa con gli studenti (e si rispecchia nella scelta di coinvolgerli nella redazione delle policy e linee guida), attenta ai legami sociali e al benessere personale. Come modelli, i docenti sono qui chiamati a dare l’esempio sull’uso dell’IA responsabile, efficace ed etico.

Infine, si caldeggia la creazione di team, processi e strumenti (come comitati di monitoraggio specifici o IA di dipartimento), volti al miglioramento continuo dell’esperienza didattica e di apprendimento.

In ogni area si richiama costantemente un principio: “puntare sull’umanità”. Il relativo breve paragrafo pone una domanda «Qual è lo scopo per cui stiamo qui insieme?». Tale questione (ri)permette di riflettere su cosa significa insegnare e cosa significa apprendere. I due processi, distinti ma inevitabilmente intrecciati, inducono a una considerazione profonda, spingendo a pensare il processo di apprendimento come altro rispetto al mero passaggio di contenuti nozionistici o alla produzione di saggi. Se il processo formativo fosse solo questo sarebbe senza dubbio più veloce, efficiente ed economico delegare i lavori all’IA piuttosto che a un apprendista. L’IA, rendendo così il costo-opportunità della formazione visibile e misurabile, finirebbe per accreditare l’idea che è possibile sostituire del tutto insegnanti, mentori, colleghi, collaboratori.

Sebbene la ricerca sia centrale nella missione delle Università, il fine non può limitarsi alla produzione di contributi, ma deve essere la formazione delle prossime generazioni di ricercatori, volta alla progressione nei rispettivi campi di indagine. Tale progressione, sembra affermare il documento, non consiste in un ragionamento perfetto, non è fermezza e certezza di argomentazioni, anzi, è proprio l’imperfezione che riesce ad aprire spiragli al confronto costruttivo.

Ed è il confronto che uno strumento di IA non offre, in quanto pensato e ideato per dare la risposta più plausibile, piuttosto che coltivare il dubbio. L’IA porta a uno studio individuale, che può arrivare a far pensare, come riporta il MIT, che la relazione umana sia irrilevante nella formazione.

Continuare oggi e in futuro a puntare sull’apprendimento vuol dire creare un nuovo contratto (e contatto) sociale tra docenti e studenti e ragionare sulla sua causa formativa

Lo spazio che si apre per l’IA è quindi diverso: non automazione, ma supporto. Tanti possono essere in questa prospettiva i suoi benefici, come insegnamenti personalizzati, il superamento di possibili difficoltà linguistiche, strumenti di sostegno alle persone con disabilità. La Relazione riporta la riflessione di tre economisti (Daron Acemoglu, David Autor e Simon Johnson) per cui si dovrebbe sviluppare un’IA che consenta alle persone di essere «più efficaci nei compiti che già svolgono, di affrontare nuovi compiti e di acquisire nuove competenze».

Questo apre le porte in Italia al nuovo contratto formativo tra istituti formativi, docenti e studenti. Ed è proprio la parola “formazione” che compare frequentemente nella recente bozza di decreto legislativo di adeguamento della normativa nazionale al Regolamento europeo sull’IA (sul punto si rimanda a F. Seghezzi, M. Tiraboschi, Innovare ed educare, avanti insieme, in Bollettino Adapt del 27 luglio 2026). È qui che il legislatore italiano si sta concentrando: sul formare le competenze sull’utilizzo dell’IA (gli artt. 43, 44 e 45 prevedono, ad esempio, la formazione e l’alfabetizzazione degli studenti, elencando i contenuti minimi da garantire). Sicuramente è importante garantire la giusta alfabetizzazione degli allievi. Tuttavia, professori e ricercatori compaiono come supporti alle attività di alfabetizzazione, non come fulcro del processo formativo (o, tantomeno, destinatari a loro volta di specifica formazione).  Rimane dunque da chiarire – e sembra essere questo uno spazio riservato alle Università, istituti ed enti di formazione – cosa richieda e a chi il patto formativo.

Anna Saioni

Apprendista di ricerca ADAPT