Innovare ed educare, avanti insieme*
| di Francesco Seghezzi, Michele Tiraboschi
La bozza di decreto di attuazione dell’AI Act estende l’intelligenza artificiale ai principali ambiti della formazione, ma rischia di affrontare la sfida con un approccio prevalentemente regolatorio. Più che introdurre nuovi moduli e obblighi, occorre ripensare il significato dell’esperienza educativa, valorizzando il ruolo di docenti, studenti e famiglie in un contesto in cui l’IA trasforma profondamente il modo di apprendere.
La prima domanda che l’intelligenza artificiale (IA) dovrebbe porre a chi ha oggi la responsabilità di indirizzo politico e istituzionale del sistema scolastico e di quello universitario non riguarda la tecnologia, ma l’educazione. È pertanto una buona notizia che la bozza di decreto legislativo di adeguamento della normativa nazionale al Regolamento europeo sull’IA riconosca che scuola, università e altri ambiti formativi non possano restare fuori dal governo dell’IA. Sarebbe in effetti riduttivo trattare questa tecnologia solo come materia di mercato, sicurezza, trasparenza e tutela dei diritti fondamentali. Lo stesso AI Act europeo, di cui il decreto intende disciplinare gli aspetti di competenza nazionale, parla di alfabetizzazione in materia di IA per fornitori e utilizzatori professionali dei sistemi.
La bozza italiana non si ferma però qui e prova ad allargare il campo, portando l’IA nella formazione degli studenti e dei docenti, nell’alfabetizzazione digitale degli adulti, nella riqualificazione professionale, nella pubblica amministrazione, nella sanità, nelle professioni. L’intento è comprensibile, perché una tecnologia che modifica il rapporto con il sapere, con il lavoro, con la decisione e con l’autorità non può essere governata solo con procedure di conformità. Il rischio però è tradurre tutto questo in una architettura troppo larga, un elenco di buone intenzioni ma povera di strumenti reali.
Prendiamo, ad esempio, quanto emerge negli articoli del decreto dedicati a scuola, università e formazione. Si parla di attività formative sull’intelligenza artificiale, educazione civica digitale, uso responsabile e consapevole, implicazioni etiche e sociali, moduli STEAM, aggiornamento dei docenti, valutazione critica delle informazioni, privacy, sicurezza, progettazione didattica innovativa. Tutte azioni, sulla carta, condivisibili ma che difficilmente producono una vera politica educativa e che, soprattutto, possano realisticamente incidere sulla didattica e cioè la relazione tra docente e studenti. Il decreto offre strumenti di compliance e policy istituzionali o normativa ma lascia completamente sullo sfondo il nodo ultimo del problema odierno che riguarda la sfida educativa che l’IA pone al sistema scolastico e universitario e ai veri protagonisti che sono i docenti, gli studenti e le famiglie. È tema di una alleanza educativa per l’era digitale di cui ha parlato Papa Leone nella recente enciclica è del tutto assente; eppure, è da lì che si deve partire per costruire le giuste fondamenta proprio perché l’interrogativo che l’IA solleva è radicale, “perché ogni tecnologia educa chi la utilizza”.
Non si tratta solo di ripensare programmi di studio pensati per un’altra epoca, ma riflettere sulla presenza in aula, sul metodo di studio, sulla valutazione, sulla verifica della conoscenza al tempo dell’IA. Come valutare ciò che rimane vero quando tutti possono produrre un elaborato formalmente impeccabile e manipolare la realtà? Nella bozza di decreto l’IA viene invece trattata come un contenuto da aggiungere ai curricoli o come uno strumento da integrare nella didattica come se il sistema educativo fosse già solido, già attrezzato, già capace di assorbire questa trasformazione. Al contrario oggi l’urgenza è accompagnare il sistema scolastico, e soprattutto le persone che lo animano, a comprendere di nuovo il cuore dell’esperienza educativa laddove esistono oggi risposte, sintesi, traduzioni, immagini, esercizi, soluzioni immediatamente disponibili. La stessa alfabetizzazione relativamente agli strumenti è importante, ma solo successivamente a un nuovo disegno dei processi educativi.
Anche l’attenzione per silos, cioè per singoli “capitolo”, che il decreto dedica ai diversi ambienti di apprendimento e formazione appare superato. L’IA rende definitivamente supera la distinzione tra scuola, università, formazione continua e lavoro. L’apprendimento diventa permanente, distribuito e intrecciato con la vita delle persone e con l’attività lavorativa. L’IA non è quindi una disciplina in più, come l’educazione civica o l’informatica. È un cambiamento dell’ambiente nel quale oggi si apprende. Per questo il suo l’impatto non chiede alla scuola e alla università, semplicemente, di definire codici di condotta e di insegnare una nuova tecnologia. Chiede di riscoprire ciò che nessuna tecnologia potrà sostituire: la capacità di educare al giudizio, alla responsabilità, alla ricerca del vero. Se il processo normativo di elaborazione del decreto riuscirà a favorire questo ripensamento, avrà colto il cuore della sfida. Se invece si limiterà ad aggiungere moduli, linee guida e obblighi formativi, rischierà di governare la tecnologia senza aver compreso il cambiamento educativo che essa impone.
Bollettino ADAPT 27 luglio 2026, n. 29
Presidente ADAPT
Professore Ordinario di diritto del lavoro
Università di Modena e Reggio Emilia
*Articolo pubblicato anche su Avvenire, il 23 luglio 2026
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