La crisi inflattiva e il reale peso degli stipendi*

Interventi ADAPT, Mercato del lavoro

| di Francesco Seghezzi

Lavoro, salari e inflazione: il rallentamento dell’occupazione riapre la questione salariale italiana. I dati Istat mostrano meno occupati, più inattivi e un mercato del lavoro sempre più fragile, soprattutto per i giovani. La crisi inflattiva accentua il problema del lavoro povero e mette al centro non solo i salari nominali, ma la qualità e la continuità dell’occupazione, rilanciando il ruolo della produttività e della contrattazione territoriale.

Il mercato del lavoro italiano rallenta e questa dinamica, che per mesi è stata letta come una fisiologica normalizzazione dopo la crescita occupazionale degli ultimi anni, oggi assume un significato diverso. Si colloca infatti all’inizio di una crisi inflattiva che rischia di erodere ulteriormente il potere d’acquisto dei salari, già indebolito duramente negli ultimi anni. I dati Istat di marzo segnalano che nell’ultimo anno gli occupati sono diminuiti di 30mila unità, mentre gli inattivi sono aumentati di 351mila. La disoccupazione scende al 5,2%, ma il dato rischia di essere fuorviante: i disoccupati diminuiscono non perché aumentano gli occupati, ma perché una parte della popolazione esce dal mercato del lavoro. Allo stesso tempo, quindi, diminuisce l’occupazione e cresce l’area di chi non lavora e non cerca lavoro. Il tasso di occupazione resta fermo al 62,4%, mentre quello di inattività sale al 34,1%; tra i giovani il segnale è netto, perché nella fascia 15-24 anni gli occupati calano di 34mila unità in un mese e di 141mila in un anno, con un tasso di inattività all’80,1%. Non siamo davanti a un crollo, ma a un indebolimento che arriva dopo una stagione nella quale l’aumento degli occupati aveva nascosto problemi irrisolti.

Questo scenario rende più urgente affrontare la questione salariale, evitando di ridurla a una soglia o a una contrapposizione tra salario minimo legale e contrattazione collettiva. I bassi salari italiani vengono spesso raccontati come l’effetto di un solo fattore, individuato nei ritardi dei rinnovi, nei contratti pirata, nella debolezza della produttività o nella mancanza di una soglia legale. Tutti questi elementi esistono e pesano, ma nessuno, preso isolatamente, spiega perché in Italia si lavori spesso con redditi insufficienti. La vera questione salariale non riguarda soltanto il salario orario, ma il reddito da lavoro nel suo complesso, e quindi la quantità di lavoro svolta nell’anno, la continuità dei rapporti, il numero di ore lavorate, la possibilità di crescere professionalmente, la presenza o meno di contrattazione aziendale o territoriale, la produttività dei settori e delle imprese. Due lavoratori coperti dallo stesso contratto possono avere condizioni diverse se uno lavora a tempo pieno e l’altro alterna contratti brevi, inattività e part time involontario. Per questo il lavoro povero può nascere anche dentro rapporti regolari quando questi sono discontinui e poveri di ore e di prospettive. La crisi inflattiva ha aggravato questa dinamica perché ha colpito più rapidamente di quanto i contratti siano riusciti a recuperare. Anche dove i rinnovi sono arrivati, spesso lo hanno fatto in ritardo rispetto ai prezzi, mentre molti lavoratori hanno continuato a perdere potere d’acquisto, soprattutto se giovani, donne, discontinui o occupati nei settori a bassa produttività. Il problema non è soltanto aumentare i salari nominali, ma ricostruire condizioni economiche e organizzative per salari reali più solidi, oltre a far crescere l’occupazione che resta al livello più basso in Europa.

Occorre allora agire su più piani. Il primo è quello della partecipazione, perché un Paese nel quale aumentano gli inattivi, che già sono a livelli record, disperde capitale umano e restringe la propria base produttiva. Servono politiche capaci di riportare le persone nel mercato del lavoro attraverso orientamento, formazione, servizi e conciliazione, pensiamo soprattutto al rafforzamento del sistema duale. Il secondo è quello della qualità del lavoro, perché la discontinuità diventa un problema salariale quando produce redditi annui troppo bassi anche in presenza di minimi rispettati. Il terzo è quello della produttività, perché senza investimenti, innovazione organizzativa e competenze la redistribuzione resta fragile. Il quarto, decisivo, è quello della contrattazione. Il contratto nazionale resta fondamentale per garantire tutele comuni e impedire dumping salariale, ma non può da solo governare tutte le dimensioni che determinano reddito e qualità del lavoro. Serve una contrattazione decentrata più diffusa, capace di intervenire su premi, welfare, orari, formazione e organizzazione. Questo richiede di uscire dall’idea che la contrattazione aziendale sia sufficiente, perché raggiunge soprattutto le imprese più strutturate, e aprire un vero cantiere di contrattazione territoriale in tutti i settori.

Bollettino ADAPT 18 maggio 2026, n. 19

Francesco Seghezzi
Presidente ADAPT
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*Articolo pubblicato anche su Il Sole 24 Ore il 13 maggio 2026