Il CCNL intersettoriale manifatturiero Cifa-Confsal: innovazione contrattuale, marketing associativo o ricerca di una nuova legittimazione politica dopo il decreto 62/2026?
Interventi ADAPT, Relazioni industriali
| di Michele Tiraboschi
Il nuovo CCNL intersettoriale Cifa-Confsal per la manifattura apre un dibattito sul futuro delle relazioni industriali italiane. Tra innovazione contrattuale, marketing associativo e ricerca di legittimazione nel quadro del decreto sul “salario giusto”, il contratto punta a rappresentare la piccola manifattura frammentata. Restano però dubbi sulla reale rappresentatività numerica e sulla capacità di trasformare l’ambizione progettuale in una concreta crescita di imprese e lavoratori aderenti.
La sottoscrizione, lo scorso 20 maggio 2026, del nuovo CCNL intersettoriale manifatturiero da parte di Cifa Italia, Confsal e Confsal FederLavoratori rappresenta una vicenda che merita di essere osservata con attenzione per il suo possibile significato sistemico dentro l’attuale trasformazione delle relazioni industriali italiane.
Letto superficialmente, il nuovo contratto potrebbe apparire come l’ennesimo episodio della proliferazione contrattuale che da anni accompagna il dibattito sui cosiddetti contratti minori. Una lettura più attenta e scevra da pregiudiziali suggerisce, invece, un quadro più complesso, nel quale si intrecciano almeno tre dimensioni diverse: una possibile innovazione della tecnica contrattuale, una sofisticata operazione di marketing associativo e una evidente ricerca di legittimazione politica e istituzionale dentro il nuovo scenario aperto dal decreto-legge n. 62/2026 sul “salario giusto”.
Il comunicato diffuso dalle organizzazioni stipulanti è già di per sé rivelatore dell’ambizione dell’operazione. Il contratto viene presentato come una piattaforma regolativa unitaria per 17 comparti della manifattura, costruita attorno a una architettura duale: una parte generale comune accompagnata da una serie di sezioni settoriali dedicate alle specificità produttive. L’obiettivo dichiarato è “superare la frammentazione del sistema contrattuale manifatturiero”, garantendo un nucleo uniforme di diritti, welfare e tutele e, al contempo, valorizzando le peculiarità organizzative e professionali dei diversi comparti.
È una impostazione che merita attenzione perché rompe, almeno parzialmente, una delle grandi matrici storiche del sistema sindacale italiano come ampiamente illustrato nella manualistica di riferimento: il principio categoriale verticale e la centralità del contratto nazionale di categoria (settore).
Storicamente, a differenza di non pochi altri Paesi, la contrattazione collettiva italiana si è infatti organizzata attorno al settore merceologico come unità fondamentale della regolazione del lavoro. Ogni categoria ha costruito il proprio contratto nazionale, il proprio sistema di classificazione economica e inquadramento contrattuale dei lavoratori, il proprio equilibrio salariale e il proprio sistema di relazioni sindacali.
Il nuovo contratto intersettoriale sembra muoversi lungo una logica differente. Non più la categoria produttiva storica, come unità esclusiva della regolazione determinata dal relativo campo di applicazione (c.d. categoria contrattuale), ma una piattaforma manifatturiera integrata, capace di accorpare comparti differenti dentro una unica infrastruttura giuridica e istituzionale, che poi concede spazi di differenziazione e adattività regolativa funzionali alle specificità dei sottosettori dentro quella stessa cornice unitaria.
È un passaggio teoricamente rilevante perché appare coerente con le trasformazioni profonde del capitalismo manifatturiero contemporaneo: integrazione delle filiere, convergenza tecnologica, contaminazione tra produzione e servizi, digitalizzazione, frammentazione organizzativa delle PMI. Da questo punto di vista, il nuovo contratto, che copre esattamente una delle 22 sezioni del sistema di classificazione dell’economia degli Ateco e attorno a cui ruota anche il nuovo Archivio nazionale dei contratti e degli accordi collettivi di lavoro, potrebbe essere interpretato come il tentativo di costruire una sorta di meta-categoria manifatturiera, più coerente con la struttura reticolare delle supply chain e delle filiere contemporanee che con la vecchia segmentazione fordista dell’industria.
Non solo. Il contratto intersettoriale pare rappresentare anche una risposta alla crescente esigenza di razionalizzazione organizzativa e finanziaria della rappresentanza, in un contesto nel quale la manutenzione di una pluralità di CCNL settoriali distinti comporta costi crescenti e difficilmente sostenibili anche per i sistemi associativi storici.
Ma qui emerge immediatamente il primo problema analitico. Perché la portata innovativa della tecnica contrattuale deve essere misurata con la consistenza reale della rappresentanza. E i numeri oggi disponibili raccontano una realtà molto diversa dalla dimensione evocata dal comunicato. Secondo i dati Uniemens, relativi ai CCNL Cifa-Confsal attualmente applicati nella manifattura, la base di copertura appare infatti estremamente contenuta. I CCNL firmati da queste due sigle, complessivamente considerate, si applicano in sole 225 imprese per un numero totale di 1.264 lavoratori (metalmeccanici: 72 aziende e 409 dipendenti; chimica, vetro, gomma e plastica: 76 aziende e 351 dipendenti; alimentare: 47 aziende e 340 dipendenti; panificazione/alimentari PMI: 27 aziende e 159 dipendenti; altri comparti con numeri residuali o nulli).
Il dibattito recente sulle retribuzioni degli italiani e i criteri per l’individuazione dei contratti sottoscritti dagli attori datoriali e sindacali comparativamente più rappresentativi ha evidenziato, come noto, una ancora marcata (e ingiustificata) diffidenza verso il dato della applicazione tra lavoratori e imprese di un determinato contratto collettivo, quale indice (assieme ad altri parametri) di rappresentatività di chi lo firma. Eppure, i dati Uniemens, oltre ad essere affidabili, sono eloquenti e dicono molto della rappresentanza di chi firma contratti collettivi.
Il solo contratto dei metalmeccanici Federmeccanica-Assistal interessa quasi un 1.750.000 lavoratori e oltre 60.000 aziende. I grandi contratti della chimica, del tessile o dell’alimentare operano su basi dimensionali incomparabili. Sotto il profilo strettamente quantitativo, dunque, la risposta alla domanda sulla rappresentatività è relativamente semplice: Cifa e Confsal non rappresentano oggi la manifattura italiana in senso sistemico e tantomeno in senso numerico. Non dispongono cioè neppure di un minimo radicamento nel sistema di contrattazione collettiva della manifattura, della diffusione territoriale e della capacità di coordinamento industriale tipiche dei grandi attori storici delle relazioni industriali italiane.
Ma proprio qui si annida il rischio di una interpretazione semplicistica. Perché probabilmente l’operazione non va letta come un tentativo di contendere il terreno ai grandi sistemi confederali dell’industria italiana. Sarebbe un errore immaginare questo contratto come una alternativa al modello Federmeccanica o Federchimica.
La vera partita sembra una altra come ha dimostrato in maniera esemplare il successo del fondo interprofessionale per la formazione continua Fonarcom, promosso proprio da Cifa Italia e Confsal nel lontano 2005, con una operazione analoga a quella attuale.
Fonarcom oggi ha conquistato il primato tra i fondi autorizzati dal Ministero del lavoro per numero di singole imprese aderenti operando prevalentemente nella area della microimpresa (pari all’84,5 per cento delle imprese che aderiscono a questo fondo) e con una penetrazione nella manifattura pari al 15 per cento del totale di questo macro settore Ateco.
È evidente allora che l’operazione in parola ha come vero obiettivo quello di offrire una piattaforma non solo regolativa ma anche di servizio per quel mondo frammentato di piccole e micro-imprese che fatica sempre più a riconoscersi nelle grandi categorie industriali tradizionali e che certamente auspica assetti regolatori più flessibili e costi contrattuali inferiori rispetto a quelli della media e grande industria. Il nuovo contratto non parla certamente alla manifattura “core”, ma a una manifattura diffusa e dispersa: contoterzisti e subfornitori, micro-filiere, aziende ibride, imprese multiattività e altri soggetti produttivi a debole identità categoriale.
È qui che l’operazione rivela una sua precisa razionalità non solo economica ma anche organizzativa ed operativa. Con numeri così ridotti, mantenere una pluralità di contratti separati per ciascun settore sarebbe difficilmente sostenibile sul piano politico, economico ed organizzativo. L’accorpamento multisettoriale consente, per contro, di sommare basi applicative disperse, costruire massa critica simbolica, aumentare visibilità istituzionale e soprattutto rafforzare bilateralità, welfare e i servizi integrati offerti alle imprese partendo dalla enorme piattaforma costruita negli anni attraverso il canale della formazione finanziata. Ed è probabilmente qui che il contratto smette di essere soltanto uno strumento di regolazione del lavoro per diventare anche una sofisticata operazione di marketing associativo.
La bilateralità, da questo punto di vista, assume un ruolo centrale. Non è più un elemento accessorio, ma il cuore economico-organizzativo del sistema di rappresentanza. Il contratto collettivo tende così a trasformarsi in una infrastruttura organizzativa che opera ben oltre il rapporto salariale tradizionale.
È precisamente in questa prospettiva che il nuovo CCNL intersettoriale della manifattura deve essere letto anche dentro il quadro aperto dal decreto-legge n. 62/2026 sul “salario giusto”. Se il decreto n. 62/2026 sposta il sistema verso trasparenza, monitoraggio retributivo e valorizzazione dei contratti comparativamente più rappresentativi, allora i soggetti minori sono chiamati a dimostrare non solo di esistere, mediante il deposito del contratto nell’Archivio del CNEL, ma di possedere una funzione regolativa credibile. Il decreto-legge n. 62/2026 sembra infatti segnare il passaggio da un sistema di legittimazione prevalentemente volontaristico e autoreferenziale della contrattazione collettiva a un modello nel quale la credibilità del contratto tende progressivamente a dipendere da indicatori pubblici di effettiva rappresentatività, applicazione e adeguatezza salariale
Il contratto intersettoriale sembra in effetti anche documentare la ricerca di una rinnovata legittimazione politica dentro il nuovo assetto istituzionale della rappresentanza e della contrattazione collettiva che il decreto n. 62/2026 contribuisce ad accelerare. L’obiettivo appare duplice. Da un lato evitare che i contratti Cifa-Confsal vengano percepiti come una galassia frammentata di CCNL periferici e irrilevanti. Dall’altro lato presentarsi come soggetto ordinatore di un nuovo modello di regolazione della piccola manifattura.
Il nuovo contratto diventa così non solo assetto regolatorio della domanda e della offerta di lavoro per la microimpresa italiana ma anche dispositivo reputazionale e strumento di accreditamento istituzionale.
Naturalmente resta aperto il problema decisivo della credibilità. Un contratto multisettoriale diventa realmente sistema non solo se garantisce trattamenti economici adeguati, ma anche se produce una crescita consistente della base applicativa tra imprese e lavoratori.
Oggi questa dimensione operativa del nuovo contratto è ovviamente ancora tutta da verificare. La sproporzione tra ampiezza della narrazione e consistenza numerica effettiva di questi attori della rappresentanza nella manifattura (come anche nel terziario dove è già stato creato un CCNL intersettoriale simile) rimane allo stato molto forte.
Sarebbe tuttavia un clamoroso errore sottovalutare la vicenda perché il nuovo CCNL intersettoriale Cifa-Confsal segnala almeno tre fenomeni reali: la crisi dei tradizionali perimetri categoriali; la crescente difficoltà delle grandi relazioni industriali a rappresentare la manifattura frammentata e la microimpresa; la trasformazione della contrattazione collettiva in infrastruttura organizzativa semplificata del mercato del lavoro e dei servizi alle imprese.
La questione vera, allora, non è semplicemente se questo contratto sia un elenco di buone intenzioni e poco altro. La questione più interessante, rispetto a una rappresentanza storica e tradizionale che ancora si azzanna sui perimetri contrattuali e dove le operazioni di aggregazione sono l’eccezione (pensiamo al CCNL logistica, trasporto merci e spedizione che aggrega ben 24 sigle datoriali), è infatti quale trasformazione del capitalismo manifatturiero italiano rende oggi possibile – e forse persino funzionale – una operazione di questo tipo.
È probabilmente qui che si giocherà il futuro dell’esperimento avviato da Cifa e Confsal. Perché il banco di prova non sarà l’operazione di legittimazione politica a mezzo stampa ma la crescita reale della copertura e l’attrattività per la piccola impresa mediante sistemi bilaterali e prestazioni di welfare meno burocratici e lenti di quelli offerti dalla rappresentanza tradizionale che opera necessariamente, per la natura dei soggetti istitutivi, con logiche più politico-istituzionali che di mero servizio. Solo allora sarà infatti possibile capire se questo nuovo CCNL intersettoriale manifatturiero rappresenti una innovazione contrattuale autentica, una sofisticata strategia di marketing associativo oppure una tardiva ricerca di legittimazione politica dentro il nuovo assetto giuridico istituzionale del decreto-legge 62/2026 che rilancia la centralità delle associazioni storiche del sindacalismo e della imprenditoria italiana.
L’esperienza del fondo Fonarcom sta quanto meno a dimostrare che margini operativi per raggiungere l’obiettivo dichiarato di certo non mancano. Se, nel complesso, le aziende che applicano contratti nazionali riconducibili ai sistemi di relazioni industriali Cifa e Confsal sono solo 2.592 (per un totale di 13.772 lavoratori) le aziende aderenti al loro fondo per la formazione continua sono oggi ben 158.517 (per un totale di 1.286.555) con un tasso di incidenza dei lavoratori aderenti al fondo rispetto ai lavoratori coperti da CCNL del sistema pari al 9342% (vedi ADAPT, I fondi paritetici interprofessionali per la formazione continua venticinque anni dopo: bilancio e rilancio di una esperienza,dicembre 2025).
Professore Ordinario di diritto del lavoro
Università di Modena e Reggio Emilia
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