Innovazione e IA, il cambiamento del lavoro richiede la mediazione*
Interventi ADAPT, Mercato del lavoro
| di Francesco Seghezzi, Michele Tiraboschi
La diffusione dell’intelligenza artificiale nel lavoro viene spesso raccontata come un processo inevitabile e lineare, ma questa lettura è riduttiva. Il lavoro resta un fatto sociale, fatto di relazioni, competenze e responsabilità, non solo di mansioni tecniche. L’impatto delle tecnologie dipende da scelte organizzative e istituzionali. Senza adeguate mediazioni, il rischio è che prevalgano logiche di efficienza che incidono su autonomia, qualità e significato del lavoro.
Registriamo una narrazione del rapporto tra lavoro e intelligenza artificiale che, per quanto oggi dominante, rischia di essere non solo fuorviante ma a lungo andare anche pericolosa: trattarlo cioè come un processo lineare, inevitabile, quasi naturale. Prima arriva la tecnologia, poi il lavoro si adegua e, chi non si adegua, è destinato a soccombere. Prima l’innovazione, poi, come conseguenza obbligata, cambiano competenze, mestieri, organizzazione del lavoro e il modo stesso di fare impresa.
È una lettura che ha il pregio della semplicità, ma il limite di cancellare ciò che è essenziale per una comunità di persone, ossia che il lavoro non è un oggetto tecnico, è un fatto sociale che dialoga con elementi complessi come gli assetti giuridico-istituzionali, i modelli organizzativi e, soprattutto, la libertà delle persone. Per questo parlare di intelligenza artificiale e lavoro significa, prima di tutto, interrogarsi su che cosa è stato il lavoro nella storia dell’umanità e su cosa potrà essere anche in futuro. Perché la storia ci ricorda che il lavoro non è solo un insieme di mansioni, ma, prima di tutto, un luogo in cui si costruiscono identità, competenze, responsabilità e riconoscimento. È dentro il lavoro che si sedimentano saperi pratici, si definiscono ruoli e modelli sociali, si costruiscono relazioni, comunità e reti di protezione. Il lavoro ha cioè una essenziale valenza antropologica. Pensare che tutto questo possa essere semplicemente “riorganizzato” dalla tecnologia, senza che altri fattori intervengano, equivale a ignorarne la natura.
Il punto, allora, non è negare che l’intelligenza artificiale stia cambiando i processi economici e produttivi, ma capire cosa c’è davvero in gioco dentro questa nuova grande trasformazione. Il primo elemento da guardare è il fatto che non esiste una sola direzione di questa trasformazione perché le tecnologie non operano nel vuoto: si innestano su organizzazioni, istituzioni, culture professionali, sistemi di relazioni industriali e paradigmi della divisione tecnica e sociale del lavoro. A seconda di come questi elementi reagiscono, la stessa tecnologia può produrre effetti molto diversi. Se guardiamo al lavoro solo come a un insieme di attività scomponibili e ottimizzabili, l’intelligenza artificiale apparirà inevitabilmente come uno strumento di sostituzione o di compressione. Se invece consideriamo il lavoro nella sua dimensione relazionale, culturale e professionale, emerge un’altra possibilità: quella di una tecnologia che modifica i compiti senza svuotarne la professionalità, che supporta il giudizio invece di eliminarlo, che riorganizza i processi e i relativi rapporti di potere senza dissolvere le responsabilità. È qui che il determinismo tecnologico mostra tutti i suoi limiti e si aprono spazi di azione per imprese, sindacati e istituzioni.
Non perché la tecnologia non conti, ma perché non decide da sola. Scelte organizzative, modelli d’impresa, qualità della formazione e spazi di contrattazione e partecipazione sono fattori che possono orientare l’impatto delle innovazioni. Senza queste mediazioni, la tecnologia tende a seguire la strada più semplice: standardizzare, frammentare, accentrare ed eliminare ciò che è considerato superfluo.
In questo senso, la discussione sull’intelligenza artificiale non può essere ridotta a una questione di competenze. Il tema riguarda il modo in cui una società decide di organizzare il lavoro e attribuirgli valore: il rapporto tra autonomia e controllo, tra sapere dei mestieri e algoritmi, tra responsabilità e automazione. È su questo terreno che torna centrale il ruolo della rappresentanza e delle istituzioni del mercato del lavoro. Senza luoghi di mediazione, il cambiamento rischia di essere guidato solo da logiche tecniche ed economiche.
Più che inseguire previsioni sui lavori che scompariranno o nasceranno, è utile riportare la discussione su ciò che è davvero in gioco: il futuro del lavoro dipende dalle scelte collettive. Rifiutare una visione deterministica non significa negare il cambiamento, ma riconoscere che il suo esito non è già scritto. Il lavoro, anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale, resta uno dei principali luoghi in cui queste scelte si rendono visibili e concrete.
Bollettino ADAPT 20 aprile 2026, n. 15
Presidente ADAPT
Professore Ordinario di diritto del lavoro
Università di Modena e Reggio Emilia
*Articolo pubblicato anche su Avvenire il 16 aprile 2026
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