Decreto lavoro del Primo maggio: la scorciatoia che non c’è
Interventi ADAPT, Riforme del lavoro
| di Michele Tiraboschi
Alla vigilia del Primo maggio, il “decreto lavoro” annunciato dal Governo assomiglia sempre più a una promessa in cerca di contenuto concreto. Non per mancanza di urgenza politica o per valenza simbolica, ma per un dato di realtà che il dibattito pubblico continua a rimuovere: sui salari, oggi, non esiste alcuna scorciatoia normativa credibile. E, soprattutto, non esiste alcuno spazio per interventi estemporanei che prescindano da un percorso istituzionale coerente e già tracciato dal Parlamento.
I punti fermi, del resto, sono difficilmente aggirabili.
Il primo è temporale e giuridico: la legge delega in materia di “retribuzione dei lavoratori e contrattazione collettiva” è scaduta il 18 aprile 2026 senza essere esercitata. È un fatto politico prima ancora che tecnico, che segna la fine di un perimetro formale cui il Governo avrebbe potuto muoversi con relativa ampiezza.
Il secondo è finanziario: quella stessa delega non avrebbe comunque potuto contenere bonus o incentivi in assenza di copertura, cioè senza la preventiva adozione di provvedimenti legislativi idonei a stanziare le risorse necessarie. Un limite spesso evocato ma raramente preso sul serio, che rende impraticabile la tentazione, sempre ricorrente, di affrontare la questione salariale a colpi di bonus e incentivi. Trasferimenti monetari a sostegno della contrattazione collettiva non mancano, come indica anche l’ultima legge di bilancio. Ciò che manca è un serio monitoraggio istituzionale dell’efficacia di queste norme di incentivazione economica. Basti pensare alle ingenti somme stanziate, dal 2010, per detassare la contrattazione decentrata di una produttività che resta ferma al palo o anche alla degenerazione del welfare contrattuale che, a causa dei vantaggi fiscali, è andato progressivamente ad assorbire nei rinnovi contrattuali aumenti retributivi che dovrebbero invece essere destinati alla retribuzione di professionalità (i minimi tabellari).
Il terzo vincolo è ordinamentale: se qualcosa verrà fatto il Primo maggio, sarà inevitabilmente un decreto-legge. Ma anche questo strumento, al di là della discussione sul requisito di necessità e urgenza, non potrà discostarsi dai principi e criteri direttivi fissati dal Parlamento appena sei mesi fa, salvo non creare un vulnus tra Governo e Parlamento. Quei principi definiscono un solco preciso: il salario giusto non è una soglia legale astratta, ma il risultato di un sistema di contrattazione collettiva da rafforzare.
C’è poi un quarto punto fermo, che non è normativo ma fattuale. La Banca d’Italia ha ricordato, nel suo ultimo Bollettino economico, che “data la quota molto ridotta di contratti in attesa di rinnovo, appare al momento improbabile un marcato rialzo delle retribuzioni nel 2026”. Una constatazione che smonta alla radice l’idea che un intervento emergenziale possa, da solo, invertire la dinamica dei salari.
Infine, un quinto punto, spesso dimenticato: la giurisprudenza. La Corte di Cassazione ha ribadito con chiarezza che, nell’attuazione dell’articolo 36 della Costituzione, il riferimento resta la contrattazione collettiva nazionale di categoria, dalla quale il giudice può discostarsi solo motivatamente, quando entri in contrasto con i criteri di proporzionalità e sufficienza. Non esiste, dunque, un vuoto da colmare con norme simboliche: esiste semmai un sistema da rendere più coerente e funzionante.
Se questi sono i vincoli, la conclusione è meno paradossale di quanto sembri: sul salario, oggi, non serve “fare qualcosa” nel senso tradizionale del termine. Serve, piuttosto, fare bene ciò che già sappiamo essere necessario.
Il punto decisivo, come emerge con chiarezza anche dall’analisi più recente sul sistema contrattuale, è che la questione salariale italiana non si colloca fuori dalla contrattazione collettiva, ma dentro di essa. Non solo nella sua periferia patologica – il c.d. dumping contrattuale, pure esistente e da contrastare ma nei fatti marginale nella determinazione dei trattamenti retributivi – ma nel suo nucleo storico. È lì che si annidano le difficoltà di trasferire produttività ai salari, la debolezza della contrattazione decentrata. È lì che è richiesto oggi un salto qualitativo.
Continuare a inseguire il tema del dumping contrattuale come causa principale del problema rischia di essere fuorviante. I dati mostrano che i contratti “pirata” incidono molto meno di quanto il dibattito suggerisca, nascono per attingere alle generose risorse della bilateralità negoziale, mentre il nodo sta nella capacità – o incapacità – degli attori maggiormente rappresentativi di aggiornare modelli negoziali e contenuti contrattuali. In altre parole, il problema non è fuori dal sistema: è nel suo funzionamento ordinario e anche nei parametri adottati da magistratura e servizi ispettivi per verificare l’applicazione del principio costituzionale in materia di salario giusto.
Da qui discendono due sole direttrici di intervento serie, entrambe coerenti con la traiettoria europea.
La prima è un piano nazionale di sostegno alla contrattazione collettiva, come suggerito dalla direttiva UE sul salario minimo adeguato. Non una imposizione di soglie legali, ma un rafforzamento della copertura, della trasparenza e della qualità della contrattazione. Più dati, più monitoraggio istituzionale, più capacità tecnica di leggere e governare le dinamiche retributive nei diversi settori.
La seconda è un uso selettivo e intelligente degli incentivi pubblici. Non più risorse distribuite indistintamente, ma benefici economici e contributivi condizionati alla applicazione dei contratti collettivi maggiormente diffusi e rappresentativi. Incidere sulle misure di incentivazione economica è una leva potente, perché agisce sulla concorrenza tra imprese e premia i comportamenti virtuosi senza introdurre rigidità artificiali.
Tutto il resto – dal salario minimo legale alle misure bandiera – rischia di produrre effetti opposti a quelli dichiarati: comprimere il sistema contrattuale, ridurre la qualità complessiva delle tutele, alimentare nuove forme di dumping.
Governo e Parlamento, se lo riterranno, potranno riaprire il cantiere con una nuova legge delega o con il ripristino della delega scaduta. Ma anche in quel caso il punto non cambierebbe. Non si tratta di inventare nuovi strumenti, bensì di utilizzare fino in fondo quelli che già abbiamo, dentro un disegno coerente.
Per questo il vero banco di prova, per le forze politiche e sociali e per le stesse istituzioni, per celebrare degnamente il Primo maggio, non sarà la capacità di annunciare un decreto, ma quella di riconoscere un dato di realtà: la questione salariale italiana si risolve dentro la contrattazione collettiva. Perché la storia è ben nota: i salari non si alzano per decreto, ma sono il frutto di maggiore innovazione e maggiori investimenti formativi. In una parola, maggiore produttività e maggiore capacità di distribuire equamente il valore creato.
Professore Ordinario di diritto del lavoro
Università di Modena e Reggio Emilia
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