L’azienda non basta più/2: Oracle e la rarefazione dei ruoli
| di Carlo Pace
Il caso Oracle mostra una trasformazione strutturale del lavoro: pur crescendo e investendo in AI, l’azienda riduce anche occupazione qualificata, spostando il valore verso infrastrutture e tecnologia. Non è crisi ma riallocazione, che indebolisce il legame tra impresa e lavoratori. Anche competenze elevate diventano sostituibili: il lavoro resta necessario, ma perde centralità e stabilità in un modello sempre più guidato da capitale e algoritmi.
Nella complessità e originalità del pensiero weberiano, è possibile individuare un nodo tematico imprescindibile, ossia il nesso tra la legittimazione economica e la produzione di valore. In tale ottica, i ruoli di competenza e professionalità costituiscono la base dell’etica del capitalismo, la linfa della doppia predestinazione calvinista che unisce il lavoro e l’ethos.
Pare tuttavia che questo paradigma capitalistico che pone la competenza e la capacità di generare valore sia oggi messa fortemente in crisi dall’evoluzione costante dei Large Language Models (LLM) e dalle conseguenti ricadute nei mercati del lavoro globali. Ne sono, di queste ricadute, un chiaro esempio le ondate di ampi licenziamenti che stanno attraversando diverse multinazionali, tra cui Oracle.
Come una delle principali imprese globali nel campo dei database, del cloud e delle infrastrutture digitali, Oracle rappresenta oggi un caso utile per osservare una trasformazione profondamente culturale, e non solo produttiva, dove il merito del capitale umano viene eliso dall’equazione lavoristica, andando ad alterare l’intero impianto organizzativo.
La ristrutturazione avviata dall’azienda si colloca infatti dentro una fase di espansione, non di crisi, ed è accompagnata da un aumento significativo degli investimenti in intelligenza artificiale e infrastrutture.
Le evidenze disponibili mostrano come la riduzione della forza lavoro sia funzionale a finanziare la crescita in ambito AI, in particolare attraverso lo sviluppo di data center e capacità computazionale. Si può notare dunque che non si tratta tanto di una contrazione, ma di una riallocazione.
La ristrutturazione assume un carattere strutturale e che esce dall’orbita del concetto di merito: l’impresa cresce, investe, rafforza il proprio posizionamento competitivo e, allo stesso tempo, riduce in modo significativo il lavoro tagliando posizioni. Si parla, in base ad alcune stime, di un “alleggerimento” del capitale umano che coinvolge tra le 16.000 e le 30.000 persone. La riduzione non segnala un problema di performance, ma una ridefinizione del modello produttivo.
Al netto dei numeri, però, il dato più interessante a nostro avviso riguarda la tipologia dei profili professionali coinvolti. Le fonti indicano che i tagli colpiscono anche figure ad alta qualificazione: ingegneri senior, architetti e specialisti del cloud, program manager. Ossia, un insieme di lavoratori collocati al centro dei processi tecnologici e organizzativi.
Non siamo allora di fronte a una marginalizzazione di segmenti deboli del mercato del lavoro, ma a una ridefinizione del ruolo stesso del lavoro qualificato. Anche competenze elevate e consolidate possono essere rese eccedenti all’interno di un modello che privilegia la scalabilità tecnologica rispetto alla continuità organizzativa.
Non a caso, nel messaggio di licenziamento, viene espressa come ragione principale la necessità di assecondare nuove esigenze dell’azienda, non licenziando la persona – ma eliminando – il ruolo all’interno dei processi organizzativi.
Le modalità con cui questa comunicazione è stata attuata contribuiscono ad irrobustire la tesi secondo cui questa azione non è solo di natura organizzativa, ma è una trasformazione del rapporto tra impresa e lavoro, che diventa più discontinuo, meno relazionale, meno incorporato, escludendo in modo centrifugo il valore del capitale umano, ottimizzando ma deumanizzando le attività.
In parallelo, si osserva una dinamica apparentemente contraddittoria: i lavoratori espulsi mantengono un elevato valore di mercato, come dimostra l’aumento dei profili “open to work” su LinkedIn e la presenza di offerte mirate proprio a questi stessi profili.
Secondo la nostra lettura, allora, il problema non è l’occupabilità in sé, ma il rapporto tra lavoro e impresa.
Questa tensione richiama quanto già osservato nel caso Novo Nordisk (commentato nel Bollettino Adapt, 20 ottobre 2025), dove la ristrutturazione ha prodotto non solo una riduzione occupazionale, ma anche una forma di ricomposizione identitaria del lavoro qualificato, visibile nella nascita di comunità come il “Club 5000”.
Nel caso Oracle, questa dimensione è ancora meno visibile, ma il problema è analogo: l’azienda non è più il luogo esclusivo di appartenenza del lavoro qualificato. Il lavoro eccede l’impresa, ma allo stesso tempo perde stabilità al suo interno.
Il punto, allora, non è solo la ristrutturazione, ma il tipo di equilibrio che si sta delineando tra lavoro, tecnologia e organizzazione. La riallocazione verso infrastrutture e AI segnala un passaggio da un modello centrato sul capitale umano a un modello centrato sulla capacità di investimento e controllo tecnologico.
Questo passaggio è profondamente legato alla competizione negli arcipelaghi delle grandi imprese. Oracle non si muove isolatamente, ma dentro una dinamica competitiva con altri giganti del cloud e dell’AI. La riduzione del lavoro diventa una leva per sostenere margini, accelerare investimenti e consolidare posizioni.
Il tema non è quindi solo quello della ricchezza, ma anche quello del potere. Il controllo delle infrastrutture digitali (data center, capacità computazionale, modelli AI) implica il controllo delle condizioni di produzione e accesso al valore. Il lavoro, anche qualificato, tende a collocarsi in una posizione subordinata rispetto a queste dinamiche.
Da questo punto di vista, ciò che emerge è una progressiva rarefazione del fattore umano. Il lavoro non scompare, ma perde centralità come principio organizzatore.
Diventa più flessibile, più sostituibile, più esterno rispetto ai processi decisionali fondamentali, più anonimo e algoritmico.
Il caso Oracle sembra indicare uno slittamento. Il valore si concentra nelle infrastrutture, negli algoritmi, nelle capacità di investimento. Il lavoro resta necessario, ma non più fondativo e umanamente centrato. Pare a tratti che il fattore umano sia quasi accessorio.
La questione che si apre è quindi più radicale di una semplice trasformazione dei mercati del lavoro. Riguarda il tipo di futuro che si sta configurando: un sistema in cui l’impresa cresce senza incorporare stabilmente lavoro, in cui anche le competenze elevate non garantiscono continuità, e in cui il legame tra individuo e organizzazione si indebolisce.
L’azienda pertanto non basta più.
Non è più il perimetro entro cui si definisce l’identità professionale, né il luogo stabile di riconoscimento del lavoro qualificato. È uno spazio attraversato da traiettorie fluide, incerte, e sempre più condizionate da dinamiche tecnologiche e competitive che vanno oltre l’orizzonte del lavoro per come lo conosciamo.
Bollettino ADAPT 13 aprile 2026, n. 14
ADAPT Professional Fellow
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