L’amarcord di un vecchio anticomunista

Interventi ADAPT

| di Franco Carinci

Un percorso autobiografico e politico che, attraversando dal dopoguerra a oggi, legge nella storia della sinistra italiana una continuità di fondo: la difficoltà ad accettare pienamente l’alternanza democratica e un persistente atteggiamento di diffidenza verso l’Occidente e gli Stati Uniti, riemersi con forza nelle stagioni di opposizione.

1. L’approssimarsi ai novanta anni ha certo i suoi inconvenienti, perché il corpo è ormai un peso, con tutti i suoi sensi attenuati se non addirittura spenti. Ma ha se pur sempre il vantaggio di averti assicurato una lunga vita, tale da esser stato contemporaneo di un passato del tutto sconosciuto a chi ha avuto la fortuna di nascere più tardi. Mi riferisco in particolare agli anni del dopoguerra, quelli che videro la durissima contrapposizione fra il Pci e la Dc, sullo sfondo dello scenario costituito dalla guerra fredda. Sarà pur stato, per la fisiologica polemica con mio padre – un conservatore simpatetico al fascismo che almeno fino alla vigilia della guerra gli aveva lasciato fare la sua vita di medico e di capo famiglia – ma io fin da giovanissimo mi ero iscritto al Psi. Militavo in quella frangia anticomunista, che poi si sarebbe riconosciuta pienamente nella svolta autonomista attuata dallo stesso Nenni.

Per uno che si fosse dato cura di avere un minimo di informazioni su quel che accadeva al di là della cortina di ferro, la totale subordinazione ideologica, politica, finanziaria del Pci a quel dittatore sanguinario che i compagni chiamavano affettuosamente “baffone”, suonava addirittura sinistra. Sì che, ragazzino appena decenne, ma un tantino precoce, mi trovai concorde con mio padre nel gioire della straordinaria vittoria democristiana del giugno del 1948. Certo il Pci non era il Pcus, ma la novella di un comunismo all’italiana non poteva reggere ai miei occhi, in presenza delle massicce mobilitazioni popolari contro tutto quel che avrebbe contribuito a costruire l’Italia del futuro: il piano Marshall, la Nato, la Comunità del carbone e dell’acciaio, seguita senza soluzione di continuità dalla Comunità economica europea (oggi Ue); non che al servizio di un pacifismo a senso unico che venne più tardi a trovare il suo picco nella sollevazione contro l’installazione di missili a Comiso. Poi, vennero nello stesso 1966, a chiudere il cerchio, il rapporto segreto di Krusciov sui crimini di Stalin e l’intervento sovietico in Ungheria, non per nulla tacciato dal Pci come una controrivoluzione reazionaria organizzata dalla Cia.

2. Certo ne era passata dell’acqua sotto i ponti quando Enrico Berlinguer disse nel dicembre del 1981, che la “spinta propulsiva” della rivoluzione di ottobre si era esaurita. C’era stata la comune resistenza democratica nel corso del decennio ‘70, passato alla storia come “del terrore” sì da attenuare quella conventio ad excludendum, destinata ad essere poi formalmente superata col primo governo Prodi del 1996, se pur sotto l’insegna dell’Ulivo. C’era stato il crollo nel 1989 del Muro di Berlino, che precedette di poco il collasso dell’Urss, mentre da noi Occhetto cambiava il nome del partito, lasciandosi alle spalle quello glorioso del Pci per il più anonimo Pds, non senza pagare un costo per aver fatto un “lavoro sporco”, cioè di essere praticamente dimenticato.

E proprio nel successivo decennio ‘90 un nuovo sistema giuridico sorgeva dalle ceneri di tangentopoli, auspice una legge elettorale figlia di un referendum, iniziava la c.d. seconda Repubblica. Sembrava realizzarsi quella che rappresenta la premessa di un’autentica democrazia, la reciproca legittimazione delle forze in campo, alla base di una alternativa rimessa al corpo elettorale. Seppur da vecchio anticomunista coltivai l’illusione che questa visione fosse pienamente condivisa anche a sinistra, sì da accettare, prima, nella qualità di socialista residuo, l’offerta del Pds, di coprire l’incarico di vicesindaco di Bologna; e di lavorare, poi, nella costruzione cittadina dell’Ulivo. Non era così, ogniqualvolta ad andare al Governo fosse stata la destra – a cominciare già dal primo Governo Berlusconi, a seguire col secondo e col terzo nel nuovo secolo, non che riesploso col Governo Meloni – ritornava fuori il Dna originario del Pci, trasmesso ereditariamente ai suoi successori, quello che lo faceva del tutto estraneo ad una reciproca legittimazione. Un Governo da lui non formato o condiviso doveva essere necessariamente antidemocratico, a prescindere dal risultato elettorale, in quanto contrario alla Costituzione antifascista.

La falsificazione di partenza era proprio sull’essere la Costituzione qualificabile solo ed esclusivamente come antifascista, sì da eleggere proprio la sinistra, protagonista principale di una resistenza che ci avrebbe liberato, a suo protettore e garante. Falsificazione, perché la nostra Costituzione è semplicemente democratica, come tale ostile a qualsiasi concezione esclusivista, fascista o comunista, perché se è vero che venne composta in reazione al regime fascista, è anche vero che lo fu in contrapposizione al regime comunista che stava cannibalizzando i paesi dell’Europa centrale e della penisola balcanica. E nella Carta è scritta la sua stessa garanzia, con l’investire la Presidenza della Repubblica e la Corte costituzionale di una funzione di salvaguardia della legge fondamentale da esercitare in maniera “arbitrale”; nonché col prevedere una procedura di modifica estremamente difficile da realizzare, come l’esperienza del primo quarto di questo secolo avrebbe dimostrato.

Non era difficile anche per un giovanotto alle prime armi come ero nel primo dopoguerra, comprendere che l’enfasi posta dal Pci sull’essere la nostra Costituzione antifascista, serviva ad accreditarlo come democratico per il solo fatto di aver avuto parte determinante nella sua elaborazione, nonostante che questo non fosse considerato sufficiente dalla maggioranza dell’elettorato del tempo.

3. Sono passati decenni ed ancora il nostro Pd che non è certo il Pci del dopoguerra, batta e ribatta sulla permanente attualità di una deriva “fascista” nonostante che sia in atto una successione di inquilini del Quirinale del tutto tranquillante, data da un Pci di primo pelo (Napolitano) e un Pd, ex democristiano, (Mattarella) che finiranno per assommare insieme circa 21 anni; e nonostante una Corte costituzionale pendente a sinistra, come dimostra l’impiombatura della legge sull’autonomia regionale differenziata, dichiarata sì costituzionale, ma con 21 punti condannati ad una modifica in sede parlamentare tutt’altro che semplice. A voler completare la scena, c’è una magistratura rivelatasi “ribelle” rispetto allo stesso Parlamento, non che una scia di scioperi e manifestazioni più o meno pacifiche, senza confronto in nessun paese democratico.

4. Una volta liquidato l’Ulivo nel 2007, in coincidenza con la nascita del Pd, frutto del matrimonio fra i Democratici di sinistra e la Margherita, sembrava in ripresa quella politica riformista che aveva ricevuto in eredità la riforma del Titolo V della Costituzione in senso neo-regionalista, fatta e varata nel 2001 sotto il Governo Amato, in piena solitudine unilaterale, tanto per ridimensionare le violente critiche successive del campo largo, circa l’identica procedura adottata dal centro-destra con la riforma dell’ordinamento giudiziario. Ma la spinta non si sarebbe esaurita culminando nella redazione e approvazione del Jobs Act nel 2014-2015, col Governo Renzi, al fine di restituire flessibilità ad un mercato del lavoro ingessato.

Per quel che riguarda la storia successiva da Renzi e la Meloni, colpisce la sistematica partecipazione ai Governi, tecnici e politici, anche con forze del tutto incompatibili con la sua storia e il suo programma, come alla fine i 5 Stelle. Mi viene da dire, che, proprio in forza della presunzione del Pd di essere dotato della capacità di legittimare qualsiasi altra forza rispetto alla carta fondamentale, bastava la sua sola presenza in quei Governi, per sanarne qualsiasi composizione.

5. Il clima stava cambiando, con un collasso del precedente equilibrio mondiale, destinato a far da sfondo ad un processo interno al paese di radicalizzazione socioeconomica. Certo è un bisogno di sicurezza, che trova il suo motivo più appariscente nel contenimento dell’immigrazione, a dar vita al Governo Meloni, con uno spostamento a destra dell’asse parlamentare. A questo punto per il Pd, elevatosi, come visto, ad unico guardiano e censore del testo costituzionale, è scattato il riflesso automatico di ravvisare il rischio di una involuzione autoritaria. Solo che, diversamente da Berlusconi, si poteva far valere la stessa storia politica della Meloni, cioè iniziata all’interno del Msi, sì da conservarne l’impronta, non più fascista ma pur sempre di destra estrema, intento a realizzare la democrazia illiberale o democratura in essere nell’Ungheria di Orban. Eppure, a dar retta alla domanda ossessiva dell’opposizione, sarebbe stato sufficiente pronunciare la formula magica di essere antifascista, per ritrovarsi del tutto ripulita dell’origina a dir poco malfamata.

La radicalizzazione socioeconomica aveva bisogno di una protagonista che provenisse dall’esterno, portatrice di quella autentica rabbia di una ampia porzione della società civile contro la Meloni, considerata una vera e propria usurpatrice. Di fatto Elly Schlein non è stata eletta dalla base classica del partito che le preferì Stefano Bonaccini, ma una convergenza più ampia. I migliori frutti della politica prima dei Democratici di sinistra e poi del Pd, quali la riforma del Titolo V della Costituzione e il Jobs Act erano ormai apertamente rinnegati, in una concorrenza al ribasso col Movimento 5 Stelle, senza alcun programma comune né in politica interna né tantomeno in politica estera. La formula del campo aperto aveva l’ambizione di ripercorrere l’esperienza dell’Ulivo senza tener conto del suo vizio originario di essere una sommatoria di sigle, però con un federatore indiscusso come Romano Prodi a cercare di tenerle a bada, con più fortuna nel vincere le elezioni che nel governare.

Il Governo Meloni aveva in mente tre riforme strutturali, il premierato, la separazione delle carriere fra magistratura inquirente e giudicante, la realizzazione dell’autonomia regionale speciale, considerate dall’opposizione, singolarmente lesive della costituzione. Consegnata il premierato al libro dei sogni, impallinata dalla Corte costituzionale la realizzazione dell’autonomia speciale, restava la separazione delle carriere.

Non intendo contestare qui il risultato negativo del referendum, che essendo un chiaro responso del corpo elettorale, certo al mio orecchio di vecchio anticomunista è risuonato come qualcosa risalente al passato; ma rimango convinto di aver perso un appuntamento importante per metterci al passo col modello europeo di “giusto processo”. Ne ho perso un altro, che pur si è ripresentato due volte, nel 1987 e nel 2011, sotto forma di referendum abrogativo circa lo sfruttamento dell’energia atomica, ma oggi mastico amaro sentendo che chi allora sosteneva di essersi così posti all’avanguardia dell’intero continente, ora pontifica sulla nostra dipendenza energetica.

A suo tempo il Pci vedeva certo con favore quella parte della magistratura che si era decisa a battere in testa la divisione fra norme programmatiche e norme immediatamente applicative, ma certo non pensava di poterla avere alleata nella sua politica antigovernativa. Cosa, questa, destinata a cambiare con Tangentopoli, che lasciò, unico dei partiti storici, quel Pci destinato a dar vita al Pds/Ds/Pd, e che portò nel 1993 alla soppressione dell’autorizzazione a procedere prevista dall’art. 68 della Costituzione per i procedimenti penali a carico dei membri delle Camere, rompendo una volta per sempre quel delicato equilibrio creato dai costituenti fra legislativo e giudiziario.

È agli atti, come si direbbe in stile forense, della magistratura la persecuzione cui fu sottoposto Berlusconi e di recente l’attività di boicottaggio svolta nei confronti della politica migratoria della Meloni.

Proprio sulla politica migratoria è destinata a giocarsi nel prossimo futuro la partita più grossa circa la conservazione dell’identità europea, come costruita su una religione cristiana, in secolare contrapposizione armata con quella musulmana, fermata più volte fin dentro le porte di casa, dalla Francia all’Austria. Certo la crescente divergenza demografica ed economica comporta inevitabilmente una immigrazione di gente proveniente non solo dall’Africa, ma anche dall’Asia, con una cultura islamica difficilmente integrabile. È una questione che riguarda anzitutto l’Italia, dove il Pd sostanzialmente pratica una politica contraria a qualsiasi iniziativa governativa, dall’appoggio indiscriminato alle Onlus operanti nel Mediterraneo al contrasto serrato al centro in Albania, pur dopo il via libera della Ue. Ha trovato e trova man forte in una agguerrita pattuglia di magistrati, che gioca con l’esistente pluralismo delle fonti, sì da mettere in non cale la legge italiana, bocciando sistematicamente i provvedimenti del Governo.

Sembrerebbe un preannuncio di quel che si è realizzato nei fatti in occasione del referendum sulla divisione delle carriere:  una sorta di alleanza strutturale fra il Pd e l’Associazione nazionale magistrati, che controlla di fatto il Consiglio superiore della magistratura; una alleanza strutturale in barba alla tanta proclamata divisione dei poteri, esecutivo-legislativo-giudiziario, se pur la Costituzione qualifichi quest’ultimo solo come un ordine, privo com’è di una legittimazione popolare.

Ma già nel suo ultimo discorso ufficiale, tenuto nel 2002, il Procuratore di Milano, Francesco Saverio Borrelli, ebbe a condannare la politica giudiziaria prospettata dal Governo, con parole che sarebbero suonate meglio sulla bocca di Landini, “Resistere, resistere, resistere”. E, quasi a riprendere quell’invito, l’Associazione nazionale magistrati proclamò nel 2025 uno sciopero contro la riforma costituzionale sulla divisione delle carriere, che ebbe una larga adesione.

Per uno studioso come il sottoscritto di diritto sindacale, che ha avuto modo di essere membro della Commissione di garanzia sull’esercizio del diritto di sciopero – già poco convinto di unità delle carriere, sconosciuta a quasi ogni paese europeo – la rivendica della titolarità del diritto di sciopero da parte della magistratura, esercitato contro una legge che avrebbe dovuto limitarsi ad applicare, è sembrata una “bestemmia costituzionale”. Fra l’altro non mi sembra di aver letto nell’art. 138 della Costituzione che la complessa procedura prevista per la sua modifica implicasse anche la accettazione da parte della magistratura.

La tendenza del potere giudiziario ad estendere il suo intervento ben oltre il suo perimetro originario è fenomeno ricorrente in tutto l’Occidente, ma particolarmente forte nel nostro paese. Qui, il pensiero “progressista” è giunto ad assegnargli una sorta di primato nella divisione dei poteri, come controllore in senso non solo formale ma anche sostanziale della “legalità”, parola tanto vaga da risultare arbitraria nella sua applicazione.

6. La più radicata ed appariscente caratteristica destinata a segnare tutta la storia del Partitone, dal Pci al Pd, è stato l’antiamericanismo, che già nei primi anni del dopoguerra mi era sembrato profondamente ingrato rispetto a chi ci aveva liberato dal fascismo e aiutato a risollevarci da terra col piano Marshall. Naturalmente ero perfettamente consapevole che derivava dalla stessa scelta di campo del Pci sul piano internazionale, condannato dalla conferenza di Yalta a gravitare sotto l’egemonia degli Stati Uniti, pur essendo del tutto sintonico rispetto all’Urss, sì da coltivare un costante atteggiamento estremamente aggressivo nei confronti di una Dc che lo aveva escluso dal Governo proprio a seguito di un ordine proveniente da Washington. A prescindere d’altro, sono, però, anni in cui si concretizzò quella fidelizzazione al partito, costruita sulla base di un’identità acritica che Guareschi trattò con simpatica ironia nei racconti, destinata a coinvolgere negli anni strati intellettuali e benestanti ben più smaliziati dei classici trinariciuti.

Questo antiamericanismo, proprio perché alimentato dalla scelta di campo, sembrò attenuarsi a mezzo del decennio ‘70, anche a seguito dell’avvento di Presidenti democratici alla Casa Bianca, di contro all’involuzione burocratica repressiva dei vertici dell’Unione Sovietica: emblematica in tal senso fu la celebre ammissione di Enrico Berlinguer del 1976, che lui si sentiva più sicuro sotto l’ombrello della Nato che sotto quello del Patto di Varsavia. Ma non fu mai veramente così, ricordo il giudizio sprezzante che circolava nel Pci rispetto a Reagan – quale pessimo attore e politico mentalmente attardato – certo per il suo modello di “meno Stato e più mercato”, ma non meno per aver costretto l’Unione Sovietica ad una gara sugli armamenti che l’avrebbe condotta al collasso.

Una volta venuta meno l’Unione Sovietica, con conseguente sparizione di quel sistema dualista del governo del mondo, tramite la politica della deterrenza atomica, il partito si ritrovò completamente spiazzato sul piano internazionale. A fronte di quello che ormai si presentava come l’unico protagonista mondiale, con un ritorno all’atteggiamento del dopo guerra, di contrasto ad una potenza intesa a colonizzarci, sia pur ben diversamente modulato sul piano interno, a seconda dei governi in carica (destra o sinistra) e degli inquilini della Casa Bianca (repubblicani o democratici).

Senza soffermarmi sui precedenti, vengo subito al secondo mandato di Trump, che vede in America un Presidente repubblicano e in Italia un governo qualificato come di destra, la combinazione più esplosiva. Ora niente da dire sul carattere di Trump, certo tale da non renderlo un ospite gradito in un salotto buono, ma prenderlo semplicemente per matto, incapace di porsi un obbiettivo razionale non serve a far capire quello che d’altronde ha affermato più volte, pure in modo non sempre coerente, cioè di realizzare quel Piano di Abramo, varato nel precedente mandato: azzerare la capacità iraniana di dotarsi di bomba atomica e di missilistica a lunga gittata, così porre la premessa fondamentale per stabilizzare l’intero Medio Oriente. Il fatto è che a volerlo non è certo solo Israele, ma gli stessi paesi arabi, a cominciare da quelli che vi confinano, come Egitto e la Giordania, che già lo hanno riconosciuto. Nonché a finire con quelli del Golfo, per cui l’Iran è un nemico mortale, non foss’altro per la sua capacità di ricattarli a piacere con la chiusura di Hormuz, se non fosse piegato a dovere dall’intervento americano. 

Per quanto tardiva si possa ritenere la richiesta fatta all’Europa da Trump, di intervenire come Nato, per sbloccare lo stretto, accompagnandovi con proprie navi le petroliere, certo la risposta non è stata particolarmente saggia, frutto più di una reazione d’orgoglio, capace di occultare le differenze esistenti fra i vari paesi, che di una fredda valutazione. Non è solo che il blocco era dannoso anche per l’Europa, no, questo è il meno, il fatto è così comportandosi si è chiamata fuori definitivamente da quello scacchiere strategico.

7. Non c’è verso di render atto a Trump del buon lavoro che sta facendo, lo si accompagna con un coro di sberleffi, che testimonia non solo il pregiudizio, tale da non far ammettere nessun risultato positivo. Niente di niente sull’aiuto fornito all’Ucraina, in armi ed informazioni che lo stesso Zelensky ha ritenuto essenziale, fra l’altro dando atto che l’unico canale con Putin è quello mantenuto aperto dall’abitante della Casa Bianca, per quanto ambiguo possa apparire; non sulla pur facile parziale tregua raggiunta a Gaza, con la fine di un massacro quotidiano; niente sull’alleggerimento significativo della repressione in Venezuela, dopo la cattura di Maduro. 

Certo l’aver proceduto a bombardare l’Iran, a fianco di Netanyahu, i costi che una guerra decisa senza consultare o almeno preavvertire gli alleati, scaricandola sull’intero mondo, merita una critica anche da parte del vecchio anticomunista. Si può discutere di quanto fosse attuale la minaccia iraniana, ma non è che si dovesse aspettare di vederla tradotta in realtà: se non subito, fra qualche mese sarebbe stato disponibile un quantitativo di uranio arricchito sufficiente a costruire bombe atomiche; subito, invece, come testimoniato dal lancio verso la base britannica dell’isola di Diego Garcia, era utilizzabile una missilistica di lunga portata.

Né ci si deve usare l’arma del catastrofismo, dando per certa una durata prolungata del conflitto, in virtù della non prevista capacità di resistenza della teocrazia iraniana, per cui si arriva perfino a tifare apertamente: da una depressione peggiore di quella del 1929 ad una terza guerra mondiale. Lo stesso catastrofismo manifestato nella vicenda dei dazi, oggi definitivamente conclusa, con la piena conferma dell’intesa raggiunta a suo tempo fra America e Ue, ma qui da noi propagandata a torto come la causa della uscita dal mercato di centinaia di aziende e la perdita del posto di lavoro di decine di migliaia di lavoratori.

8. Il giudizio su Trump si estende al suo spesso impatto negativo sul sistema istituzionale americano. Niente meno che un collaudato golpista inteso ad instaurare una democratura, al grido di Make America Great Again, che contraddistingue i Maga, forza ritenuta più che conservatrice, reazionaria. Si immagina un suo tentativo di correre per un terzo mandato in dispregio della Costituzione, sì da provocare una guerra civile, peraltro già in gestazione nella “ribellione popolare” di Minneapolis.

Vien da dire che trattasi di fantasie giacobine che ignorano la stabilità secolare del sistema democratico dell’America. Fra pochi mesi ci saranno le elezioni Midterm, da lì a due anni le elezioni presidenziali, nel frattempo Trump incassa la delibera della Corte Suprema, che se pur formata in maggioranza da membri da lui prescelti, gli dà torto sui dazi, costringendolo a trovarsi un’altra legge che lo legittimasse se pure a tempo; ma altresì la bocciatura da parte del Congresso della mozione presentata dai democratici per limitargli la libertà nella conduzione della guerra iraniana.

Fantasie giacobine coltivate da un Pd all’opposizione per un duplice scopo. Strategico il primo, di contrastare un Trump inteso a farsi sponsor della prevista ondata “reazionaria”, promuovendola e supportandola nel corso delle prossime elezioni nei principali paesi europei. Tattico il secondo, di criticare la Meloni, per la sua amicizia particolare con lo stesso Trump, fondata su una comunanza d valori ed interessi, ostili al nostro Paese, per renderla corresponsabile nelle scelte dall’imposizione dei dazi alla guerra in Iran, salvo poterne essere liberare adeguandosi all’incalzante pressione dell’opposizione, con l’ammettere coram populo di essere antitrumpista.  

9. Non esisterebbero più valori in comune fra le due sponde dell’Atlantico, quelli una volta battezzati come occidentali, sopravvissuti solo in Europa; non esisterebbero più interessi convergenti, quelli posti alla base di una alleanza atlantica, ormai logorata e superata.

Sarebbe in atto una vera e propria rottura dell’unità valoriale e politica di quell’Occidente uscito vincente dalla lunga guerra fredda, sì da giustificare addirittura una cancellazione della Nato. Quale dovrebbe essere l’alternativa? Secondo il nostro Pd, il presunto vuoto lasciato in politica estera dalla messa al bando di due protagonisti, Trump come matto e Putin come criminale, sì da non potersi sedere allo stesso tavolo, dovrebbe essere riempito da Europa eretta a Federazione. Come prima mossa l’eliminazione del potere di veto come se fosse una cosa semplice richiedendo una modifica dei Trattati non che una compiuta valutazione delle ricadute sui singoli Paesi. Il che ha permesso di chiamare ancora sul banco degli imputati la Meloni, per essere contraria all’eliminazione del potere di veto spalla a spalla con l’Orban di turno, senza ricordare che sulla stessa posizione negativa è stata presa dal Cancelliere tedesco.

Ma esaltare l’Europa di domani – che dovrebbe dotarsi di un esercito unico, senza, peraltro, che si voglia convintamente sostenerne i costi, quelli sì di oggi – sembra una fuga in avanti per evitare di prendere posizioni in merito alle problematiche attuali, a cominciare da quelle relative alla gestione della Nato nelle guerre regionali, le stesse che l’Europa del presente non può certo affrontare da sola.

10. L’amarcord di un vecchio anticomunista, che certo non pensa ad un Pd ricalcato sul Pci, tanto che gli stessi piddini ne prendono le distanze, facendo iniziare la preistoria del Partito non da Palmiro Togliatti ma da Enrico Berlinguer. Ma che nella sua lunga vita, tale da coprire tutta la storia dalla fine della guerra ad oggi, ha visto riemergere il patrimonio ereditario del Pci, pur sotto nome diverso, ogniqualvolta fosse all’opposizione: auto-legittimazione esclusiva e diffidenza se non aperta inimicizia nei confronti dell’America.

Non posso chiudere questo lungo saggio senza dar ragione del perché abbia chiesto ad un vecchio amico come Michele Tiraboschi di ospitarmi sul suo prestigioso Bollettino, pur ben sapendo essere dedicato a contributi giuslavoristici. Non è il lavoro di uno storico, per cui si sarebbe richiesto ben altro mestiere e spazio, ma il racconto personale di un osservatore partecipato, ben consapevole del ruolo di assoluto protagonista giocato dal Partito comunista nella formazione ed evoluzione del nostro diritto. Quella che qui si è creduto di poter individuare come una costante è certo ben ravvisabile, a cominciare proprio dal ritenersi l’unico titolato a parlare a nome di quel lavoro, che in quanto assunto a fondamento della Repubblica, gli conferiva un ruolo privilegiato nel definirne la politica protettiva conforme alla Carta. Non c’è tappa significativa della storia ormai cristallizzata nei manuali della materia che non l’abbia visto presente e determinante, dalla confezione degli articoli fondamentali della Costituzione, quelli che ancora fanno da caposaldo al diritto sindacale, al diritto del rapporto di lavoro subordinato, al diritto della previdenza sociale, fino alla loro traduzione in leggi, con la creazione di un corpus iuris imponente. Nella memoria rimangono ben presenti momenti ed episodi emblematici, che ben testimoniano la diversa postura del Partito a seconda che fosse all’opposizione o al Governo. Tipici del Partito all’opposizione, la posizione di riserva critica nei confronti dello Statuto dei lavoratori e l’opposizione dura nei rispetti del taglio della contingenza. Ugualmente tipici del Partito al Governo, la promozione della privatizzazione del pubblico impiego e la redazione del Jobs Act.

Dando un rapido sguardo al presente, c’è da constatare, a proposito della “filosofia” del Partito, meno la vecchia contrapposizione fra datori e lavoratori, secondo una visione classista costruita su una omogeneità strutturale socioeconomica ed ideologica delle parti, quindi a grande  tenuta; vi si è sostituita quella fra poveri e ricchi, basata su una visione pauperistica, edificata su una omogeneità congiunturale solo socioeconomica, senza alcuna copertura ideologica, dunque con una tenuta assai fragile e mutevole. Ne esce ingrandita e rafforzata la posizione della Cgil, che tende a svolgere un ruolo unificante nella frantumazione del c.d. campo largo, accentuandone la radicalizzazione con una continua mobilitazione di piazza.

Bollettino ADAPT 7 aprile 2026, n. 13

Franco Carinci