Capire il fenomeno del dumping contrattuale? Follow the money
| di Michele Tiraboschi
Il dumping contrattuale non dipende dalla proliferazione dei CCNL, ma da interessi economici e sistemi bilaterali poco rappresentativi. I dati mostrano che pochi contratti coprono quasi tutti i lavoratori, mentre molti hanno diffusione marginale. Il problema risiede nelle rendite e nei servizi collegati che incentivano contratti “pirata”. Più che nuove leggi, serve analizzare i flussi finanziari e le responsabilità istituzionali per comprendere e contrastare il fenomeno.
C’è un errore di prospettiva che continua a condizionare la ricerca di soluzioni per contrastare il fenomeno del dumping contrattuale e retributivo. Si guarda sempre, nel dibattito politico e sindacale, al numero dei contratti collettivi nazionali di lavoro depositati presso l’Archivio del CNEL, effettivamente passati da 250 a oltre 1.000 nell’arco di soli trent’anni, e si conclude, con un automatismo rassicurante anche per gli attori storici del sindacalismo italiano, che il problema sia la loro proliferazione.
I dati, in realtà, dicono altro almeno per chi abbia voglia (e tempo!) di entrare dentro l’archivio del CNEL e passare in rassegna uno ad uno questi 1.000 contratti registrando non solo i relativi trattamenti retributivi e normativi, il più delle volte indubbiamente al ribasso, ma anche il numero di imprese e lavoratori a cui si applicano e persino le provincie in cui trovano applicazione.
Esclusi i contratti di mestiere (dirigenti) e i contratti aziendali di livello nazionale (es. Poste Italiane, Croce Rossa Italiana, Avis) presenti in Archivio residuano circa 800 contratti nazionali di categoria (settore). I 99 CCNL più importanti (per numero di imprese e lavoratori a cui si applicano) coprono il 97% dei 14,6 milioni di lavoratori tracciati dai flussi Uniemens e sono tutti firmati da federazioni di categoria riconducibili a CGIL, CISL e UIL. Di tutti gli altri contratti presenti nell’Archivio del CNEL sono solo 6 i contratti nazionali di categoria non sottoscritti da CGIL, CISL, UIL che trovano applicazione ad almeno l’1 per centro dei lavoratori del settore a cui il campo di applicazione del contratto si riferisce. Gli altri contratti (circa 650) hanno un tasso di applicazione pari allo zero virgola per cento. Quasi 400 di questi CCNL sono applicati in meno 20 province; 438 CCNL in meno di 50 aziende e 343 CCNL a meno di 100 dipendenti. Soltanto 28 di questi CCNL trovano applicazione a più di 1.000 lavoratori.
Insomma, chi continua a spiegare il dumping contrattuale con la sola moltiplicazione dei CCNL guarda il dito e non la luna. Per capire il fenomeno del dumping contrattuale occorre cambiare la prospettiva.
La pista migliore è la solita quando si parla di rappresentanza di interessi di dubbio radicamento e di incerta storia: follow the money. Seguire cioè i flussi finanziari e gli interessi che stanno dietro a questo fenomeno.
La verità è che questi contratti servono, a chi li firma, a ottenere una sorta di riconoscimento pubblico, col deposito del contratto presso il CNEL. E anche ad ottenere una partente di rappresentatività visto che una circolare ministeriale del 1995 (la data da cui inizia la crescita esponenziale dei CCNL) individua nella attività di contrattazione uno degli indici più importanti di maggiore rappresentatività. E da qui poi la strumentalità dei CCNL a costruire e alimentare un sottobosco di enti, strutture e sistemi bilaterali che offrono (a pagamento) servizi a imprese e lavoratori: formazione, sicurezza, welfare, certificazione dei contratti, supporto agli adempimenti, intermediazione, prestazioni collaterali. Ed è proprio tramite l’erogazione di questi servizi che tentano di conquistare l’attenzione dell’imprenditore, al quale contestualmente viene proposto di “cambiare contratto” per applicarne uno più vantaggioso (vedi G. Piglialarmi, M. Tiraboschi, Fare contrattazione nel terziario di mercato, ADAPT University Press, 2025, voll I e II).
Insomma, il cuore della patologia non è solo il contratto pirata o corsaro che sia in quanto dotato di patentino pubblico. Il cuore della patologia e del problema è la bilateralità pirata come è possibile verificare plasticamente, alla luce del sole, là dove la legge non prevede il vincolo della maggiore rappresentatività comparata. Pensiamo al sistema dei fondi bilaterali per la formazione continua, dove la metà dei fondi accreditati presso il Ministero del lavoro è imputabile a soggetti privi di rappresentatività comparata e i cui contratti collettivi trovano, alla luce dei dati Uniemes, una applicazione davvero marginale. Eppure le risorse gestite da questi fondi sono ingenti e via via crescenti proprio perché si tratta di fondi gestiti non in termini di dialettica sindacale ma di mera razionalità o convenienza economica. Basta incrociare i dati sulla penetrazione di questi enti nel grande mercato della formazione e il tasso di applicazione dei loro contratti di riferimento per prendere atto delle degenerazioni del sistema.
Se la patologia del fenomeno del dumping sta nelle cointeressenze, nelle rendite di posizione, nel collateralismo con una certa politica, nella commercializzazione della bilateralità, allora una risposta solo normativa rischia di rivelarsi in un clamoroso boomerang.
Il nodo, lo ripetiamo alla noia, non è giuridico in senso stretto. È istituzionale e politico (M,. Tiraboschi, La legge contro il dumping contrattuale… e la legge di Murphy, in Bolletino ADAPT del 30 marzo 2026). Riguarda i criteri di legittimazione degli attori, la coerenza delle sedi di confronto, la responsabilità politica e istituzionale di chi – pur conoscendo il fenomeno da decenni – ha contribuito prima a legittimarlo e ora cerca anche di renderlo sistemico.
Continuare a invocare la legge (fatta da chi?) come soluzione universale significa, in definitiva, evitare di fare i conti con queste responsabilità politiche.
Ci vuole del resto poco (pensiamo ai bandi di gara nei contratti pubblici su cui rinvio a M. Tiraboschi, Equivalenza contrattuale e contratti pirata: perché il superminimo non può travolgere le regole del gioco negli appalti pubblici, in Bollettino ADAPT del 16 marzo 2026) ad aprire uno ad uno questi testi contrattuali e capire, senza bisogno di chissà quali leggi, che la libertà costituzionale d’impresa e di scelta del contratto collettivo non può essere invocata impunemente al solo fine di decurtare di 4.000 / 6.000 euro stipendi già bassi di magazzinieri, camerieri, aiuto cuochi, baristi, fattorini, pizzaiolo, addetti alle vendite, ecc. con relativo taglio dei contributi previdenziali e, quindi, delle future pensioni (si vedano conteggi e simulazioni contenuti, per 50 profili professionali. in G. Piglialarmi, M. Tiraboschi, Fare contrattazione nel terziario di mercato, ADAPT University Press, 2025, voll I e II cui adde M. Tiraboschi, L. Venturi, Prove di equivalenza contrattuale e dumping salariale: il caso del terziario di mercato, CNEL, Casi e materiali di discussione sul mercato del lavoro e la contrattazione collettiva, n. 37/2026).
La conclusione, allora, è semplice. Sul dumping contrattuale bisogna smettere di inseguire le narrazioni e cominciare a leggere i dati ufficiali che sono inequivocabili e di facile lettura (vedi A. Feri, M. Tiraboschi, L. Venturi, “La contrattazione collettiva di minore applicazione: una prima esplorazione dell’archivio dei contratti del CNEL”, in CNEL, Casi e materiali di discussione sul mercato del lavoro e la contrattazione collettiva, n. 31/2025) anche per chi ritenga, in termini sgrammaticati dal punto di vista del rispetto delle istituzioni e della conoscenza del funzionamento e delle attribuzioni di un organo di rilevanza costituzionale, che il CNEL sia un semplice contenitore per i contenuti contrattuali, nulla di più.
Ecco perché, se davvero si vuole capire il fenomeno, la regola è una sola: non contare le sigle, non contare i contratti che firmano, non fermarsi ai minimi tabellari che sono spesso impeccabili e di qualche centesimo superiori rispetto a quelli delle sigle realmente rappresentative. Follow the money seguire i flussi finanziari e, come sempre, il quadro diventa improvvisamente tutto più chiaro.
Bollettino ADAPT 7 aprile 2026, n. 13
Professore Ordinario di diritto del lavoro
Università di Modena e Reggio Emilia
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