Rischi psicosociali, salute mentale e organizzazione del lavoro nell’ultimo report dell’OIL

Interventi ADAPT, Salute e sicurezza

| di Silvia Caneve, Ilaria Fiore

L’impatto dei rischi psicosociali all’interno delle organizzazioni è al centro dell’ultimo report rilasciato dall’OIL: in che modo le caratteristiche del lavoro possono incidere sulla salute mentale dei lavoratori?

Lo scorso 28 aprile, in occasione della Giornata mondiale per la sicurezza e la salute sul lavoro, l’Agenzia europea per la salute e sicurezza sul lavoro (EU-OSHA) ha presentato il sito web della nuova campaign 2026-2028 «Together for mental health at work». La prevenzione, la gestione e l’impatto dei rischi psicosociali sui lavoratori saranno le tematiche al centro della campagna, il cui lancio è previsto a ottobre 2026. 

A ulteriore conferma della rilevanza assunta dal tema a livello internazionale, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) ha recentemente rilasciato un nuovo report titolato «The psychosocial working environment» che si pone l’ambizioso obiettivo di analizzare come l’ambiente di lavoro sia plasmato da elementi connessi alle tipologie di attività svolte e alle interazioni che si sviluppano all’interno dello stesso ad esempio guardando al modo in cui le mansioni sono progettate ed il lavoro è gestito, nonché alle più ampie policy, pratiche e procedure che regolano il lavoro. In altre parole, la prospettiva di analisi adottata nel report non si focalizza sulla salute mentale dei singoli lavoratori, bensì esplora le dinamiche organizzative all’interno degli ambienti di lavoro in senso ampio, evidenziando come il benessere dei lavoratori sia (o addirittura debba essere) strettamente correlato alla struttura organizzativa.

In prima battuta, lo studio propone una categorizzazione dei rischi psicosociali attraverso un’analisi a tre livelli: il lavoro; la sua organizzazione e gestione; le policy, prassi e procedure che lo regolano. Il primo livello riguarda le caratteristiche intrinseche del lavoro e delle relative mansioni: il livello di responsabilità richiesto, le modalità di organizzazione delle mansioni e le risorse e competenze necessarie per svolgerle. Il secondo livello mira a intercettare le modalità con cui il lavoro viene strutturato, coordinato e supervisionato nella quotidianità lavorativa: la definizione dei ruoli e delle aspettative; l’assegnazione dei compiti e del carico di lavoro, il grado di autonomia concesso ai lavoratori; la presenza di supervisione, feedback e sostegno sociale, nonché la qualità delle interazioni che sono alla base di questi processi. Infine, le policy e le prassi organizzative analizzate nell’ultimo livello preso in considerazione nel report definiscono il quadro più ampio entro il quale il lavoro viene regolato: le condizioni di impiego, i sistemi di orario di lavoro, i processi relativi alle prestazioni e alle retribuzioni, nonché le procedure in atto per prevenire e affrontare comportamenti dannosi sul luogo di lavoro. 

Nel secondo capitolo, la ricerca evidenzia il peso dei rischi psicosociali in termini di salute delle persone e di ricadute economiche, presentando nuove stime e proiezioni originali a livello globale. Alcuni numeri:

– ai fattori di rischio psicosociali vengono associati circa ben 840.000 decessi a livello mondiale  ogni anno;

– la perdita di PIL globale è stimata in una percentuale del’1,37% , con variazioni regionali tra l’1,12 % delle Americhe e l’1,72 % dell’Africa. 

Sul piano sanitario il report illustra poi come i rischi psicosociali, se non anticipati e minimizzati, possano generare impatti disparati . Le conseguenze sulla salute mentale più documentate sono depressione, ansia, burnout (riconosciuto formalmente dall’OMS all’interno dell’International Classification of diseases nel 2022 – ICD-11 – codice QD85), disturbi del sonno, declino cognitivo e comportamenti suicidari. Sul versante delle conseguenze fisiche, invece, il documento richiama gli effetti su malattie cardiovascolari, disturbi metabolici, funzionalità digestiva e immunitaria, alcune forme tumorali, disturbi muscoloscheletrici, esiti riproduttivi e perinatali, oltre a una più elevata incidenza di infortuni nei settori ad alta pericolosità.

Particolare interesse viene dedicato all’analisi dell’aumento considerevole dei costi dei fattori psicosociali per le organizzazioni produttive. Nella sola Unione Europea il costo annuale della depressione lavoro-correlata supererebbe, infatti, i 100 miliardi di euro (di cui oltre l’80 % sostenuti dalle/in capo alle imprese), mentre l’esposizione a violenza e molestie (che a sua volta può avere un impatto non indifferente sulla sfera psicologica) genererebbe perdite di produttività globali per circa 1,7 trilioni di dollari l’anno. Gli impatti organizzativi più tangibili, tra quelli richiamati dalla ricerca in esame, sono l’assenteismo, il presenteismo – definito come la presenza al lavoro, nonostante lo stato di malessere, ma con una performance inferiore – e il cosiddetto “leaveism”, ossia l’utilizzo dei periodi di congedo o di riposo per lavorare o per recuperare le energie dopo periodi di carichi di lavoro eccessivi. Lo studio rivela, inoltre, che  il 35 % dei lavoratori a livello globale supera le 48 ore lavorative settimanali e, secondo l’indagine ILO–Lloyd’s Register Foundation del 2022, oltre uno su cinque avrebbe subito almeno una forma di violenza o molestia nella propria vita lavorativa, con la violenza psicologica al primo posto. Il report segnala, infine, la diffusione crescente di pratiche e strumenti di gestione algoritmica e monitoraggio automatizzato del lavoro, indicati come fattori scatenanti di rischio psicosociale.

Il report dedica poi un capitolo ai quadri di policy in materia di rischi psicosociali, articolando l’analisi tra livello internazionale, regionale e nazionale. A livello internazionale, le Convenzioni OIL fondamentali in materia di Salute e Sicurezza sul Lavoro (n. 155 del 1981 e n. 187 del 2006), pur non riferendosi esplicitamente ai rischi psicosociali, contengono disposizioni descritte come sufficientemente ampie da ricomprenderli. Tra gli strumenti più recenti spicca la Convenzione n. 190 del 2019 sulla violenza e le molestie (ratificata dall’Italia già nel 2021), primo strumento OIL a fare esplicito riferimento ai rischi psicosociali, integrato dalla Raccomandazione n. 206 sempre nel corso del 2019. Va inoltre richiamata la Raccomandazione n. 194 del 2002, la cui revisione del 2010 ha esteso la lista delle malattie professionali ai disturbi mentali e comportamentali, incluso il Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD). 

Sul piano dei quadri regolatori regionali, l’Unione Europea presenta un’architettura articolata: dagli artt. 3 e 31 della Carta dei diritti fondamentali – che sanciscono rispettivamente il diritto all’integrità fisica e psichica della persona e il diritto di ogni lavoratore a condizioni di lavoro sane, sicure e dignitose – all’art. 5 della Direttiva quadro 89/391/CEE, che pone in capo al datore di lavoro l’obbligo generale di garantire la sicurezza e la salute dei lavoratori “in tutti gli aspetti connessi con il lavoro” fino alle più recenti Direttiva (UE) 2024/2831 sul lavoro tramite piattaforma e Regolamento (UE) 2024/1689 sull’intelligenza artificiale, che includono riferimenti espliciti al danno psicologico. Si aggiungono gli accordi quadro tra parti sociali europee sullo stress lavoro-correlato (2004) e su molestie e violenze (2007), e la richiesta del Parlamento europeo (risoluzione 2022/C 347/10) di una direttiva specifica su rischi psicosociali e benessere lavorativo. Anche i quadri regolatori in materia di salute e sicurezza sul lavoro (SSL) in America Latina (Mercosur, Comunità Andina, Alianza del Pacífico), Asia-Pacifico (APEC, ASEAN) e Africa (Unione Africana) hanno introdotto, con diversa intensità e cronologie, riferimenti regionali ai rischi psicosociali.

A livello nazionale, il quadro è eterogeneo. I Paesi nordici, nella ricostruzione dell’OIL, sono stati i primi a integrare la dimensione psicosociale nella legislazione SSL come parte del generale dovere di prevenzione. Il Belgio, ad esempio, ha adottato un quadro organico con la Legge del 1996 sul benessere al lavoro, consolidata nel 2014. In altri Paesi europei prevalgono approcci di integrazione dei rischi psicosociali nella valutazione generale dei rischi (Germania, Estonia, Spagna, Francia, Paesi Bassi, Portogallo e – per l’Italia – il D.Lgs. n. 81/2008). In America Latina si segnalano le seguenti leggi: la NOM-035 messicana (2018), la Resolución 2646 colombiana (2008) e la NR-1 brasiliana. Nella regione dell’Asia-Pacifico spiccano il sistema giapponese di stress check obbligatorio e l’esplicito riconoscimento dei psychosocial hazards in alcune giurisdizioni australiane.

Nell’attuazione delle politiche e regolamentazioni in materia di rischi psicosociali, viene riconosciuta una forte centralità  al ruolo del dialogo sociale e della contrattazione collettiva: le evidenze richiamate dal report dimostrano che le policy  e la normativa in materia di SSL risultano più efficaci quando le organizzazioni datoriali e sindacali sono coinvolte nei processi di elaborazione, monitoraggio e attuazione, in quanto la partecipazione rafforza la legittimazione degli interventi, ne favorisce il rispetto e ne facilita l’adattamento alle specificità settoriali e organizzative. Sul piano internazionale, l’integrazione delle parti sociali in questo ambito sembra restare tuttavia parziale: l’analisi della banca dati del Cross-Border Social Dialogue dell’ILO mostra che solo il 18 % delle 338 iniziative transnazionali registrate tra il 2000 e il 2025 affronta esplicitamente salute mentale o fattori psicosociali tra le disposizioni in materia di SSL. In Europa, il già citato accordo quadro del 2004 sullo stress lavoro-correlato ha rappresentato un impulso determinante per l’azione a livello nazionale e settoriale, influenzando l’evoluzione della normativa di numerosi Paesi (Belgio, Italia, Lettonia, Lituania, Portogallo, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria) e dando luogo a esperienze articolate di dialogo bipartito e tripartito.

Il report si conclude con una serie di indicazioni legate al tema della valutazione dei rischi nell’ambito dei sistemi di gestione della sicurezza e della salute sul lavoro che, soprattutto nel caso dei rischi psicosociali, richiede un’analisi delle condizioni organizzative in base alle quali il lavoro viene progettato, organizzato e gestito. A questo scopo, lo studio  propone una serie di esempi pratici legati a situazioni che possono presentarsi in differenti ambienti di lavoro e relative misure preventive che possono essere messe in atto. Tale attenzione alla quotidianità degli ambienti di lavoro rappresenta la proposta centrale dell’ultimo studio dell’OIL: occuparsi della salute mentale dei lavoratori oggi richiede una lente di analisi capace di mettere in rapporto la vulnerabilità individuale con le condizioni organizzative di carattere collettivo che caratterizzano la variegata morfologia contemporanea del mercato del lavoro e delle sue condizioni. ace di mettere in rapporto la vulnerabilità individuale con le condizioni organizzative di carattere collettivo che caratterizzano la variegata morfologia contemporanea del mercato del lavoro e delle sue condizioni.

Bollettino ADAPT 11 maggio 2026, n. 18

Silvia Caneve

PhD Candidate – ADAPT Università di Siena

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Ilaria Fiore

PhD Candidate – ADAPT Università di Siena

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[1] Per un approfondimento sull’attuazione italiana del quadro di prevenzione dei rischi psicosociali si rimanda al rapporto nazionale italiano del progetto Incremental (Increasing Metalworkers’ representatives’ Awareness and Skills on Mental Health Protection & Promotion in the Workplace) – cofinanziato dalla Commissione europea, coordinato da FIM-CISL con la partecipazione di ADAPT, 2025, disponibile qui