Politically (in)correct – I lavoratori dimissionari non sono i ‘’figli dei fiori’’ del XXI secolo. Lo conferma l’Inps

Bollettino ADAPT 20 luglio 2022, n. 28

 

I nostalgici del tempo dei “figli dei fiori” sono pregati di ripassare. La “Great Resignation” è stato un falso allarme. Da Oltreoceano giungono notizie “deludenti” per quanti continuano a non rendersi conto che si vive sempre nel migliore dei mondi possibili (copyright: il Candide di Voltaire): un numero di lavoratori pari a circa la metà di quanti avevano rassegnato le dimissioni si siano pentiti della loro scelta, anche se negli Usa esiste un mercato del lavoro molto più flessibile di quelli europei che determina minori difficoltà – anche per la maggiore disponibilità di coloro che sono alla ricerca di un impiego – nel trovare nuove occupazioni. Ovviamente, nessuno può negare che il prevalere delle dimissioni – anche in Italia – quando, dopo il superamento, graduale e articolato, del blocco dei recessi di natura economica, si temeva una esplosione dei licenziamenti, ha creato non poche sorprese. Ma col passare dei mesi ci si è resi conto che era in corso un processo di squilibrio tra la domanda e l’offerta di lavoro a beneficio di quest’ultima. La ripresa in atto nel 2021 apriva – soprattutto nelle aree e nei settori più competitivi – nuove e migliori opportunità di impiego per una manodopera qualificata rispondente ai requisiti che le imprese cercavano stentando a reperire figure professionali adeguate.

 

Anche il XXI Rapporto dell’Inps ha affrontato la dinamica delle dimissioni, riportando il discorso dall’empireo della ricerca di nuovi modelli di vita alla valutazione di possibili maggiori retribuzione e migliori condizioni di lavoro. Con l’Inps si ragiona sempre a partire dai dati.  Le dimissioni – è vero – sono cresciute passando da 950.000 nell’ultima annualità pre-pandemica (febbraio 2019-gennaio 2020) a quasi 1,1 milioni nell’ultima annualità osservata (febbraio 2021-gennaio 2022). L’incremento è stato più intenso nelle imprese con oltre 15 dipendenti, dove le dimissioni sono cresciute di 100.000 unità; nelle piccole imprese l’incremento si è fermato al di sotto delle 50.000 unità. Il fenomeno, segnalato a livello internazionale, soprattutto statunitense, come “Great Resignation”, ha dato luogo – ricorda l’Istituto – a interpretazioni in chiave di riscoperta, a livello di massa, di stili di vita basati su un minor attachment al lavoro (parcellizzato, ripetitivo, vincolato) dopo una fase di riflessione/cambiamento indotta/favorita dalla pandemia. In realtà, senza ricorrere a interpretazioni troppo suggestive – sottolinea il XXI Rapporto – si riconosce, nella dinamica segnalata, un recupero, se non un’accelerazione, della fisiologica mobilità di un mercato del lavoro in corso di adattamento sia a modificazioni strutturali che la pandemia ha accelerato (digitalizzazione, diffusione del lavoro da remoto etc.) sia a dinamiche settoriali molto diversificate, dato che i comparti produttivi hanno attraversato in maniera radicalmente diversa il periodo pandemico, dividendosi tra chi ne ha patito soprattutto gli effetti negativi (alloggio-ristorazione, turismo, divertimento) e chi invece ne ha ricavato una spinta alla crescita (e-commerce, informatizzazione e digitalizzazione).

 

Che l’incremento delle dimissioni non si sia tradotto principalmente in fenomeni radicali di revisione/riduzione dell’offerta di lavoro rispetto agli impieghi standard è suggerito dall’analisi dei tassi di ricollocazione, ricostruito per ciascun contingente mensile di dimessi e licenziati, identificando la quota di coloro che, nell’arco dei tre mesi successivi all’evento di dimissione o licenziamento, risultano impiegati con un nuovo rapporto di lavoro. Da questa analisi è emerso che il tasso di ricollocazione (entro un trimestre), dei dimessi che oscillava tra il 60 e il 70% nel 2019 è ritornato su tali valori nel 2021, dopo la contrazione registrata nel 2020 che lo aveva collocato, a seconda dei mesi, tra il 55 e il 60%. Non desta ovviamente stupore – commenta l’Inps – che il tasso di ricollocazione dei dimessi sia sempre superiore a quello dei licenziati: rileva peraltro osservare che per questi ultimi il tasso di ricollocazione nei primi nove mesi del 2021 è risultato superiore al 40% in quasi tutti i mesi, tendenzialmente più elevato rispetto a quello del 2019.

 

Possiamo, infine, osservare i movimenti di ricollocazione dei dimessi (sempre entro tre mesi dalla data dell’evento e con esclusione dei lavoratori con oltre 60 anni) per verificare i saldi tra settori di partenza e settori di arrivo. Innanzitutto registriamo che i dimessi da trasporti, costruzioni e metalmeccanico sono quelli con i più elevati tassi di ricollocazione (oltre il 70%). Costruzioni e trasporti sono anche i comparti che – nel 2021 – hanno avuto il più elevato saldo positivo tra ricollocati in entrata e ricollocati in uscita: significa che questi comparti – secondo l’Inps – attraggono i ricollocati provenienti da altri settori in numero maggiore dei passaggi in direzione opposta. Invece i settori con saldi negativi sono quelli dell’alloggio-ristorazione, del terziario professionale e del metalmeccanico. Da notare – scrive il Rapporto – che una quota attorno al 4-5% dei ricollocati trova spazio nell’ambito del lavoro somministrato.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 

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