Politically (in)correct – Acciaierie d’Italia: l’occasione di una svolta per il nuovo governo  

Bollettino ADAPT 27 settembre 2022, n. 32

 

Il partito di Giorgia Meloni ha vinto le elezioni su due scenari diversi: all’interno della coalizione di centrodestra e nel Paese. Nel suo programma vi sono affermazioni impegnative in tema di politica industriale che riportiamo di seguito: “È indispensabile rimuovere i vincoli strutturali che limitano la crescita economica e liberare le forze produttive dell’Italia, creando le condizioni necessarie per consentire alle imprese di svilupparsi e competere a livello internazionale. Gettare le basi per una crescita economica sostenuta e duratura del sistema nazionale è l’unica strada per garantire il benessere dei cittadini e migliorare i fondamentali dell’economia italiana”. È possibile dare concretezza a questo impegno, in tempi brevi e su di una vertenza specifica che, ad avviso di chi scrive, rappresenta la discesa agli Inferi di una certa cultura ambientalista e potrebbe invece diventare la cartina di tornasole del cambiamento. Parliamo di Acciaierie d’Italia, l’ex Ilva.

 

Poco meno di un mese prima di rassegnare le dimissioni, Mario Draghi aveva fatto delle dichiarazioni importanti a proposito dell’ex Ilva (ora Acciaierie d’Italia) e del suo futuro. Come suo solito aveva dato una prova di buon senso dopo tanti anni di cupio dissolvi che, con la correità di tante istituzioni, si era accanito su di uno stabilimento e un gruppo siderurgico rispettosi delle regole vigenti, impegnati in importanti iniziative per il risanamento ambientale, come è stato accertato da sentenze di collegi giudicanti non ostili come quelli di Taranto.

 

La guerra all’ex Ilva è stata condotta con ogni mezzo, a costo di ridurre la capacità produttiva e di impedire l’attuazione di quelle misure (prima fra tutte la copertura del suo parco geo-minerario di ben 78 ettari) che – pur a fronte della complessità di uno stabilimento che produce acciaio – avrebbero potuto ridurre quelle emissioni di cui la comunità si lamenta, attraverso nuove tecnologie basate sulla decarbonizzazione. Il martirio a cui è stata sottoposta l’ex Ilva viene spiegato (anche se non vi è un riferimento esplicito) da un noto penalista, Filippo Sgubbi, in un saggio edito da Il Mulino: Il diritto penale totale. Punire senza legge, senza verità, senza colpa: “Il sequestro di aree, di immobili, di un’azienda o di un suo ramo, il sequestro di un impianto industriale e simili incide direttamente sui diritti dei terzi. Con tali provvedimenti cautelari reali – prosegue Sgubbi – la magistratura entra con frequenza nel merito delle scelte e delle attività imprenditoriali, censurandone la correttezza sulla base di parametri ampiamente discrezionali della pubblica amministrazione e talvolta del tutto arbitrari’’.

 

L’ex Ilva è stata, per anni, al centro di una intensa campagna mediatica che ingigantiva i gravi problemi pur presenti nel territorio, con effetti sull’inquinamento e le condizioni di salute della popolazione. L’alternativa secca al centro del dibattito ha contrapposto per anni, attraverso un dibattito rozzo, il lavoro e la sicurezza sulla base di slogan disonesti e accattivanti come: “Tutto l’acciaio del mondo non vale la vita di un bambino” dimenticando quanti sono i bambini che muoiono a centinaia di migliaia per la fame, l’inedia, la malattia proprio in quei Paesi in cui non si sa che cosa sia l’acciaio. Così – tornando al punto – quando Draghi aveva detto che “il Governo intende riportare l’Ilva a quello che era quando era competitiva, era la più grande acciaieria d’Europa, non possiamo permetterci che non produca ai livelli a cui è capace di fare, a cui produce anche oggi’’ erano scoppiate – sia pure con minore tracotanza dopo la sottoscrizione dei protocolli sulla decarbonizzazione da parte del Governo e della Regione Puglia – le solite polemiche. Senza tener conto delle considerazioni svolte durante un’audizione dal presidente di CdA di Acciaierie d’Italia: Lo stabilimento ex Ilva di Taranto “deve rimanere in vita, deve rimanere uno stabilimento che produce acciaio in maniera compatibile” dal punto di vista ambientale, ma “deve rimanere in vita perché uno stabilimento morto di quel tipo diventa una bomba ecologica”. Bernabè ha poi puntualizzato quanto sia importante la “questione Ilva” nelle attuali traversie. “Siamo in una situazione senza precedenti, siamo in guerra e c’è bisogno di misure straordinarie, le dimensioni del problema attuale sono immense. A settembre a causa dell’alto costo dell’energia interi settori saranno a rischio stop. Il problema finanziario della società ha bisogno di risposte immediate, non tra tre mesi con nuovo governo o aspettando una stabilità politica. L’investimento ambientale è stato colossale, è l’acciaieria europea che inquina di meno”. In sostanza devono proseguire gli investimenti avviati con i decreti Aiuti.

 

In sostanza è la tecnologia che è in grado di affrontare e superare i suoi stessi limiti e i danni da essa provocati. Nei giorni scorsi, poi, il sito Open ha pubblicato i risultati di una ricerca condotta dall’Università di Bologna, quella di Bari e dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr). I risultati della parte analitica sono stati pubblicati su Science of the Total Environment, mentre l’intero dataset della ricerca, che comprende i dati di tutti i Comuni italiani, uscirà sulla rivista Nature Scientific Data. La ricerca degli atenei italiani ha preso in considerazione il tasso di mortalità da tumore nel decennio 2009-2018. Dai dati è emerso che le province più colpite si trovano soprattutto al nord. A ottenere la maglia nera è Lodi, seguita da Napoli, Bergamo, Pavia, Sondrio, Cremona, Gorizia, Caserta, Brescia e Piacenza. Per arrivare a questa classifica, il team di ricercatori ha utilizzato metodi di intelligenza artificiale in grado di trovare associazioni tra diverse variabili: fattori socio-economici e diverse fonti di inquinamento ambientale, come industrie, pesticidi, inceneritori e traffico automobilistico. Il quadro emerso da questo studio è piuttosto chiaro: le regioni italiane con un tasso di mortalità da tumore elevato sono anche quelle più inquinate, nonostante registrino una frequenza bassa di tutti quei fattori normalmente associati al rischio di cancro: obesità, fumo, basso reddito, alto consumo di carne.
 
Questi risultati non mettono in discussione il fatto che uno stile di vita più sano aiuti a ridurre il rischio di cancro», ha precisato Roberto Cazzolla Gatti, professore al dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna e primo autore dello studio. Secondo il ricercatore, però, spiegherebbero il motivo per cui le regioni del Nord più industrializzate – in particolare Lombardia e Veneto – «mostrano un eccesso di mortalità per cancro significativo rispetto a chi vive nelle regioni centro meridionali (ad eccezione di alcune località anch’esse molto inquinate, come la Terra dei Fuochi in Campania), anche se godono di una migliore salute e hanno reddito più elevato».

 

Tra le fonti di inquinamento che più determinano un aumento del tasso di mortalità per cancro spicca la qualità dell’aria. Seguita dalla presenza di siti da bonificare, le aree urbane, la densità di veicoli a motore e l’uso di pesticidi. Ognuna di queste fonti di inquinamento, poi, si è rivelata particolarmente letale per alcuni tipi di tumori. La presenza di aree coltivate, per esempio, è associata al tumore al tratto gastrointestinale. La vicinanza a strade e acciaierie aumenta il rischio di cancro alla vescica. Mentre le attività industriali in aree urbane sono associate al tumore alla prostata e ai linfomi. «In un’ottica di salute globale – commenta Cazzolla Gatti – è ormai chiaro che la qualità della nostra vita dipende strettamente da quella dell’ambiente in cui viviamo e da quella dell’intero pianeta».

 

Come si vede ai problemi complessi non si possono dare soluzioni semplici. Come ha scritto Alberto Clò a proposito della crisi energetica: “L’ambiente– deve restare una priorità ma non può costituire un ostacolo fino a quando l’obiettivo non sarà raggiunto. Perché nel lungo termine bisogna arrivarci vivi’’.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

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