Licei tecnologici e professionali, solo un “cambio di targa”? Intervista a Giuseppe Bertagna
Interventi ADAPT, Mercato del lavoro
| di Matteo Colombo
Ripensare curricoli, didattica e organizzazione per superare la storica gerarchia tra percorsi: per Giuseppe Bertagna, è questa la sfida che si apre con i licei tecnologici e professionali.
Professor Bertagna, partiamo dalla notizia di questi giorni. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, annunciando il cambio di denominazione degli istituti tecnici e professionali in licei tecnologici e licei professionali, ha affermato che non si tratta di un semplice «cambio di targa». A suo parere, Professore, che cosa c’è realmente in gioco in questa scelta?
Per ora stat rosa pristina, nomina nuda tenemus. Non basta cambiare i nomi alle cose per trasformarle e renderle davvero diverse da ciò che sono. Credo di più nel nomina sunt consequentia rerum. Ed è sulla sostanza delle cose (identità, morfologia istituzionale, organizzazione dei piani di studio, tempi e modi della formazione nell’arco delle giornate, corrispondenza con i talenti di ciascuno ecc.) che occorre ancora lavorare. Il proposito della Presidente del Consiglio trasferito dal Ministro Valditara nel recente decreto scuola è dunque più che condivisibile. Esprime il disegno di un progetto non solo innovativo, ma anche da decenni necessario, da portare a termine, speriamo, nella prossima legislatura. E questo superando le inerzie spesso paralizzanti di una politica ideologica e di un sindacalismo fermi alle logiche del secolo scorso, di apparati amministrativi che tendono a cambiare tutto perché niente, nella sostanza, cambi davvero, dell’autoreferenzialità istituzionale statale (perché non coinvolgere in questo percorso anche le Regioni, titolari dal 2001 dei sempre più importanti percorsi di istruzione e formazione professionale?) e soprattutto di una cultura che non ha ancora fatto i conti con “lo spirito del proprio tempo”.
Facciamo un passo indietro. Quando e per quali ragioni si è affermata, nella storia della scuola italiana, la distinzione anche terminologica tra i licei, da una parte, e gli istituti tecnici e professionali, dall’altra? Quale diversa concezione dei rispettivi percorsi formativi rifletteva questa distinzione?
La distinzione è incomprensibile se non la si colloca in una storia lunga, che risale alla tradizione della Ratio studiorum dei gesuiti e agli assetti scolastici sette-ottocenteschi. In Italia essa viene poi formalizzata dalla legge Casati del 1859, estesa dopo l’Unità al resto del Paese. Il sistema scolastico statale distingueva l’istruzione classica liceale, dall’istruzione tecnica, mentre gran parte di quella che oggi chiamiamo istruzione e formazione professionale non apparteneva ancora al Ministero della pubblica istruzione. Dipendeva da altri ministeri, come quelli dell’agricoltura, dell’industria o della marina ecc., e nasceva soprattutto per iniziativa delle province, delle imprese, delle associazioni professionali e, successivamente, verso la fine del secolo dei sindacati. Questi soggetti organizzavano corsi legati ai bisogni concreti dei territori e delle attività produttive, utilizzando talvolta, il sabato e la domenica, anche gli spazi e le attrezzature degli istituti tecnici.
Gli istituti tecnici, peraltro, non erano affatto scuole minori. La sezione fisico-matematica offriva una formazione scientifica di alto livello: da lì proveniva, per esempio, Giuseppe Peano. È soprattutto la riforma Gentile del 1923 a cristallizzare la gerarchia. Il liceo viene identificato con la cultura umanistica, classica, fondata sul latino e sul greco. L’unica cultura allora ritenuta formativa (perfino dai cultori delle discipline matematico-scientifiche). Per questo Gentile trasformò la la sezione fisico-matematica dell’istituto tecnico nel liceo scientifico, nel quale viene comunque introdotto il latino dal primo anno. Gli istituti tecnici che passarono alla PI furono solo due, quelli destinati alla formazione dei ragionieri e dei geometri, ambedue con i primi 4 anni uguali ai corsi inferiori del liceo scientifico (quindi con il latino). Gli altri rimasero più o meno come prima. Interessante osservare che per anni il mondo del lavoro diffidò dei ragionieri e geometri formati dalla riforma Gentile. Li riteneva incapaci di fare il loro mestiere.
Negli anni Cinquanta nasce poi l’istruzione professionale statale: una parte della formazione fino ad allora promossa dai territori e dai corpi sociali viene svolta dallo Stato. Rimangono, su un gradino inferiore, la formazione professionale e l’apprendistato. Con la riforma del Titolo V e il consolidamento della IeFP regionale si struttura così una graduatoria di prestigio formativo e sociale che colloca al vertice i licei, seguiti poi dagli istituti tecnici, dagli istituti professionali statali, dalla IeFP regionale e, da ultimo, dall’apprendistato formativo. Il problema che oggi discutiamo è precisamente il superamento di questa gerarchia.
Non si tratta, del resto, di un’esigenza nuova. Lo stesso Gentile, nel 1943, in Genesi e struttura della società, riconobbe che l’assetto (da lui stesso) costruito nel 1923 non era più adeguato alle trasformazioni di una tecnica ormai diventata tecnologia e di un lavoro che per essere produttivo doveva abbandonare i caratteri dell’elementarità, dell’uniformità e del ripetitivo tipici del taylor-fordismo. Se l’impostazione del 1923 mostrava già allora i suoi limiti, si può immaginare quanto oggi sia insostenibile. Nel lavoro contemporaneo le mani infatti si sono sempre più ricongiunte alla testa (e viceversa): anche chi svolge attività operative tradizionali deve saper interagire con le tecnologie e con agenti digitali, comprenderne il funzionamento e, soprattutto, possedere la formazione etica, sociale e culturale necessaria per governarli, senza esserne schiavi acritici. Per questo non basta modificare qualche segmento, ma occorre una riforma di sistema.
Quali condizioni devono essere soddisfatte affinché il cambio di denominazione non si riduca, effettivamente, a un’operazione “cosmetica”? Quali trasformazioni ordinamentali, didattiche e organizzative dovrebbero accompagnarlo perché ai nuovi nomi corrisponda un’autentica valorizzazione dell’istruzione tecnica e professionale?
La prima condizione è ripensare i curricoli. Non basta sostituire una denominazione lasciando sostanzialmente invariati quadri orari, discipline e modalità di insegnamento. Occorre partire dai risultati di apprendimento attesi, espressi in termini di conoscenze, abilità, autonomia e responsabilità, secondo la logica dell’EQF. Tutti i percorsi devono poi incrociare, con pesi e curvature differenti, l’area umanistica, quella matematico-scientifica e quella tecnologico-professionale. Una base formativa comune è necessaria, ma non deve produrre curricoli uniformi: deve consentire a ciascun percorso di affrontare problemi, compiti e pratiche coerenti con il proprio punto di vista sulla realtà.
La seconda condizione riguarda la didattica e l’organizzazione. Ragionare non più per classi con orari uniformi per un anno intero, ma per teste. Ogni studente chiamato a frequentare attività comuni obbligatorie, attività opzionali di indirizzo in base ai profili culturali e professionali conclusivi e attività facoltative. Ogni studente poi seguito da un docente tutor che lo accompagni per l’intera durata del percorso, compili l’ E-Portfolio personale e lo guidi alla frequenza di eventuali laboratori per l’approfondimento, il recupero e lo sviluppo degli apprendimenti se interessato a passaggi di ri-orientamenti tra i percorsi.,. Anche la valutazione deve concentrarsi sulle competenze effettivamente maturate nei contesti formali, non formali e informali.
La terza condizione è costruire il campus come infrastruttura istituzionale e organizzativa fruibile per l’intera giornata e con servizio mensa (escluso il sabato). Licei, percorsi tecnologici, professionali, IeFP e, ITS Academy devono poter condividere nel campus servizi, laboratori e relazioni con il territorio, pur conservando la propria specificità. Il campus dovrebbe organizzare stabilmente l’orientamento e il placement, la collaborazione con le imprese, l’alternanza formativa, l’allineamento delle competenze linguistiche, l’internazionalizzazione, le attività sportive e culturali, la certificazione conclusiva delle competenze e i servizi per la sicurezza. Ciò richiede una governance adeguata, personale selezionato anche in base alle competenze professionali, risorse certe e una collaborazione strutturale con imprese, parti sociali ed enti territoriali.
I critici del provvedimento, oggi come in passato, paventano il rischio di una “licealizzazione” dell’istruzione tecnica e professionale. Sostengono inoltre che l’adozione di una denominazione comune possa rendere meno riconoscibili le differenze tra i percorsi e, quindi, disorientare studenti e famiglie. Vi sarebbe infine un paradosso: nel tentativo di affermare la pari dignità di tutte le scuole, si finirebbe per riconoscere implicitamente che soltanto il liceo rappresenta la “vera” scuola, alla quale gli altri percorsi devono assimilarsi. Cosa pensa di queste obiezioni?
L’obiezione sarebbe fondata se per licealizzazione intendessimo l’estensione a tutti dei medesimi insegnamenti di solito astratti e separati dalle azioni, dai comportamenti e dai contesti nei quali la persona vive e lavora. Non è questo, però, il significato da attribuire alla proposta. Innalzare l’istruzione tecnica e professionale al livello del liceo non significa conformarla al liceo attuale. Significa riconoscere che ogni percorso del secondo ciclo deve essere uno spazio elevato di riflessione critica e di formazione educativa, culturale e professionale della persona.
Tutti gli studenti devono possedere una parte comune di formazione linguistica, scientifica, storica, civica, etica e digitale. Ma questa base deve poi essere sviluppata e declinata secondo i talenti degli studenti e la specificità dei campi di esperienza e di azione scelti da ciascuno. Lavorare nell’automotive, nella meccatronica, nell’Ai, nel commercio o nella finanza pone problemi diversi da quelli affrontati nella filologia, nella ricerca linguistica sui classici o nelle biblioteche cartacee e digitali. Anche l’impiego di un agente digitale cambia: un conto è educarlo e utilizzarlo per gestire un’attività produttiva o commerciale, un altro è usarlo per l’analisi e la traduzione dei testi o per l’assistenza educativa. La pari dignità non cancella queste differenze; chiede, al contrario, di valorizzarle, rafforzando, con questo, anche il tronco comune da cui fiorisce.
Per questa ragione considero infondato il timore che l’uso del termine liceo riconosca implicitamente un’unica scuola degna di essere nominata in questo modo Nessun percorso può rivendicare da solo l’intero della formazione personale La cultura umanistica, quella scientifica e quella tecnologico-professionale sono tutte, in modi differenti oggi intrecciate e, insieme, costituiscono la cultura dell’uomo del nostro tempo. Il problema dell’orientamento non si risolve quindi conservando una gerarchia anche implicita tra le denominazioni, ma rendendo trasparenti gli esiti dei percorsi e accompagnando realmente gli studenti nella loro maturazione. Tutor, portfolio, laboratori comuni, permeabilità e possibilità di ri-orientamento servono precisamente a evitare che una scelta di attività opzionali compiuta a tredici o quattordici anni diventi un destino sociale irreversibile.
Nel documento elaborato nel 2023 dal gruppo ristretto di lavoro da lei presieduto, il cambiamento delle denominazioni si inseriva in una proposta più ampia e sistemica di riorganizzazione del secondo ciclo di istruzione e formazione come in parte si è prima accennato. Se isolata da quel disegno complessivo, non vi è il rischio che la modifica perda parte del suo significato e non riesca a dispiegare pienamente i suoi effetti?
Certamente. Il gruppo ristretto non si era limitato a proporre tre nuove denominazioni. Il problema era costruire un sistema capace di interpretare hegelianamente lo spirito del tempo: superare la gerarchia tra i segmenti del secondo ciclo, riconoscerne la pari dignità, riorganizzare i curricoli e l’organizzazione territoriale, istituire i campus e stabilire rapporti continui con le imprese più innovative e con le altre risorse sociali e culturali dei territori. E ciò sfruttando l’occasione storica di far intervenire una profonda riorganizzazione della scuola in una contingenza storica nella quale alla diminuzione del numero degli studenti è seguito l’aumento del numero dei docenti (oltre 900 mila). Certo con fortissimi interventi di riqualificazione della formazione dei docenti (oltre che di differenziazione dei loro stipendi). Ma quale miglior occasione di questa per non diminuire gli organici?
In questa prospettiva sistemica, quale posto dovrebbe essere riconosciuto ai percorsi regionali di istruzione e formazione professionale? Il passaggio ai licei tecnologici e professionali può favorire una maggiore integrazione, oppure rischia di accentuare nuovamente la distanza tra l’istruzione statale e la IeFP?
La IeFP non può essere considerata un’appendice quasi estranea del sistema. È parte costitutiva del secondo ciclo e dovrebbe concorrere alla costruzione di un forte sistema italiano di Vocational Education and Training (VET). Oggi convivono due segmenti professionalizzanti, l’istruzione professionale statale e la IeFP regionale, che perseguono finalità in larga misura analoghe ma rimangono separati. Questa distinzione non ha una vera giustificazione epistemologica o pedagogica; dipende soprattutto dalla storia istituzionale, dal riparto delle competenze e dai diversi modelli di governo e finanziamento.
La prospettiva dovrebbe essere quella di un sistema professionalizzante unitario. Il campus può esserne il luogo concreto, perché consente di condividere percorsi, risorse professionali, servizi, laboratori e rapporti con le imprese, valorizzando la collaborazione tra Stato, Regioni, Comuni, territori e al tempo stesso le diverse rispettive competenze.
Se il cambiamento riguardasse soltanto gli istituti professionali statali, il rischio di aumentare la distanza dalla IeFP sarebbe reale. Se invece la nuova architettura riconoscesse alla IeFP pari dignità, permeabilità e piena partecipazione al campus formativo, il cambiamento potrebbe favorire l’integrazione orizzontale tra i percorsi e quella verticale verso gli ITS Academy. E far scoprire a tutti quanto possa essere fecondo sul piano relazionale e formativo far incontrare in attività comuni di livello teste che provengono dai vari percorsi formativi del campus. È questa la condizione per evitare che la nuova denominazione riproduca, sotto altre forme, la vecchia gerarchia.
Bollettino ADAPT 28 settembre 2026, n. 34
Presidente Fondazione ADAPT
ADAPT Senior Fellow
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