I lavoratori Walmart e i sindacati

In pochi in Italia hanno parlato della protesta dei lavoratori di Walmart lo scorso venerdì, ma questa vicenda può offrire interessanti spunti per i nostri sindacati.

 

Intanto i fatti. Negli Usa il giorno dopo Thanksgiving è l’attesissimo Black Friday, durante il quale i negozi offrono i loro prodotti a prezzi scontati, una grande concentrazione di tutti i saldi che porta a offerte particolarmente vantaggiose. È la giornata famosa per le grandi code notturne fuori dai negozi e per la corsa ad acquistare qualsiasi oggetto che abbia uno sconto non appena le porte si aprono.
Proprio in questa giornata, ed evidentemente non a caso, molti lavoratori della grande catena di negozi Walmart hanno protestato davanti a (secondo le loro dichiarazioni) oltre 1000 punti vendita in tutti gli Stati Uniti. Non si conosce con precisione il numero dei partecipanti alle manifestazioni, ma la copertura mediatica del caso è stata assai ampia.
I lavoratori sono coordinati dall’associazione non sindacale OUR Walmart, nata spontaneamente da alcuni di essi nel 2010 e sostenuta esternamente dall’United Food and Commercial Workers (UFCW).  Le richieste sono variegate e si concentrano soprattutto sugli aumenti dei salari del campione della grande distribuzione americana, che da lavoro nei soli Usa a 1,4 milioni di persone.

 

Ma quali sono i dati interessanti di queste manifestazioni, soprattutto per il sindacato italiano? Difficile pensare che si possa imparare qualcosa dalla rappresentanza sindacale statunitense che, a partire dagli anni ’80, ha visto un continuo calo di iscritti fino a scendere al di sotto del 10% dei lavoratori. È proprio questo il primo dato, non stiamo parlando di un sindacato.
Da decenni (Walmart nasce negli anni ’60) l’UFCW tenta di entrare in Walmart, ma la forte politica antisindacale del gruppo è sempre riuscita ad evitare che questo accadesse. Ma ciò non ha fatto sì che alcuni lavoratori desistessero dalle loro rivendicazioni fino a fondare OUR Walmart nel 2010 e, dato ancora più importante, a far sì che il sindacato fornisse un ampio appoggio esterno, sia organizzativo che economico.
Si delinea quindi una forma di rappresentanza dei lavoratori non direttamente organizzata dal sindacato ufficiale ma nata dai dipendenti di una determinata realtà aziendale e sostenuta esternamente dal sindacato ufficiale. Questo agisce dunque, per necessità, con una logica sussidiaria, lasciando spazio ai lavoratori stessi.

 

L’organizzazione dei lavoratori si crea attorno al loro mestiere e all’impresa stessa, non come parte di un gruppo più ampio di dimensione nazionale. Cosa succederebbe in Italia se un gruppo di lavoratori volesse rivendicare determinate richieste senza aderire al sindacato e chiedendo ad esso un appoggio esterno?

 

Non possiamo dare risposte precise, ma probabilmente il sindacato risponderebbe che l’”unione fa la forza” e che solo con il sostegno dell’intera categoria, o forse dell’intero popolo dei lavoratori, si può pensare di ottenere qualcosa. Peggio ancora potrebbe giungere l’accusa di spontaneismo che, a ben vedere, poco a che fare con questa vicenda.
Il primo fattore evidenzia quindi un possibile limite, dato dalle piccole dimensioni di una organizzazione non-sindacale e quindi dalla poca pressione che questa può esercitare. E proprio qui entra in gioco un secondo fattore di grande interesse, la diffusione via social della iniziativa.
Facendo una analisi su Twitter si può notare come l’hashtag #OURWalmart sia comparso oltre un milione di volte sulle timeline a partire dal 26 novembre. Chi si occupa di analisi social saprà che non stiamo parlando di dati particolarmente grandi, ma questi numeri possono comunque dare l’idea di come un evento che ha coinvolto qualche migliaia di persone possa avere una risonanza infinitamente maggiore se ben gestito mediaticamente.

 

Anche questo fattore può essere una interessante provocazione per il sindacato italiano a fare molto di più di quello che sta facendo dal punto di vista dell’utilizzo dei social media, pur con alcuni sforzi e miglioramenti negli ultimi periodi. Il sindacato italiano sta vivendo una profonda crisi, soprattutto per una struttura e una forma di rappresentanza sempre più lontana dai lavoratori di oggi, e anche per attacchi esterni.

 

Il sindacato americano vive una situazione simile da oltre trent’anni, potrebbe essere utile per noi prendere spunto da chi con la crisi ha dovuto fare i conti prima di noi, senza negarla, ma tentando di affrontarla.

 

Francesco Seghezzi

Responsabile comunicazione e relazioni esterne di ADAPT

@francescoseghez

 

Pubblicato anche in La Nuvola del lavoro, 9 dicembre 2014.

 

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