La solitudine dell’operaio tedesco
| di Francesco Seghezzi
Il voto operaio ad AfD in Sassonia-Anhalt non può essere letto soltanto come uno spostamento dalla sinistra alla destra. Dietro il consenso alla destra populista si intrecciano trasformazioni del lavoro, crisi dei corpi intermedi, solitudine e paura del futuro: ricostruire rappresentanza e fiducia democratica significa tornare a creare luoghi nei quali le persone possano riconoscersi e organizzarsi collettivamente.
Non stupisce più il voto ad AfD, almeno non dovrebbe stupire chi negli ultimi anni ha osservato con una qualche continuità quanto sta accadendo nelle democrazie occidentali, nelle quali l’avanzata di forze populiste e nazionaliste, pur assumendo forme diverse a seconda delle storie politiche e sociali dei singoli Paesi, sembra ormai seguire un meccanismo sufficientemente consolidato. Stupiscono, semmai, le dimensioni che questo fenomeno continua ad assumere e soprattutto la sua capacità di penetrare in gruppi sociali che fino a pochi anni fa si sarebbe faticato a immaginare così nettamente nell’estrema destra.
Il dato delle elezioni in Sassonia-Anhalt è, da questo punto di vista, difficile da aggirare. AfD sfiora il 44 per cento dei voti e, secondo le prime analisi sui flussi elettorali, arriva intorno al 60 per cento tra gli operai, al 42 per cento tra i giovani tra i 18 e i 24 anni ed è stato in grado di mobilitare decine di migliaia di astenuti. È soprattutto il primo numero a meritare attenzione, perché riguarda una categoria sociale sulla quale si è costruita una parte considerevole della storia politica europea del Novecento e che oggi sembra trovare una rappresentanza, o almeno una forma di riconoscimento, in un partito che si colloca ben lontano dalle tradizioni politiche alle quali il lavoro operaio è stato associato per decenni.
Sarebbe però semplicistico leggere questo dato come una sorta di passaggio meccanico degli operai dalla sinistra alla destra, come se fossimo di fronte a un trasferimento di consenso tra contenitori politici rimasti per il resto immutati. È, infatti, cambiato il lavoro, la sua collocazione nella società, sono cambiate le forme della produzione e le geografie industriali; soprattutto, si è progressivamente indebolito quel sistema di istituzioni, culture e appartenenze che aveva consentito per buona parte del Novecento di trasformare la posizione occupata da una persona nel sistema produttivo in una identità sociale e, almeno in parte, politica.
La fabbrica fordista non produceva soltanto automobili o elettrodomestici, ma anche una particolare struttura delle relazioni sociali. Riuniva grandi quantità di persone nello stesso luogo, rendeva immediatamente visibile la condivisione di una condizione e costruiva quasi spontaneamente un terreno sul quale potevano nascere conflitto, solidarietà, organizzazione. Non occorre indulgere in alcuna nostalgia per quel mondo, nel quale il lavoro era spesso più faticoso, pericoloso e autoritario di oggi, per riconoscere che esso generava una densità sociale difficilmente comparabile con quella che caratterizza buona parte del lavoro contemporaneo.
Intorno a quella densità si erano poi sviluppati sindacati, partiti di massa, associazioni, cooperative, mutualismo, territori industriali nei quali vita lavorativa e vita sociale finivano per sovrapporsi. La rappresentanza non era quindi una attività separata dall’esperienza quotidiana delle persone, affidata a professionisti che intervenivano episodicamente per interpretarne i bisogni, perché nasceva dentro la stessa esperienza sociale che pretendeva di organizzare. E persino il conflitto industriale, che poteva essere aspro, costruiva riconoscimento reciproco, definiva interlocutori, obbligava a negoziare e rendeva percepibile, per quanto in modo spesso faticoso, il fatto che gli interessi individuali potessero essere organizzati collettivamente.
Questa infrastruttura si è progressivamente consumata e sarebbe riduttivo attribuirne la crisi esclusivamente alla globalizzazione o al neoliberismo, categorie che spiegano certamente una parte di quanto accaduto ma che rischiano, se utilizzate come spiegazioni totali, di diventare esse stesse scorciatoie. Sono intervenuti l’aumento del terziario, la frammentazione delle imprese e delle catene produttive, la crescita delle professioni, la digitalizzazione, l’individualizzazione delle carriere, il declino dei partiti di massa e quello, parallelo, di molte forme associative. A tutto questo si è aggiunta una crisi interna dei corpi intermedi, spesso incapaci di comprendere con sufficiente rapidità che la società che avevano imparato a rappresentare stava scomparendo e che non sarebbe bastato difendere strutture, linguaggi e rituali costruiti per quel mondo per continuare a svolgere la stessa funzione.
È dentro questa trasformazione, che nasce quindi da lontano, che va letto anche quel 60 per cento di operai che vota AfD. La spiegazione puramente economica, infatti, convince fino a un certo punto. Non tutti coloro che votano per i partiti populisti sono poveri, esclusi dal mercato del lavoro o vittime dirette delle trasformazioni produttive, così come sappiamo da tempo che la relazione tra condizioni materiali e comportamento politico è mediata da fattori culturali, territoriali e identitari che impediscono qualsiasi determinismo. Ma la dimensione economica torna ad acquistare peso se la si osserva attraverso una categoria diversa dal reddito, quella della sicurezza, della solitudine o forse ancora meglio attraverso quella della possibilità di esercitare un qualche controllo sul proprio futuro.
Si può avere un lavoro stabile e percepire la propria posizione come fragile, così come si può guadagnare più di dieci anni fa e ritenere che le prospettive dei propri figli siano peggiori. Pensiamo a chi lavora in una impresa che oggi non è in crisi ma sa che il settore nel quale essa opera è esposto alla concorrenza internazionale, alla trasformazione tecnologica (l’intelligenza artificiale oggi è raccontata spesso con un linguaggio che genera paura), alla transizione ambientale o a decisioni prese a migliaia di chilometri di distanza. E si può sperimentare tutto questo in territori che nel frattempo invecchiano, perdono abitanti, vedono chiudere servizi, faticano ad attirare investimenti e nei quali l’immigrazione, indipendentemente dalla sua consistenza statistica, viene facilmente percepita come un ulteriore elemento di instabilità.
Il lavoro, in questo senso, continua a essere una lente particolarmente utile per leggere il malessere politico contemporaneo, anche quando quel malessere non nasce direttamente nel luogo di lavoro. Perché è lavorando che buona parte delle persone sperimenta quotidianamente il proprio rapporto con il cambiamento economico, misura il proprio potere contrattuale e quindi il proprio posto nella società, il riconoscimento che desidera. Globalizzazione, decarbonizzazione, immigrazione, intelligenza artificiale sono concetti. Mentre la chiusura di uno stabilimento, una mansione che scompare, la difficoltà di pagare un affitto o l’impressione che il proprio mestiere valga meno di un tempo sono esperienze, e la politica viene giudicata molto più facilmente a partire dalle seconde che dalla correttezza delle analisi sulle prime.
È probabilmente anche per questo che la comunicazione populista riesce a essere così efficace. Utilizza meglio TikTok, Instagram e i format comunicativi brevi, tecnica persuasiva ancora distanti dai partiti tradizionali, e ha elaborato un linguaggio coerente con una società nella quale sono diminuite le occasioni di interpretare collettivamente ciò che accade. Quando vengono meno i luoghi intermedi nei quali una trasformazione può essere discussa, tradotta in interessi, negoziata e persino contestata, rimangono l’individuo e la sua esperienza, alla quale la politica populista offre una spiegazione immediata costruita intorno a responsabilità chiaramente identificabili.
È difficile non vedere quanto questo meccanismo abbia a che fare con quella disintermediazione che per molti anni è stata presentata quasi esclusivamente come una liberazione. La promessa era quella di eliminare apparati, burocrazie e organizzazioni autoreferenziali per mettere direttamente in relazione cittadini e decisori; e non si può negare che molti di quegli apparati avessero ampiamente contribuito a rendersi poco credibili. Ma togliere di mezzo le organizzazioni che stavano tra individuo e potere non ha necessariamente reso l’individuo più forte. Molto spesso lo ha lasciato più solo.
Ed è una solitudine particolare, perché si accompagna alla moltiplicazione delle possibilità di comunicazione. Mai come oggi le persone possono esprimere immediatamente opinioni, aderire a una campagna, seguire un leader politico, commentare una decisione pubblica; nello stesso tempo sono diminuite molte di quelle esperienze nelle quali l’opinione individuale deve misurarsi con quella di altri, diventare posizione comune, accettare compromessi, costruire un interesse collettivo. La differenza può sembrare sottile, ma riguarda probabilmente uno dei nodi della crisi democratica contemporanea: comunicare non significa partecipare e l’esistenza di una opinione pubblica molto rumorosa non garantisce affatto l’esistenza di una società civile altrettanto vitale.
Tocqueville aveva intuito con largo anticipo quanto l’associazionismo costituisse una difesa contro la possibilità che una società di individui formalmente liberi finisse per diventare una società di individui isolati, deboli di fronte a un potere centrale sempre più esteso. Naturalmente sarebbe arbitrario trasferire direttamente categorie elaborate nell’America dell’Ottocento alla Germania orientale del 2026, ma resta attuale l’intuizione secondo cui la democrazia vive anche di istituzioni sociali che non coincidono con lo Stato e che consentono alle persone di apprendere, attraverso la pratica, che l’azione collettiva può produrre conseguenze.
Vale soprattutto per il lavoro, così come in altre dimensioni più prossime della vita. Una persona che per otto ore al giorno sperimenta di non avere alcuna possibilità di incidere sulle decisioni che riguardano il proprio lavoro difficilmente riceve da quella esperienza una educazione alla partecipazione; e se, uscendo dal luogo di lavoro, incontra una società nella quale sono ugualmente rare le organizzazioni capaci di raccogliere e organizzare una domanda collettiva, diventa comprensibile che la promessa di un leader che afferma di poter restituire direttamente voce e potere possa risultare particolarmente attrattiva.
Molto sembra ruotare intorno al binomio solitudine-paura. E rispetto alle paura (migranti, tecnologia, impoverimento) una parte della discussione pubblica ha spesso oscillato tra due atteggiamenti ugualmente poco utili davanti : la loro amplificazione interessata e la loro liquidazione come prodotto dell’ignoranza, della disinformazione o della manipolazione politica. Eppure molte delle preoccupazioni che attraversano oggi le società europee hanno basi materiali difficili da negare. Il problema democratico consiste precisamente nel modo in cui queste trasformazioni vengono governate e nel fatto che una quota crescente di popolazione sembra non riconoscere più nelle istituzioni esistenti soggetti capaci di farlo tenendo conto della propria esperienza.
Ricostruire fiducia, in queste condizioni, sarà molto più difficile e lungo di quanto il tempo della politica elettorale consenta normalmente di immaginare, e non escluderei affatto che prima di una inversione di tendenza le democrazie europee debbano attraversare una fase più dura di quella che oggi preferiamo raccontarci. I processi di individualizzazione, la crisi delle appartenenze e il declino delle forme tradizionali di rappresentanza hanno impiegato decenni a dispiegarsi; immaginare di correggerne le conseguenze attraverso una nuova offerta politica o qualche aggiustamento istituzionale significa probabilmente sottovalutarne la natura.
C’è però un terreno sul quale si può cominciare a lavorare e che riguarda molto meno i programmi politici di quanto riguardi la vita quotidiana delle organizzazioni sociali. Corpi intermedi, associazioni imprenditoriali, comunità locali, associazionismo e tutte le realtà che conservano una capacità, anche residuale, di mettere insieme persone dovrebbero concentrare una parte molto maggiore delle proprie risorse nell’incontrarle. Sembra quasi banale dirlo, ma molte organizzazioni nate per rappresentare interessi hanno progressivamente spostato energie verso la gestione dei servizi, la presenza istituzionale, la produzione di comunicazione e la relazione con altre élite organizzate, mentre sono diventati più deboli i luoghi nei quali si costruisce materialmente una appartenenza.
Ricostruire quei luoghi non significa restaurare le forme associative del Novecento, che corrispondevano a un mondo sociale che non esiste più. Significa inventarne di nuove, accettando probabilmente organizzazioni meno rigide, linguaggi diversi e modalità di partecipazione che non possiamo pretendere di conoscere in anticipo. Ma il criterio dovrebbe rimanere quello della capacità di far incontrare persone che, lasciate sole, si limiterebbero a percepire individualmente problemi che in larga parte condividono.
Il lavoro offre ancora uno spazio enorme per farlo perché, nonostante tutte le trasformazioni, rimane uno dei pochi ambiti della vita sociale nel quale persone diverse per età, provenienza, orientamento politico e condizioni personali sono costrette quotidianamente a misurarsi con problemi comuni. È una caratteristica che abbiamo forse dato troppo rapidamente per perduta insieme alla fabbrica novecentesca e che invece può ancora produrre forme di solidarietà, a condizione che esistano soggetti capaci di riconoscerle e organizzarle.
Quel 60 per cento di voto operaio ad AfD, allora, dovrebbe interessare i partiti, ma forse ancora di più dovrebbe interessare i sindacati e tutto il sistema della rappresentanza sociale. Perché prima di domandarsi come convincere quegli elettori a votare diversamente sarebbe utile chiedersi da quanto tempo nessuno li incontra più, dentro quali luoghi elaborano le trasformazioni che attraversano il loro lavoro e il loro territorio, con chi riescono a dare forma alle preoccupazioni che inevitabilmente ne derivano.
Bollettino ADAPT 7 settembre 2026, n. 31
Presidente ADAPT
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