La Grande Trasformazione del Lavoro – La rivoluzione invisibile

Non è sempre facile accorgersi delle rivoluzioni. Quando i mutamenti epocali e le riforme a tamburo battente diventano la quotidianità, i piccoli mutamenti sfuggono, passano quasi inosservati.

Cosa succede, allora, se su mille imprese manifatturiere italiane, da un anno all’altro, nascono due brevetti in più? Cosa succede se, contemporaneamente, nello stesso campione statistico il numero degli apprendisti aumenta di 0,3 punti percentuali?

 

Assolutamente niente. Le industrie italiane sono mediamente troppo piccole per destare scalpore, persino quando creano innovazione e, ancora meno, quando spostano i tassi di occupazione dello “zero virgola”, di fronte ai milioni di senza lavoro o di posti a rischio, Eppure non tutti la pensano così. Non è della stessa idea, ad esempio, Salvatore Rossi, Direttore Generale della Banca d’Italia, che nel corso delle celebrazioni per il cinquantenario della Fondazione Luigi Einaudi ha citato proprio questi dati per la sua disanima sull’innovazione nelle imprese italiane. Dati che, non a caso, vengono da un paper del Servizio Studi della Banca d’Italia stessa, «L’apprendistato e l’attività innovativa», ad opera di Eliana Viviano.

 

La ricercatrice ha svolto un preciso lavoro di revisione statistica sulla portata innovativa dell’apprendistato, lavoro che il Direttore inserisce nella cornice di un discorso più generale sull’aridità dell’attività brevettuale del nostro sistema produttivo, sbiadita eredità di un passato luminoso.

 

Quello che stupisce, però, non è tanto il risultato, quanto il filo logico ed il contesto in cui si esprime.

Non è nelle statistiche che ci si aspetta di trovare un panegirico sull’apprendistato. Gli studiosi dell’arte lo indicano come il momento della vita in cui l’artista tardo medievale italiano si formava nelle botteghe del maestro per poi diventare Giotto, Leonardo, Tiziano, ed e avere allievi a sua volta. Gli storici concordano: il Rinascimento artistico, ma anche economico, politico e culturale del nostro paese è giunto da menti e mani formate sul posto di lavoro. La dottrina pedagogica, poi, non manca mai di ricordare che l’assorbimento di nozioni come momento formativo è una concezione “moderna” di educazione e che, tradizionalmente, è sempre stato il circolo virtuoso “imparare facendo, fare imparando” la fonte di istruzione principale per i giovani volenterosi.

 

Sembrerebbe che, in altre parole, il modello della “età dell’oro” dei Comuni o quello più inimitabile della Germania del miracolo anti-crisi siano replicabili anche dal nostro apprendistato, per quanto sempre migliorabile e non privo di difetti. Viviano, nel saggio per il Servizio Studi della Banca d’Italia, prende a modello l’apprendistato della legge Biagi che, pur con differenze non secondarie, grosso modo può considerarsi “reincarnato” nel moderno apprendistato del Testo Unico del 2011.

Sfruttando la tardiva attuazione dello schema normativo da parte di alcune regioni e della contrattazione collettiva di alcuni settori merceologici, l’autrice giunge a valutare qual è stato l’impatto dato dalla possibilità di assumere apprendisti sugli andamenti occupazionali e sull’attività innovativa delle imprese manifatturiere, negli anni tra il 2003 ed il 2009.

 

L’intuizione viene da un ragionamento sottile: inserire in azienda personale giovane (perché solo i giovani possono essere assunti con questo tipo di contratto), mediamente più formato, con un contratto che unisce costi ridottissimi ad una durata consistente ma – di fatto – a tempo non indeterminato, cosa comporta in termini di capitale umano? E questo, cosa comporta in termini di innovazione?

 

Ecco i risultati di cui si parlava prima….

 

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La Grande Trasformazione del Lavoro – La rivoluzione invisibile
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