Il Libro Verde CISL e la ricerca di un nuovo spazio per l’azione collettiva
Interventi ADAPT, Relazioni industriali
| di Francesco Seghezzi
Il Libro Verde della CISL propone una riflessione sul ruolo della rappresentanza in un mercato del lavoro segnato da transizioni demografiche, tecnologiche e produttive sempre più profonde. Dalla contrattazione alla formazione, dalle politiche attive alla partecipazione, il documento individua nella dimensione collettiva uno strumento per accompagnare le trasformazioni e costruire un nuovo Patto sociale.
Il Libro Verde presentato dalla CISL in vista di un nuovo Patto sociale può essere letto, prima ancora che come un insieme molto ampio di proposte sui principali dossier economici e sociali, come il tentativo di dare una risposta a una questione che attraversa da tempo il sistema delle relazioni industriali: quale funzione può svolgere la rappresentanza del lavoro quando vengono meno alcune delle condizioni sulle quali si sono costruiti, nel secondo dopoguerra, tanto il mercato del lavoro quanto gli istituti chiamati a regolarlo?
La questione non è astratta. La progressiva contrazione della popolazione in età lavorativa, l’aumento dell’età media degli occupati, le difficoltà sempre più diffuse nel reperimento di alcune figure professionali, insieme all’accelerazione tecnologica e al riassetto delle catene globali del valore, stanno modificando un mercato del lavoro che per decenni è stato pensato a partire da una condizione relativamente stabile di eccedenza dell’offerta rispetto alla domanda. Il rischio della disoccupazione resta, così come restano profonde differenze tra territori, settori e gruppi sociali, ma a esso si sovrappone una dinamica diversa, nella quale il problema per una parte crescente del sistema produttivo è trovare, formare e trattenere persone.
È dentro questa trasformazione che si colloca uno dei passaggi più interessanti del documento. Il punto non è tanto affermare, ancora una volta, che la tutela del lavoratore debba estendersi oltre la stabilità della singola posizione occupata, quanto interrogarsi su quali istituzioni possano rendere concretamente sostenibili transizioni professionali destinate a diventare più frequenti. Il rischio, altrimenti, è ricadere in una idea di occupabilità affidata prevalentemente alla capacità individuale di adattarsi, aggiornarsi e muoversi nel mercato. Il Libro Verde sembra invece ricondurre queste transizioni dentro una infrastruttura collettiva fatta di contrattazione, formazione, partecipazione, politiche attive e servizi, attribuendo alla rappresentanza il compito di costruire risorse e condizioni che il singolo lavoratore difficilmente potrebbe produrre da sé.Quando il Libro Verde insiste sulla formazione continua, sulla capacità di affrontare le transizioni professionali e sulla partecipazione ai processi organizzativi, introduce quindi una nozione di tutela che si misura sempre più con la capacità delle persone di restare dentro un mercato del lavoro in trasformazione. I lavoratori sono sempre più esposti ad un contesto turbolento, ma proprio per questo hanno bisogno di supporto e di aiuto da parte di attori collettivi che possono contribuire a costruire quelle risorse di potere che difficilmente da soli si maturano.
È una impostazione che emerge anche nella parte dedicata ai salari, dove la centralità attribuita alla contrattazione collettiva nazionale convive con una forte attenzione al rapporto tra retribuzioni, produttività e distribuzione del valore. L’ampiezza della copertura contrattuale italiana, da sola, non esaurisce infatti la questione salariale, soprattutto in un sistema produttivo nel quale convivono differenze molto ampie per dimensione d’impresa, settore, territorio e capacità di generare valore aggiunto. Da qui deriva l’insistenza sulla contrattazione di secondo livello e l’ipotesi di una sua estensione attraverso strumenti aziendali, territoriali e di filiera. Questo spostamento comporta però un cambiamento più ampio della funzione della rappresentanza. La diffusione del secondo livello non dipende soltanto dalla disponibilità a negoziare, ma dalla presenza di informazioni, competenze, sedi e soggetti capaci di leggere i diversi contesti produttivi. La contrattazione territoriale e di filiera, soprattutto nei settori a prevalenza di piccola impresa, assume così una funzione che non è semplicemente sostitutiva di quella aziendale, ma potenzialmente organizzativa: costruire luoghi nei quali rendere leggibili interessi che altrimenti resterebbero dispersi.
Una considerazione analoga riguarda la formazione. Nel documento le competenze vengono trattate come una componente della sicurezza del lavoratore, in un mercato nel quale le transizioni tecnologiche accelerano l’obsolescenza di una parte delle conoscenze professionali e nel quale la riduzione della popolazione attiva rende più costoso disperdere capitale umano già disponibile. Formazione e politiche attive entrano quindi nella tutela non come strumenti esterni al rapporto di lavoro, ma come parte della possibilità di mantenerne continuità e qualità nel tempo. Questo implica anche un cambiamento nel modo di guardare alla formazione continua. Se il suo valore dipende dalla capacità di accompagnare le transizioni, la questione non può essere ridotta al numero dei corsi o delle ore erogate, ma riguarda l’effettiva acquisizione di competenze, il loro utilizzo nell’organizzazione del lavoro e gli effetti che producono sulle carriere, sulla mobilità professionale e sulla produttività. Il tutto non può che interrogare, oggi, il ruolo e le prospettive dei fondi paritetici interprofessionali che possono svolgere un ruolo di connessione tra attore collettivo e bisogni dei lavoratori e delle organizzazioni.
Ma è probabilmente la demografia il terreno sul quale il documento mostra con maggiore chiarezza come stiano cambiando i confini delle politiche del lavoro. La riduzione della popolazione in età attiva non costituisce soltanto un problema previdenziale, ma modifica il rapporto tra domanda e offerta di lavoro, la capacità produttiva del Paese e la sostenibilità di un sistema di welfare costruito su equilibri demografici ormai profondamente diversi. Giovani, immigrazione, partecipazione femminile e permanenza al lavoro delle fasce più anziane diventano così parti della stessa questione. Se le generazioni che entrano nel mercato del lavoro sono numericamente molto più piccole di quelle che ne stanno uscendo, la capacità di crescita dipenderà sempre più dalla possibilità di aumentare la partecipazione, attrarre persone, trattenere competenze e accompagnare carriere più lunghe in un’ottica di sostenibilità del lavoro. È interessante, in questo senso, anche il richiamo all’attrattività dei territori, perché consente di superare una lettura delle difficoltà di reperimento dei lavoratori esclusivamente in termini di mismatch tra competenze domandate e offerte. Se un giovane trova un impiego in una grande area urbana ma deve destinare una parte molto elevata del proprio reddito all’abitazione, oppure se una famiglia non dispone di servizi compatibili con gli orari di lavoro, il problema non riguarda più soltanto le condizioni offerte dall’impresa. Salario, welfare aziendale, costo della casa, trasporti, servizi e qualità della vita, finiscono per concorrere alla stessa decisione individuale di accettare, lasciare o rifiutare un lavoro. La politica del lavoro tende così ad allargarsi, fino a incontrare politiche abitative, welfare territoriale, mobilità e sviluppo locale.
È dentro questo allargamento che acquista senso la proposta di un nuovo Patto sociale. Il richiamo al patto non sembra indicare semplicemente il ritorno a una stagione concertativa, quanto la ricerca di forme di coordinamento adatte a una economia nella quale la regolazione si distribuisce ormai tra Unione europea, legislazione nazionale, Regioni, contrattazione collettiva, imprese, territori e filiere. La questione diventa quindi quella delle sedi e dei livelli nei quali costruire questo coordinamento. In una economia molto più frammentata, con mercati del lavoro territorialmente differenziati e catene del valore spesso sovranazionali, la soluzione non può essere l’utopia di ricondurre tutto a un unico centro decisionale, ma mettere in relazione livelli diversi evitando che la moltiplicazione degli attori si traduca in una moltiplicazione delle disconnessioni.
Anche per questo il tema della partecipazione assume nel Libro Verde un peso che va oltre il suo significato strettamente normativo. Se la trasformazione tecnologica e organizzativa modifica continuamente mansioni, competenze, tempi e modalità di produzione, una rappresentanza che intervenga esclusivamente nella fase distributiva rischia di collocarsi troppo a valle dei processi decisionali. La partecipazione consente invece di anticipare il momento della rappresentanza, portandolo dentro i processi nei quali vengono definite tecnologie, organizzazione, formazione e utilizzo delle professionalità. Questo passaggio incide sulla stessa identità del sindacato perché partecipare alle trasformazioni significa spostare una parte dell’azione collettiva dalla gestione degli effetti alla costruzione delle condizioni, e soprattutto del metodo d’azione, mediante il quale i cambiamenti prendono forma, mettendo in relazione interesse dei lavoratori, capacità competitiva delle imprese e sostenibilità sociale delle transizioni.
Dopo una lunga stagione nella quale la disintermediazione è stata spesso interpretata come una conseguenza quasi inevitabile della trasformazione economica e politica, il Libro Verde sembra muovere da una ipotesi diversa. La moltiplicazione dei livelli decisionali, la frammentazione delle traiettorie lavorative e la crescente eterogeneità degli interessi non eliminano il bisogno di intermediazione, anzi la rafforzano ma ne modificano profondamente le condizioni. La sfida, allora, non riguarda la necessità, oggi, degli attori della rappresentanza, ma quale rappresentanza sia in grado di operare dentro un mercato del lavoro nel quale gli interessi sono meno omogenei, le transizioni più frequenti e i confini tra lavoro, welfare, territorio e sviluppo sempre meno netti.
Presidente ADAPT
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