Fare ricerca e comunicare: appunti da una master class

Interventi ADAPT

| di Giorgio Impellizzieri

Secondo Patrick Winston del MIT, il successo dipende dalla capacità di comunicare idee chiare. Per i ricercatori, parlare e scrivere bene è fondamentale: facilita il dialogo con istituzioni, professionisti e pubblico e valorizza il lavoro. Tecniche come la “promessa chiara” e il “cycling” rendono la ricerca più comprensibile, mentre slide semplici supportano il discorso. Comunicare bene non serve solo a presentare la ricerca, ma anche a costruirla e rafforzarla.

“Il tuo successo nella vita sarà determinato in larga misura dalla tua capacità di parlare, dalla tua capacità di scrivere e dalla qualità delle tue idee. In quest’ordine”. La frase di Patrick Winston, tratta da una celebre lezione del MIT sul public speaking, può sorprendere, soprattutto nell’ambito di chi fa ricerca, dove si tende a pensare che vengano prima i contenuti e solo dopo la loro esposizione. Eppure il punto colto da Winston è molto concreto. Anche idee solide e originali acquistano peso e capacità di incidere quando trovano una forma chiara, comprensibile e adatta a circolare.

Per chi fa ricerca sul lavoro questo tema ha un rilievo particolare. In questo campo la qualità di un’analisi si misura anche nella sua capacità di entrare in rapporto con istituzioni, sindacati, associazioni datoriali, imprese, professionisti. La ricerca, qui più che altrove, si confronta con soggetti che regolano, contrattano, interpretano e organizzano il lavoro. Per questa ragione la comunicazione non è un elemento accessorio del mestiere di ricercatore, ma una parte della sua funzione.

Può essere utile, allora, richiamare una lezione molto nota in altri contesti e meno presente, almeno in questi termini, nel dibattito italiano. Patrick Winston, storico professore del MIT, noto per i suoi lavori nell’informatica e nell’intelligenza artificiale, presenta la comunicazione come una competenza essenziale della formazione universitaria. Il suo messaggio è senza dubbio tranchant: mandare studenti e ricercatori nel mondo senza aver coltivato questa capacità significa privarli di uno strumento decisivo per valorizzare il proprio lavoro. E, in questo senso, Winston è molto attento a ridimensionare il peso del talento naturale e insiste soprattutto su ciò che si può apprendere. Comunicare bene richiede tecnica, osservazione, esercizio, nella convinzione cuna buona esposizione si costruisce nel tempo, con lo stesso impegno con cui si costruisce una buona argomentazione.

Tra i suggerimenti più utili vi è quello di iniziare non con battute e saluti ma con una promessa chiara. Chi ascolta deve capire subito che cosa porterà via con sé alla fine dell’intervento. Winston insiste molto su questo aspetto, che chiama “empowerment promise”. Aprire bene significa dare una direzione al discorso e chiarire il valore del tempo che si chiede al pubblico. La stessa regola, in fondo, vale anche per la scrittura accademica. Ogni testo dovrebbe mettere presto a fuoco il problema affrontato – la domanda di ricerca – e il guadagno conoscitivo che propone.

Un altro punto centrale è la necessità di tornare sull’idea principale più di una volta. Winston parla di “cycling”, cioè della possibilità di riprendere il nucleo del discorso da angolature diverse. Un buon intervento accompagna chi ascolta dentro il ragionamento, lo aiuta a mantenere il filo e a recuperarlo quando l’attenzione si disperde.

Winston insiste poi sull’importanza di definire bene il perimetro della propria tesi. Usa un’immagine efficace, quella della “staccionata” attorno a un’idea, che serve a distinguerla da altre vicine e a chiarire dove si colloca. Per chi fa ricerca questa osservazione è particolarmente preziosa. Un’argomentazione acquista forza quando mostra con precisione il proprio oggetto, il proprio taglio e il proprio scarto rispetto a ciò che già esiste. Una parte della chiarezza dipende proprio da questa capacità di situare il proprio discorso.

Nella lezione c’è anche una forte attenzione alla struttura dell’intervento. Segnalare i passaggi, marcare le transizioni, porre le domande giuste aiuta a costruire un percorso leggibile. La chiarezza, in questo senso, coincide con una forma di responsabilità verso chi ascolta o legge, rendendo il contenuto più ordinato e più preciso.

Molto note sono anche le sue osservazioni sulle slide. Winston critica le presentazioni troppo dense, piene di testo, loghi, titoli ripetuti, dettagli grafici che sottraggono attenzione al ragionamento. Il principio, anche qui, resta molto attuale. Le slide servono ad accompagnare la voce del relatore, a mettere a fuoco un passaggio, a rendere visibile un punto. Quando occupano tutto lo spazio dell’intervento, il contenuto finisce spesso per appiattirsi.

La lezione di Winston porta così a una conclusione che riguarda da vicino anche il lavoro di ricerca scientifica. Comunicare bene serve certo a valorizzare una ricerca, ma serve anche a costruirla meglio. Costringe a chiarire il nucleo della tesi, a selezionare ciò che conta, a scegliere esempi che illuminino davvero un problema, a pensare a un interlocutore concreto. Sotto questo profilo, comunicare non è soltanto il momento finale della ricerca. È anche uno dei modi in cui la ricerca prende forma.

Bollettino ADAPT 20 aprile 2026, n. 15

Giorgio Impellizzieri

Assegnista di ricerca Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

ADAPT Senior Fellow

X@giorgioimpe