Salari e lavoro. Se Anthropic ha paura dell’IA*

Interventi ADAPT, Mercato del lavoro

| di Francesco Seghezzi

L’Economic Policy Framework di Anthropic propone una serie di interventi pubblici per affrontare gli effetti dell’intelligenza artificiale sul lavoro, fino a ipotizzare nuove forme di redistribuzione della ricchezza. Ma il vero nodo non riguarda solo il reddito: la sfida è preservare il valore sociale, relazionale e umano del lavoro, investendo nei settori in cui la tecnologia non può sostituire la persona.

Che le grandi multinazionali, e più in generale le grandi concentrazioni di potere economico, abbiano bisogno dello Stato pur dichiarandosi formalmente fedeli a un modello economico liberista è ormai dimostrato da decenni di studi. Che queste stesse concentrazioni arrivino oggi a promuovere, nei fatti, un intervento pubblico che potremmo definire “neo-socialista” è invece una novità. Sembra questo lo scenario promosso dalle big tech che producono e diffondono sistemi di intelligenza artificiale. L’esempio più chiaro arriva da Anthropic, che nelle scorse settimane ha pubblicato il suo Economic Policy Framework nel quale l’azienda prova ad analizzare alcuni possibili scenari di impatto dell’intelligenza artificiale, soprattutto sul lavoro, e a immaginare una serie di interventi di policy.

Il documento costruisce tre scenari, tutti riferiti all’economia americana e non propone una misura unica, né si limita a evocare genericamente un reddito universale come fatto, ad esempio, da Elon Musk in diverse occasioni. Nel primo scenario, che immagina una disoccupazione al 5%, l’obiettivo è preparare l’economia prima che la crisi diventi visibile e si propongono strumenti come conti individuali di capitale a copertura universale, alimentabili anche attraverso quote di partecipazione nelle imprese dell’AI, così da attribuire ai cittadini una parte dei guadagni prodotti dalla nuova tecnologia. A questi si affiancano assicurazioni salariali, riforme delle licenze professionali, incentivi fiscali alle imprese che trattengono e ricollocano i lavoratori invece di licenziarli, finanziamenti alla formazione e infrastrutture digitali per migliorare l’incontro tra competenze e domanda di lavoro. Nel secondo scenario, con una disoccupazione intorno al 10%, il baricentro si sposta verso il sostegno temporaneo al reddito e alla transizione. Si propone di rafforzare l’assicurazione contro la disoccupazione, rendendo più automatici e tempestivi i meccanismi di estensione dei benefici quando il mercato del lavoro peggiora. Accanto a questo immagina interventi mirati per i settori più colpiti dalla sostituzione tecnologica: sussidio più lungo, riqualificazione sussidiata, assegni per la ricerca di lavoro, sostegno alla mobilità geografica. Compare poi una misura più vicina a un reddito di necessità che prevede pagamenti mensili per i lavoratori che hanno esaurito i sussidi o per chi entra nel mercato del lavoro e, dopo un periodo documentato di ricerca, non trova occupazione. In questo caso il documento parla esplicitamente di accesso continuativo a cibo, casa e sanità, con benefici rafforzati per chi accetta impieghi nei settori dove esistono carenze di personale, come sanità, istruzione, cura, infrastrutture, ambiente e sicurezza pubblica. Nel terzo scenario, quello di una disoccupazione superiore al 10%, Anthropic riconosce che gli strumenti ordinari potrebbero non bastare più e occorrerebbe ripensare il legame tra produzione di ricchezza e distribuzione del reddito. Per questo il documento propone di studiare nuove basi fiscali: aumento della tassazione sui capital gain, imposte sui consumi, prelievi specifici sull’uso dell’AI misurati su token, capacità computazionale o ricavi, dividendi digitali finanziati dal settore tecnologico. Sul lato redistributivo indica diversi strumenti possibili come il reddito di base universale, fondi sovrani dell’AI, meccanismi di equity sharing e il forte ampliamento dei conti individuali di capitale già previsti nel primo livello.

È chiaro che siamo davanti a un grande paradosso in cui imprese private, collocate dentro un assetto economico sempre più oligarchico, accumulano risorse e potere in misura spesso superiore a quella di molti Stati; poi, quando iniziano a intravedere le possibili conseguenze sociali della tecnologia che stanno sviluppando e vendendo, tornano a chiedere allo Stato di predisporre gli strumenti fiscali, redistributivi e amministrativi necessari a governarne gli effetti. Ma tutto questo dimentica che se il reddito può essere compensato, almeno in parte, il lavoro, invece, non può essere sostituito con la stessa linearità, perché non coincide mai interamente con la sua dimensione retributiva. Lo riconosce lo stesso documento di Anthropic, il lavoro è reddito, certo, ma è anche relazione, costruzione di sé, appartenenza a un mondo comune, partecipazione concreta a una forma di vita collettiva. Una società nella quale la ricchezza cresce mentre il lavoro umano arretra non deve soltanto chiedersi come redistribuire il prodotto di quella ricchezza, ma che cosa accade ai legami sociali, alla cittadinanza economica e alla stessa esperienza soggettiva delle persone quando viene meno il principale canale attraverso cui esse partecipano, vengono riconosciute e si riconoscono. Oltre al fatto che questo modello creerebbe una società molto più diseguale, livellata verso una fascia bassa di reddito ampiamente distaccata da quella superiore.

Non possiamo ignorare i rischi a cui andiamo incontro, ma allo stesso tempo occorre portare una visione all’interno di quella che pare essere soltanto una auto-assolutoria (e tutelante) operazione di ingegneria sociale. Un punto di partenza sarebbe guardare a quei lavori a basso valore aggiunto nei quali la componente relazionale del lavoro resta centrale: cura, assistenza, istruzione, servizi educativi ecc.. Sono ambiti nei quali la tecnologia non può sostituire integralmente la presenza umana senza cambiare la natura stessa del servizio. Per questo la risposta più seria alla crescita dell’AI dovrebbe essere un grande canale di investimento pubblico e contrattuale, finanziato anche con i proventi di queste imprese, verso questi lavori. L’obiettivo dovrebbe essere alzare i salari, la qualità del lavoro e la professionalizzazione nei settori dove il lavoro umano resta necessario ma continua a essere trattato come povero e residuale. La cura, l’istruzione, l’assistenza e i servizi di prossimità non devono diventare il parcheggio dei lavoratori espulsi dall’automazione ma, al contrario, tra i lavori più pagati, più formati, più riconosciuti, più organizzati.

Se di cambiamento epocale stiamo parlando, quindi, che lo sia anche rispetto al modo in cui valorizziamo o meno il lavoro, riconoscendo che non tutte le attività umane rispondono alla stessa logica di produttività. Questo implica investire risorse verso settori che oggi generano valore sociale alto e valore economico basso, non perché siano inutili, ma perché il mercato fatica a riconoscerne pienamente il valore.

Bollettino ADAPT 27 luglio 2026, n. 29

Francesco Seghezzi

Presidente ADAPT

X@francescoseghezz

*Articolo pubblicato anche su Domani, il 22 luglio 2026