Fare università nell’era dell’IA: l’urgenza di una visione

Interventi ADAPT

| di Anna Saioni

La University of Chicago Law School propone un modello innovativo per ripensare la formazione giuridica nell’era dell’intelligenza artificiale, superando la contrapposizione tra divieti e utilizzo indiscriminato. Al centro della strategia vi sono pensiero critico, competenze umane, uso responsabile dell’IA e una didattica capace di accompagnare gli studenti nelle trasformazioni tecnologiche senza rinunciare alla qualità dell’apprendimento.

Di intelligenza artificiale (IA) si parla in modo esponenziale e trasversale: è oggi la rivoluzione tecnologica più discussa e l’attenzione mediatica – insieme al suo uso pratico – ha attraversato tutti i settori.

L’istruzione universitaria non ne è rimasta immune. Anche qui si oscilla tra l’entusiasmo e il rifiuto totale: da un lato, l’idea che l’IA vada incorporata per semplificare l’accesso alle risorse e favorire percorsi personalizzati, dall’altro, il suo divieto come unica forma di tutela della qualità della didattica e dell’apprendimento (per un approfondimento si rinvia a M. Colombo, Intelligenza artificiale e apprendimento: rischi e opportunità per i sistemi educativi, in Bollettino Adapt del 13 luglio 2026).

Il 9 luglio 2026 la University of Chicago Law School ha scelto di uscire da questa stretta alternativa con un documento di policy pubblico – Rethinking Legal Education in the AI Era – che prende una posizione netta su come sia opportuno ripensare la formazione giuridica.

Tale documento – e la strategia contenuta – nasce dalla consultazione con alumni, titolari di studi legali, imprese, dirigenti di società di legal tech, docenti, personale e studenti. La domanda su cosa e come insegnare non è stata posta soltanto dentro l’accademia, ma anche a chi, quegli studenti, li assumerà.

L’orientamento emerso è univoco: è fondamentale che gli studenti imparino a pensare in modo critico e autonomo, senza dimenticare che, usciti dall’università, dovranno comunque saper usare queste tecnologie. D’altronde, l’IA è impiegata già da avvocati, ricercatori, consulenti e uffici legali delle aziende.

E se si condivide l’idea che l’università è chiamata ad accompagnare lo studente nelle transizioni – insegnandogli non solo il cosa, ma anche il come – è evidente che di questi strumenti ci si debba occupare. Del resto, integrare l’IA nello studio non comporta necessariamente che lo studente smetta di pensare, così come vietarla non assicura, di per sé, che impari a farlo.

Resta allora la domanda che si ripropone in ogni ambito: come intervenire?

Prima la visione, poi le regole. Questo è il metodo seguito dall’Università di Chicago, che pone tre direttive:

1) sviluppare una pedagogia e una valutazione resilienti all’IA, non tramite il suo divieto generalizzato – che sarebbe insensato -, ma progettando modalità di interazione in aula e di verifica che premino lo sforzo e il coinvolgimento degli studenti: ad esempio, chiedere all’IA di chiarire un concetto o generare esercizi.

2) Valorizzare le competenze essenzialmente umane, come l’esposizione orale, il pensiero critico, la relazione con le parti. E non perché gli esseri umani sono tecnicamente migliori, ma perché clienti, datori di lavoro, giudici e società vorranno che siano svolte da esseri umani.

3) Insegnare un uso responsabile, efficace ed etico dell’IA, che resista al mutare del contesto tecnologico. Nessuno garantisce che i software di oggi siano quelli del domani. Per questo l’obiettivo non è addestrare all’uso di una particolare tecnologia, ma fornire le categorie per governarne i cambiamenti.

    La messa in pratica della visione segue una logica di gradualità. Le regole sono rigide dove le competenze sono minime, per diventare, nel corso degli anni, più flessibili. Durante il primo anno, dove la capacità di uno studente di valutare la qualità di un output dell’IA è bassa, viene vietato l’uso di dispositivi elettronici in classe, con esami presenza senza accesso ad internet.

    Nei corsi opzionali e/o avanzati le misure restano, ma diventano derogabili dai docenti: cresce lo spazio della sperimentazione.

    Non stupisce che il tema della scrittura giuridica compaia più volte nel documento di Chicago.  Se è vero che scrivere è pensare, è qui che l’impatto è più profondo. Nel primo anno la regola è chiara: niente IA nella scrittura. Questa va integrata gradualmente, con studente e docente che rivedono insieme non solo il testo generato, ma anche l’utilizzo fatto dell’IA.

    L’elaborato scritto deve essere accompagnato da una discussione orale con il docente supervisore, in presenza, così da verificare in tempo reale la tenuta del pensiero critico dello studente.

    Ai professori è chiesto di dichiarare la propria policy nel programma di ogni corso e spiegarla in aula.

    Infine, le misure così adottate devono essere riviste perché – si riconosce – nessuna strategia sull’IA può considerarsi definitiva.

    Alla luce di tale programma, non si può non convenire su un dato: il sistema italiano non parte del tutto svantaggiato. La discussione e l’esame orale, che l’Università di Chicago introduce come “novità”, in Italia sono la regola. Sarebbe però un errore scambiare un’eredità per una strategia. Come è stato osservato, l’IA non si innesta su un sistema educativo ordinato e solido, ma su una struttura che fa fatica a garantire una certa continuità tra scuola, università e mercato del lavoro (M. Tiraboschi, Quello che ancora non emerge nel dibattito italiano su IA e lavoro: l’urgenza di ripensare scuola, università e sistemi di formazione, in Bollettino Adapt del 29 giugno 2026). Discuterne (e scriverne) senza partire da tali considerazioni rischia di farne un discorso solo astratto o, almeno, parziale.

    Bollettino ADAPT 27 luglio 2026, n. 29

    Anna Saioni

    Apprendista di ricerca ADAPT