Il Sistema Duale funziona? Alcune considerazioni sulla base dell’ultimo rapporto INAPP
| di Michele Corti
Il XXIII Rapporto di monitoraggio INAPP fotografa un Sistema Duale in forte espansione, con iscritti e target PNRR in crescita e risultati amministrativi oltre le attese. Ma dietro i numeri emerge il dubbio centrale: il successo è soprattutto gestionale, non occupazionale. Restano infatti aperti i nodi del mismatch tra formazione e lavoro, le disomogeneità territoriali e una governance ancora incompleta che limita l’efficacia strutturale del modello.
Il XXIII Rapporto di monitoraggio INAPP sulla IeFP e sul Sistema Duale, pubblicato a giugno 2026 e relativo all’anno formativo 2023-2024, racconta una crescita sistemica imponente: 130.161 iscritti al Duale nella sola IeFP (+20% sull’anno precedente), una quota che sale al 67,8% dell’intera IeFP, un Investimento 3 del PNRR che chiude i suoi target con un anno di anticipo e con tassi di completamento fino al 143%. Il Duale, lo ricordiamo, si articola in questo caso tramite tre canali: l’alternanza simulata, l’alternanza rafforzata — di gran lunga la più diffusa — e l’apprendistato Duale, l’unico a configurare un vero contratto di lavoro. Al di là dei numeri però, la domanda che il Rapporto stesso, tra le righe, lascia aperta è un’altra: il Duale funziona? È una domanda che la sola lettura dei tassi di crescita non permette di affrontare, e che merita di essere posta separando con chiarezza due piani che a volte tendono a essere sovrapposti: il successo di processo o amministrativo (quanti iscritti, quanti completano, quanto le Regioni spendono) e il successo di sistema (se il modello produce davvero le competenze che il mercato del lavoro chiede, e se costruisce una domanda tale per cui possa innescare una spirale positiva nella transizione scuola-lavoro dei giovani studenti).
Sul primo piano, il Rapporto è chiaro: il Duale funziona certamente a livello statistico. I tassi di successo formativo, inteso come tasso di qualificati e diplomati sul totale degli iscritti, rispettivamente, al III e al IV anno, cioè l’ultimo anno di ciascun ciclo nelle Istituzioni formative toccano l’87,2% per i qualificati e l’81,9% per i diplomati; le Regioni hanno impegnato il 78,7% delle risorse stanziate ed erogato l’84,2% di quelle impegnate; il target PNRR di 90mila relevant certification (o unità rendicontabili in seguito al conseguimento del titolo finale, promozioni da un anno all’altro e certificazioni parziali) è stato superato del 43%. Sono numeri che certificano una capacità di programmazione e di spesa che, in un paese dove l’assorbimento dei fondi europei è storicamente un problema, non va sottovalutata. Ma è bene non scambiare questo per evidenza che il modello funzioni anche sul piano sostanziale: il Rapporto non traccia la destinazione occupazionale dei diplomati Duale. Il “successo” qui misurato è quasi interamente un successo di processo, ovvero si completa il percorso, si certifica l’esito. Non una prova diretta che chi esce dal Duale trovi un lavoro di qualità e coerente con la propria qualifica.
Il quadro si fa più complesso se si guarda al confronto, indiretto, tra qualificati/diplomati IeFP e previsioni di assunzione Excelsior. Il tasso di rispondenza dell’offerta di diplomati/qualificati IeFP alla domanda è al 38,6%, ma nasconde una forte polarità settoriale: bene in riparazione di veicoli a motore (75%) e ristorazione (51%), male in logistica (1,8%), edilizia (2,5%), calzature-pelletteria (2,3%) e meccanica (19,3% nazionale, appena 3,9% al Sud). Va detto che il confronto non isola l’esito specifico del Duale ma aggrega tutti i qualificati/diplomati IeFP e non fornisce quindi nessuna prova diretta che il Duale produca un incontro migliore con la domanda rispetto alla IeFP ordinaria. A pesare sembrano essere fattori come l’alta rotazione del personale in alcuni settori, che gonfia le “entrate” Excelsior anche a parità di occupazione ma anche una corrispondenza diretta tra qualifica e ruolo richiesto, senza soglie di specializzazione aggiuntive. Ciò che manca, invece, in logistica ed edilizia (certificazioni che il Repertorio non produce); nella meccanica industriale, dove è plausibile, anche se il Rapporto non lo verifica direttamente, un salto di competenze oltre il livello “operatore” (il Rapporto si limita a segnalare l’elevata richiesta di competenze trasversali, soprattutto flessibilità e capacità di lavorare in gruppo); e, più radicalmente, nell’elettronico, dove manca proprio una figura professionale di riferimento.
Il caso dell’elettronico merita di essere isolato, perché ne è la chiave di lettura. Il Repertorio nazionale delle qualifiche IeFP — l’elenco delle “figure” professionali a cui sono ancorati i percorsi — è stato aggiornato l’ultima volta in modo organico con l’Accordo Stato-Regioni del 1° agosto 2019. Non ha però mai previsto una figura dedicata all’elettronica: quando la domanda di tecnici elettronici cresce, come segnalano i dati Excelsior, la IeFP non dispone semplicemente di un canale di offerta corrispondente da attivare, a prescindere da quante risorse PNRR le Regioni investano nel Duale. È la differenza tra un mismatch che la programmazione regionale può correggere e uno strutturale, che nessuna crescita quantitativa può risolvere senza intervenire a monte sull’architettura nazionale delle qualifiche: la IeFP e con essa il Duale, che per come classificato ne assorbe oggi la maggioranza dei flussi funziona dove intercetta una domanda di competenze già esistente; arranca dove dovrebbe rispondere a una domanda nuova, perché l’aggiornamento del Repertorio resta più lento del mercato del lavoro.
Lo stesso pattern emerge a livello territoriale: nella meccanica il tasso di rispondenza è al 26,4% nel Nord-Ovest e al 3,9% al Sud; nel tessile-abbigliamento al 46,2% contro il 9,6% del Centro. La crescita degli iscritti al Duale nel Centro-Sud non si traduce automaticamente in un miglior incontro con la domanda locale, perché il problema non è il numero di ore di alternanza ma l’esistenza di un sistema produttivo capace di assorbire quelle competenze: più Duale non significa, di per sé, meno mismatch. La stessa dinamica si osserva un gradino sopra, nella filiera ITS: la crescita dei percorsi si è concentrata dove il tessuto socioeconomico era già predisposto, e latita dove mancano imprese e contesti che generano domanda. Segno che il potenziale della formazione, da solo, non basta a generare occupazione in territori già fragili sul piano produttivo. Il confronto europeo che il Rapporto propone per la prima volta conferma questa lettura su scala più ampia: il Berufsprinzip tedesco, la stretta corrispondenza tra qualifica e mestiere esercitabile, funziona perché sostenuto da organizzazioni datoriali forti e Camere con poteri di co-decisione reale; condizioni che in Italia restano largamente assenti, e che nessuna crescita quantitativa degli iscritti può sostituire.
C’è infine un punto metodologico che incide sulla lettura della “crescita record” del Duale: dall’a.f. 2022-23 la definizione di percorso “in Duale” è cambiata, da un minimo fisso di 400 ore annue di alternanza rafforzata a una quota percentuale tra il 30% e il 50% delle ore del percorso — un cambiamento tecnico che può spiegare parte della crescita misurata dal Rapporto. Allo stesso modo, l’apprendistato di primo livello resta fermo a circa il 3% degli apprendisti complessivi: la crescita italiana, per quanto a doppia cifra, parte da una base infinitesimale e resta, in termini di scala, un fenomeno marginale rispetto ai sistemi che il Rapporto stesso porta a riferimento.
C’è poi una terza dimensione del problema, meno visibile nei numeri ma non meno rilevante, che riguarda il modo in cui la IeFP si colloca nella filiera tecnologico-professionale che la collega, attraverso il modello “4+2”, agli ITS Academy. Il quarto anno, in questo disegno, non è più solo il segmento terminale del percorso ma il ponte verso l’istruzione terziaria professionalizzante, e il diploma quadriennale diventa il perno della continuità verticale del sistema. Il Rapporto segnala però una criticità precisa in questo passaggio: la percezione, diffusa tra gli operatori, che gli studenti IeFP in transizione verso gli ITS necessitino di un rafforzamento degli assi culturali per affrontare con successo i percorsi terziari professionalizzanti. La tentazione più immediata sarebbe risolvere il problema nel modo più scolastico possibile, aumentando le ore dedicate alle materie di base secondo la logica disciplinare tradizionale. Il Rapporto la respinge esplicitamente: il rafforzamento delle competenze culturali deve passare per il modello formativo proprio della IeFP — progettazione interdisciplinare, pratica laboratoriale, apprendimento in contesto lavorativo — non per un’omologazione al modello scolastico, che rischierebbe di snaturare proprio ciò che rende il modello duale distintivo. Una tensione pedagogica difficile da risolvere. E anche su questo fronte la governance resta il punto debole: la collaborazione tra IeFP, sistema scolastico e ITS Academy è oggi prevalentemente locale, fondata su intese territoriali che riflettono le specificità di ciascun contesto ma generano, inevitabilmente, disomogeneità nelle opportunità effettivamente offerte agli studenti. L’ennesima conferma che il nodo del sistema duale italiano non è, o non è solo, quanto cresce, ma quanto uniformemente riesce a tradurre quella crescita in condizioni paritarie sul territorio.
Allora il Duale funziona? La risposta più onesta, sulla base dei dati offerti dal Rapporto, è che funziona come acceleratore dal punto di vista amministrativo e gestionale, nel senso che l’ultima fase ha obbligato un sistema reticente a familiarizzare con uno strumento fino ad ora trascurato e come canale di formazione in settori dove la domanda di lavoro è strutturalmente diffusa, o dove la qualifica corrisponde senza intermediazioni al mestiere richiesto. Non c’è invece evidenza, nei dati disponibili nel Rapporto, che il PNRR abbia costruito le condizioni che mancano altrove. Sarebbe utile anche però interrogarsi sull’utilità di un confronto di questo tipo con dati influenzati da una miriade di fattori, soprattutto quando si tratta di NEET e disoccupazione giovanile, che sarebbe un errore ricondurre alla sola efficacia in termini di output occupazionale del sistema IeFP. Sul piano finanziario la tenuta del modello appare già in buona parte assicurata: la legge di bilancio 2025 ha programmato un contributo aggiuntivo fino a 245 milioni di euro nel 2027 e 315 milioni nel 2028, segno che la transizione dal finanziamento emergenziale a quello ordinario è già, in larga misura, coperta. Il vero test del modello duale italiano, allora, non sarà in buona misura la disponibilità di risorse, ma la costruzione di una governance realmente condivisa con le parti sociali sul fronte datoriale, e tra i diversi segmenti del sistema educativo su quello della continuità verticale verso gli ITS Academy. Quella co-decisione su standard, qualifiche ed esami, così come quella necessaria omogeneità territoriale nella filiera che porta agli ITS, restano, più delle risorse, ciò che ancora manca da costruire.
Bollettino ADAPT 29 giugno 2026, n. 25
PhD Candidate ADAPT – Università di Siena
Condividi su:
