Apprendistato e IA: un binomio possibile? Spunti dall’esperienza inglese e americana
| di Matteo Colombo
Apprendistato e intelligenza artificiale non sono mondi distanti: USA e UK mostrano come l’apprendistato possa accompagnare l’innovazione e diffondere competenze digitali. Per l’Italia, dove il professionalizzante prevale ma la formazione esterna resta debole e obsoleta serve un nuovo accordo, per aggiornare contenuti, profili, modalità formative, introducendo l’alfabetizzazione all’IA nell’offerta pubblica e nella contrattazione collettiva, per integrare davvero formazione e lavoro.
Apprendistato e intelligenza artificiale (IA) sembrano, a prima vista, mondi molto distanti. Il primo richiama una tradizione antica, fatta di botteghe artigiane, lavoro manuale e rapporto tra apprendista e maestro; la seconda rimanda invece al futuro, all’innovazione tecnologica, alla trasformazione dei mestieri e all’emersione di nuove forme organizzative del lavoro.
Se si guarda al caso italiano, parlare di un possibile legame tra apprendistato e IA può apparire effettivamente singolare. Ciò soprattutto alla luce dell’obsolescenza dei contenuti formativi che caratterizzano buona parte dei percorsi di apprendistato professionalizzante, almeno laddove un contenuto formativo sia effettivamente rintracciabile. Che l’apprendistato possa in qualche modo avere a che fare con la tecnologia che, più di altre, sta oggi ridefinendo il mondo del lavoro risulta, quindi, improbabile.
Il quadro cambia, però, se si volge lo sguardo altrove. Alcune esperienze internazionali mostrano infatti come l’apprendistato possa essere utilizzato non solo come canale di ingresso nel mercato del lavoro, ma anche come leva per governare l’innovazione e favorire l’occupabilità anche al tempo dell’IA. Da un lato, costruire profili professionali capaci di assorbire, adattare e utilizzare le nuove tecnologie nei contesti produttivi concreti. Dall’altro, diffondere competenze trasversali di base, necessarie a tutti i lavoratori per comprendere strumenti digitali e sistemi di IA, utilizzarli in modo appropriato, valutarne criticamente gli output e collocarli dentro regole organizzative, giuridiche ed etiche. Alcuni recenti sviluppi internazionali, in particolare negli Stati Uniti e nel Regno Unito, offrono spunti utili anche per il caso italiano.
Il 29 aprile 2026 il Dipartimento del lavoro degli Stati Uniti ha annunciato il lancio dell’AI nel Registered Apprenticeship Innovation Portal, presentato come risorsa unica per sostenere lavoratori, imprese e istituzioni formative nello sviluppo di competenze legate all’intelligenza artificiale all’interno dei Registered Apprenticeship programs. Il portale raccoglie strumenti pratici e indicazioni operative per integrare competenze IA nei percorsi di apprendistato, attraverso risorse per la formazione, moduli elaborati sulla base delle specificità dei diversi settori produttivi e percorsi flessibili di adattamento dei programmi esistenti.
L’IA non viene trattata esclusivamente come oggetto di nuovi profili specialistici, per quanto questi siano certamente necessari. Il portale muove invece da una premessa più ampia: gli strumenti di IA stanno entrando in tutti i luoghi di lavoro e in tutti i settori, ma i benefici in termini di produttività, qualità del lavoro e adattabilità non si producono automaticamente. Occorre quindi formare lavoratori capaci di utilizzare tali strumenti in modo sicuro, appropriato ed efficace.
L’altro elemento di interesse è la scelta di non costruire una risposta unica e centralizzata. Il Dipartimento individua tre strade: aderire a programmi nazionali di apprendistato già esistenti; costruire nuovi programmi per ruoli centrati sull’IA; aggiornare programmi già approvati, inserendo competenze IA sia nell’on-the-job learning sia nella related technical instruction, in quelle che noi definiremmo, con un buon grado di approssimazione, formazione interna ed esterna. In questa terza opzione si coglie forse l’aspetto più interessante per il dibattito italiano: l’IA viene integrata nelle attività ordinarie dell’apprendista, ad esempio nella sintesi di documenti, nell’organizzazione di informazioni, nell’analisi dei dati o nella ricerca, e allo stesso tempo entra nella formazione correlata, attraverso moduli generali o specifici per occupazione.
Anche la dimensione settoriale è valorizzata. Il portale propone contenuti di AI skill-building per manifattura avanzata, retail, costruzioni, educazione, finanza, sanità e professioni tecnologiche, segnalando come le competenze relative alla IA non possano essere ridotte a un sapere astratto, ma debbano essere declinate nei processi produttivi, nei servizi, nei contesti organizzativi e nei mestieri.
Il secondo caso viene dal Regno Unito. Il 17 marzo 2026 Skills England ha annunciato il lancio dell’Artificial Intelligence and automation practitioner apprenticeship, un profilo costruibile mediante percorsi di apprendistato di livello 4 (corrispondete al livello EQF 4, e quindi al nostro diploma di istruzione secondaria superiore), aperto a tutti i datori di lavoro e pensato per aiutare imprese e lavoratori ad adottare tecnologie emergenti in modo sicuro e responsabile.
In questo caso, non si tratta soltanto di inserire moduli di alfabetizzazione all’IA dentro programmi esistenti, ma di costruire un vero e proprio profilo professionale intermedio, destinato a identificare dove IA e automazione possono ridurre tempi, costi e inefficienze, migliorare le performance e risolvere problemi organizzativi concreti. Gli apprendisti, secondo la descrizione governativa, lavorano su criticità come duplicazioni nell’inserimento dei dati, processi manuali ripetitivi e mancata integrazione tra strumenti digitali diversi.
Il profilo non coincide con l’esperto altamente specializzato di machine learning o con il data scientist, ma con una figura capace di portare competenze tecniche dentro contesti produttivi ordinari, valorizzando anche la conoscenza di dominio maturata nei settori e nelle imprese. Non è un caso che il percorso sia rivolto a tutti i settori e che il Governo britannico lo colleghi anche alle esigenze delle piccole e medie imprese, dove l’adozione dell’IA non dipende soltanto dalla disponibilità di tecnologie, ma dalla presenza di persone capaci di tradurle in cambiamenti organizzativi sostenibili.
Il percorso dura 18 mesi e si inserisce in una strategia più ampia, che comprende unità formative brevi, corsi realizzati anche con imprese tecnologicamente avanzate e l’obiettivo di offrire competenze IA, anche grazie a questi percorsi, a dieci milioni di lavoratori entro il 2030. La logica, anche qui, è chiara: l’apprendistato non è solo canale di ingresso nel lavoro, ma una leva utile ad accompagnare, e non subire, l’adozione dell’innovazione.
Il confronto con Stati Uniti e Regno Unito invita a guardare con realismo al caso italiano. Nel nostro Paese l’apprendistato professionalizzante rappresenta ancora la quasi totalità dell’apprendistato italiano: nel 2022, secondo i dati INAPP più recenti, la tipologia professionalizzante pesava per il 97,7% dei contratti. E tuttavia proprio la componente formativa pubblica dell’apprendistato professionalizzante mostra segnali di arretramento. Il tasso di copertura calcolato da INAPP, e cioè il rapporto tra apprendisti formati (cioè che hanno frequentato l’offerta formativa pubblica) e apprendisti occupati era pari, nel 2022, al 19,1%: meno di un apprendista su cinque, quindi, frequenta percorsi di formazione c.d. esterna.
Il problema non riguarda soltanto il calo degli apprendisti coinvolti nella formazione pubblica, ma anche l’arretratezza dei contenuti formativi proposti. L’offerta formativa pubblica, disciplinata dalle Regioni e Province autonome e destinata all’acquisizione di competenze di base e trasversali, continua spesso a muoversi entro coordinate definite molti anni fa, quando la trasformazione digitale e, a maggior ragione, l’intelligenza artificiale non avevano ancora assunto la centralità che oggi hanno nei processi produttivi e organizzativi.
Per l’Italia, una prima ipotesi concreta potrebbe essere l’aggiornamento dell’accordo in Conferenza Stato-Regioni del 20 febbraio 2014, introducendo in modo esplicito una componente trasversale di alfabetizzazione all’intelligenza artificiale nell’offerta formativa pubblica dell’apprendistato professionalizzante. In questa prospettiva, un riferimento utile potrebbe essere rappresentato dal framework europeo DigComp 3.0, recentemente aggiornato proprio per includere, in modo trasversale, conoscenze, abilità e atteggiamenti legati all’IA all’interno delle competenze digitali di cittadinanza e di lavoro.
Non si tratterebbe, evidentemente, di trasformare ogni apprendista in uno specialista di intelligenza artificiale. Piuttosto, di riconoscere che la capacità di comprendere, utilizzare e valutare criticamente strumenti basati sull’IA è destinata a diventare una competenza di base del lavoro contemporaneo. Una competenza che riguarda la ricerca e gestione delle informazioni, la produzione di contenuti, la collaborazione, la sicurezza, la responsabilità nell’uso delle tecnologie e la capacità di risolvere problemi in ambienti digitali.
Attenzione al tema dovrebbe essere dedicato anche da parte della contrattazione collettiva, responsabile della definizione dei profili da formare mediante l’apprendistato, così come dei contenuti e delle modalità realizzative dell’offerta formativa interna, o professionalizzante. Disporre di profili aggiornati, dotati di competenze adeguate – così come emerso nel caso inglese – è decisivo per favorire un più efficace “assorbimento” dell’innovazione generata dall’IA nei contesti aziendali.
Una simile scelta, sia con riferimento alla formazione esterna (e quindi al ruolo delle Regioni) che alla formazione interna (e quindi a quello della contrattazione collettiva), avrebbe almeno tre vantaggi. In primo luogo, consentirebbe di aggiornare contenuti formativi che rischiano oggi di essere percepiti da imprese e giovani come poco utili rispetto ai cambiamenti in atto. In secondo luogo, potrebbe aumentare l’attrattività dell’apprendistato professionalizzante, non solo come contratto di ingresso agevolato, ma come percorso effettivo di crescita professionale. In terzo luogo, permetterebbe di utilizzare una infrastruttura già esistente – quella dell’apprendistato – per accompagnare la diffusione dell’IA nei contesti produttivi, evitando che l’innovazione rimanga affidata soltanto all’iniziativa delle imprese più strutturate o a interventi formativi episodici.La sfida, in definitiva, è riportare l’apprendistato alla sua funzione più propria: non un semplice canale contrattuale incentivato, ma un dispositivo utile all’integrazione tra formazione e lavoro, capace di leggere le trasformazioni tecnologiche e di tradurle in competenze e professionalità. L’intelligenza artificiale può essere il terreno su cui verificare se l’apprendistato professionalizzante italiano sia ancora in grado di svolgere questa funzione.
Bollettino ADAPT 4 maggio 2026, n. 17
Presidente Fondazione ADAPT
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