La partecipazione dei lavoratori nel pensiero di Marco Biagi come metodo per promuovere una nuova cultura del lavoro

Interventi ADAPT

| di Michele Tiraboschi

Marco Biagi considerava la partecipazione dei lavoratori uno strumento di democrazia industriale, integrando contrattazione collettiva e pluralismo. I suoi scritti guidano l’applicazione della legge del 2025 sull’articolo 46, promuovendo trasparenza, fiducia e responsabilità. Commissione CNEL e aziende possono tradurre questi principi in pratiche concrete, formazione e buone prassi, rafforzando un approccio innovativo e costruttivo alle relazioni industriali.

Il tema della partecipazione dei lavoratori non è tra quelli più ricordati e analizzati rispetto al pensiero e alla elaborazione progettuale di Marco Biagi. Prevale di gran lunga l’immagine pubblica dello studioso della flessibilità del lavoro e del fautore di una trama di tutele di nuova generazione, le c.d. politiche attive del lavoro, costruite non solo nel rapporto di lavoro ma anche sul mercato del lavoro.

Eppure gli scritti di Marco Biagi dedicati al tema della attuazione dell’articolo 46 della Costituzione sono numerosi e ancora oggi ci offrono utili indicazioni di contenuto e di metodo come hanno dimostrato alcuni recenti e particolarmente preziosi esercizi di rilettura condotti da giovani cultori della materia (vedi i contributi per il bollettino ADAPT di Vittorio Di VaioGiulia ComiAnna Saioni).

Invero, già nella monografia del 1983 sui rapporti di lavoro in cooperativa, nella collana di diritto del lavoro promossa da Giuseppe Pera per la casa editrice Franco Angeli, Marco Biagi individuava nella cooperativa un “modello di impresa autogestita”, una vera e propria esperienza di democrazia industriale “in azione”, da studiare nella sua prassi e cioè attraverso gli statuti, le regole interne e le dinamiche reali della mutualità. E di estrema attualità resta il suo invito, formulato nel lontano 1978, a calare concretamente il dibatto sulla partecipazione dei lavoratori nel contesto della realtà del tessuto produttivo italiano facendo i conti con quel “deserto inesplorato” delle imprese di piccole dimensioni (M. Biagi, Democrazia industriale e piccole impresein S. Sciarra, a cura di, Democrazia politica e democrazia industriale. Cogestione, partecipazione, controllo in Italia e in Europa, De Donato, 1978, qui p. 151).

Ci è sembrato così naturale, nell’evento di ricordo di Marco Biagi a 24 anni dalla sua scomparsa, soffermare la nostra attenzione sulla legge 15 maggio 2025, n. 76 di attuazione dell’articolo 46 della Costituzione non certo per sostenere cosa Marco Biagi avrebbe detto o non detto di questa riforma, ma come contributo di idee e di metodo per leggere con mente aperta e spirito costruttivo questa recente e controversa innovazione legislativa che tanto divide oggi le forze sociali e agita la riflessione accademica.

È stato infatti Marco Biagi ad insegnarci che quando una legge viene approvata dal Parlamento non c’è solo il crudo dato normativo, il precetto, la sua interpretazione, ma che c’è anche un altro elemento con cui fare necessariamente i conti e cioè il contesto culturale, istituzionale e di relazioni industriali entro cui le leggi si muovono, prendono forma e trovano accettazione o meno tra gli operatori economici e gli stessi lavoratori. E di questo abbiamo provato a dare atto nel testo di primo commento della legge pubblicato non a caso, all’indomani della approvazione della legge in Parlamento, nella collana Materiali per una cultura del lavoro edita da ADAPT (Tiraboschi, a cura di, Primo commento alla legge di iniziativa popolare sulla partecipazione dei lavoratori, ADAPT University Press, 2025).

Nel dibattito italiano la partecipazione dei lavoratori è stata infatti troppo spesso letta come alternativa alla tradizione pluralista e conflittuale delle relazioni industriali. Marco Biagi non ha mai accettato questa contrapposizione. Le relazioni industriali – osservava – non sono uno schema rigido, ma un metodo di composizione di interessi potenzialmente contrapposti, soggetto al mutamento dei rapporti tra Stato, economia e gruppi organizzati. Il pluralismo non è un dogma ideologico: è una tecnica di governo del conflitto.

Nel suo saggio del 2002 su Cultura e istituti partecipativi nelle relazioni industriali  sosteneva, richiamando l’autorevole lezione di Otto Kahn-Freund, che la divergenza di interessi è strutturale e non può essere negata. E tuttavia, ipotizzando lo spazio per una nuova cultura del lavoro, Marco Biagi sosteneva che questa divergenza dovesse essere non solo resa trasparente ma anche governata da un sistema di relazioni industriali maturo. La combinazione virtuosa tra contrattazione collettiva e partecipazione dei lavoratori, in particolare, poteva essere il metodo per questo cambiamento culturale e operativo degli attori del sistema di relazioni industriali.

La partecipazione, è bene chiarire a chi si ostina a negare il dato di realtà e la prassi delle relazioni industriali, non elimina il conflitto. Non sostituisce cioè la contrattazione collettiva né indebolisce il ruolo sindacale (per un approfondimento rinvio a M. Tiraboschi, Finalità e attuazione dei princìpi costituzionali, in Primo commento alla legge di iniziativa popolare sulla partecipazione dei lavoratori, ADAPT University Press, 2025).

La partecipazione presuppone, al contrario, un sistema di rappresentanza solido, capace di assumersi nuove responsabilità senza perdere autonomia. In una economia fondata su innovazione, capitale umano e trasformazioni tecnologiche rapide, la partecipazione non è un costo. È un fattore competitivo. Favorisce trasparenza, fiducia, responsabilità diffusa nella gestione dei cambiamenti.

Rileggere oggi gli scritti di Marco Biagi sul tema della partecipazione dei lavoratori non è un esercizio retorico per formulare giudizi preconfezionali sulla nuova legge e tanto meno per alimentare, come pure qualcuno ha sostenuto senza però mai entrare nel merito delle nostre argomentazioni, la grancassa della propaganda. 

Al tempo stesso Biagi non era un teorico della autoregolazione assoluta. Sapeva che senza una cornice normativa e strumenti adeguati la partecipazione resta episodica.

Lo diceva con chiarezza: soluzioni utili a questi temi possono ottenersi solo con una combinazione virtuosa tra esperienze contrattuali e intervento legislativo che è necessario, anche nella forma della norma incentivo, questa ogniqualvolta si tocchino i temi della struttura della impresa (si veda la mia Intervista impossibile a Marco Biagi, in particolare il capitolo dedicato a Cultura del lavoro e istituti partecipativi).

Rileggere oggi gli scritti di Marco Biagi sul tema della partecipazione dei lavoratori non è un esercizio retorico per formulare giudizi preconfezionali sulla nuova legge. Piuttosto è un contributo per spostare l’attenzione dalle ideologie e dalle divisioni politiche al merito della questione ricordando con Marco Biagi che la partecipazione non solo non è una idea estranea alla cultura industriale italiana ma anzi rivela, a una attenta indagine, radici profonde nella storia e nella esperienza del nostro Paese ancora prima che prendesse corpo la concezione solidaristica e aconflittuale dei rapporti tra capitale e lavoro propria della ideologia corporativa e della dottrina sociale della Chiesa cattolica (M. Biagi, La partecipazione azionaria dei dipendenti tra intervento legislativo e autonomia collettiva, in RIDL, 1999).

Sarà ora compito della neonata Commissione nazionale permanente per la partecipazione dei lavoratori istituita presso il CNEL contribuire allo studio e alla conoscenza del diritto vivente della partecipazione dei lavoratori e alla diffusione delle buone prassi.

Richiamandoci alla visione di Marco Biagi, volta a fare della partecipazione dei lavoratori un metodo per promuovere una nuova cultura del lavoro in Italia, resta comunque il nostro impegno al monitoraggio di quanto verrà messo in atto dalle imprese, coscienti che tanto già esiste e che già merita di essere adeguatamente approfondito come dimostra la relazione di Ilaria Armaroli di apertura del convegno annuale in ricordo di Marco Biagi che documenta e sintetizza quanto presente nell’Osservatorio di ADAPT sulle pratiche partecipative a partire dagli accordi collettivi soprattutto di livello aziendale che le istituiscono e le regolano.

Contribuire ad alimentare questa nuova cultura del lavoro è il modo migliore che abbiamo, come gruppo di ricerca di ADAPT, per tenere vivi il pensiero e il metodo di Marco Biagi rendendoci al tempo stesso sempre disponibili (come anticipato da Francesco Seghezzi nella introduzione al Primo commento alla legge di iniziativa popolare sulla partecipazione dei lavoratori), ad avviare o accompagnare iniziative, soprattutto su base territoriale e settoriale, che possano valorizzare la nostra natura interdisciplinare e che possano riguardare attività che vanno dalla formazione dei sindacalisti e del personale delle imprese, al supporto nella gestione degli aspetti organizzativi e delle implicazioni in termini di relazioni industriali fino allo studio e all’approfondimento di casi specifici. Ci auguriamo che questi possano essere dei passi concreti per supportare un approccio e uno strumento, quello della partecipazione dei lavoratori, che ci pare essere oggi tra i più strategici a disposizione di chiunque abbia a cuore il (buon) futuro del lavoro.

Una ultima considerazione mi pare doverosa nel giorno del ricordo di Marco Biagi proprio perché il nostro pensiero è proiettato al futuro e perché ci rivolgiamo soprattutto alle nuove generazioni di studiosi, operatori e sindacalisti. La vicenda umana di Marco Biagi, il dileggio a cui sono state pubblicamente sottoposte (e distorte) le sue idee e le sue proposte di modernizzazione del diritto del lavoro italiano, ci dovrebbero ricordare, prima di ogni altra cosa, la lezione del rispetto proprio a partire dal modo con cui leggiamo, interpretiamo e anche critichiamo la legge sulla partecipazione dei lavoratori come ogni altra novità normativa. La diversità di idee e di opinioni non può cioè mai scendere al livello della delegittimazione e del dileggio, ma impone se mai il coraggio dell’onestà intellettuale e del rispetto sul piano personale e professionale di chi la pensa in modo opposto al nostro.

Bollettino ADAPT 23 marzo 2026, n. 11

Michele Tiraboschi

Professore Ordinario di diritto del lavoro

Università di Modena e Reggio Emilia

X@MicheTiraboschi