Se l’attività di cura è un lavoro diventa allora urgente ripensare il sostegno alle famiglie

Interventi ADAPT

| di Michele Tiraboschi

Nel dibattito sulle politiche sociali e sul futuro del lavoro inizia a prendere corpo l’idea che l’attività di cura, nelle sue varie espressioni e manifestazioni, non possa più essere considerata un qualcosa di marginale o accessorio rispetto a quanto si registra nella economia formale e nel lavoro per il mercato (per un approfondimento rinvio a (M. Tiraboschi, Persona e lavoro tra tutele e mercato. Per una nuova ontologia del lavoro nel discorso giuslavoristico, ADAPT University Press, 2019).

Numerosi studi, anche a livello internazionale, mostrano chiaramente come i sistemi di sostegno al reddito legati esclusivamente al cosiddetto. “lavoro produttivo” lasciano ampie fasce di famiglie e di lavoratori ai margini con conseguenze significative sull’equità e sulla stessa partecipazione al mercato del lavoro.

Un punto critico è l’ancoraggio della protezione sociale alla continuità e alla stabilità della occupazione. Quando l’accesso al sostegno economico per chi ha carichi di cura è condizionato a requisiti di ore lavorate o di contributi versati, molte categorie – lavoratori autonomi, part-time, stagionali, lavoratori con contratti atipici e lavoratori irregolari – restano escluse dal sistema di protezione sociale. Questo fa sì che il sostegno sia distribuito in modo fortemente diseguale, amplificando divari già esistenti in termini di reddito e di opportunità, soprattutto per le donne e per chi non ha un percorso occupazionale lineare.

Da qui l’idea di un sostegno universale al reddito per i periodi di cura, disancorato cioè dai vincoli tradizionali del mercato del lavoro.

Una simile riforma sposterebbe l’attenzione dal mero status di beneficiario di una indennità a quella di caregiver riconosciuto, offrendo alle famiglie e in particolare ai caregiver non professionali un sostegno economico stabile e adeguato, indipendentemente dallo status occupazionale nel mercato del lavoro produttivo. Ciò consentirebbe di includere e anzi valorizzare il lavoro di cura come componente essenziale della coesione sociale.

Lo stesso vale per il lavoro di cura professionale nel rapporto con la famiglia. Da tempo si discute nel nostro Paese, senza però grandi passi ina vanti, della possibile introduzione di un bonus, parametrato all’ISEE familiare, a copertura del costo complessivo sostenuto per i lavoratori domestici e collaboratori familiari anche in termini di emersione di posizioni lavorative totalmente o parzialmente irregolari.

Un rinnovato modello di welfare, che contempli il sostegno universale al reddito durante i periodi di cura ovvero sostegni alla famiglia che si avvale di professionisti contrattualizzati e regolarizzati, consentirebbe di fare emergere come attività economica per il mercato una quantità considerevole di ore di lavoro oggi non censite e non “tutelate” e di entrare così, davvero, nel futuro del lavoro fuori dagli schemi del Novecento industriale e venendo anche incontro ai cambiamenti demografici in atto e alle esigenze di una economia più sostenibile per tutti.

Per i decisori politici la sfida è chiara: ridefinire il valore sociale ed economico del lavoro e tradurlo in strumenti di policy che rispondano alla complessità del mercato del lavoro odierno e ai cambiamenti demografici in corso.

Bollettino ADAPT 9 marzo 2026, n. 9

Michele Tiraboschi

Professore Ordinario di diritto del lavoro

Università di Modena e Reggio Emilia

X@MicheTiraboschi