Quel disagio del lavoro che muove il voto

Francesco Seghezzi


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Bollettino ADAPT 27 maggio 2019, n. 20

 

Non sarà facile interpretare nel dettaglio il voto europeo di ieri. Occorrerà smaltire le polemiche interne al governo, tra governo e opposizione, attendere i risultati delle elezioni amministrative, valutare la composizione della nuova Europa e i suoi uomini chiave. Ma qualcosa sembra chiaro fin da subito, qualcosa alla quale siamo ormai abituati da qualche anno in Italia e non solo: la frattura tra centro e periferia. Ma non un centro e periferia inteso semplicemente come distanza geografica tra spazi all’interno di singole o confinanti amministrazioni. C’è qualcosa di più complesso dietro che si collega direttamente a catene globali del valore che sempre più muovono i sistemi economici (e quindi sociali) dei singoli territori. I territori che si collocano ai livelli più alti di queste catene con buone performance di innovazione, investimento tecnologico e soprattutto capacità di attrazione di capitale umano, finanche miglior integrazione beneficiano di molti vantaggi. Chi è tagliato fuori respira preoccupazione, insicurezza, paura. Le imprese della manifattura tradizionale in questi territori chiudono o non riescono ad uscire dalla cassa integrazione, i lavoratori dei servizi non qualificati si vedono scavalcati dai lavoratori stranieri all’interno di diffuse dinamiche di dumping salariale. I giovani se ne vanno, i territori si spopolano e invecchiano. Tutto questo si replica, in una modalità in parte diversa, all’interno delle città stesse in una logica più tradizionale di confronto-scontro tra centro e periferia.

 

Ma solo in uno sguardo più ampio sui rapporti tra territori e loro evoluzione socio-economica si possono spiegare intere città in cui la Lega ha preso la maggioranza dei voti, soprattutto in Emilia, Toscana e Umbria. In tutto questo il nodo del lavoro, in tutti i sondaggi la preoccupazione principale degli italiani (e della maggioranza degli elettori europei), è centrale. Vuoi per il timore, più diffuso di quanto si pensi (sebbene in buona parte infondato), della tecnologia, vuoi per un mondo della produzione che cambia, per i contratti che non garantiscono più la sicurezza di un tempo, per la competizione con i lavoratori stranieri, per la richiesta di lavorare più a lungo. Non esiste oggi nessun partito o movimento politico che sia in grado di rispondere con soluzioni nuove a queste sfide, tutti sono ancora ingabbiati all’interno di schemi mentali del Novecento industriale. Vuoi perché buona parte della classe dirigente è ancora legata a quel mondo, vuoi perché la nuova classe dirigente giovane non ha spesso gli strumenti culturali (oltre che la volontà) per comprendere le trasformazioni. Anche perché, fino ad oggi, sono bastate risposte semplici, antistoriche, utopiche per ottenere i voti agognati.

 

Difficile però pensare che tutto questo continuerà a bastare, perché il nodo sembra molto più profondo. Il disagio generato da queste condizioni socio-economiche infatti non può ridursi ad un dato, appunto, socio-economico. Al contrario la crisi raggiunge rapidamente un livello più profondo, che si potrebbe dire antropologico. Una crisi degli strumenti di appoggio ai quali si era abituati e che contribuivano a generare una solidità e una tranquillità di fondo all’interno di quell’entità tutt’altro che solida che è il mercato. Disagio che è crisi del proprio rapporto con il mondo, figlio della crisi del rapporto tra persona e lavoro, laddove il lavoro ha avuto nel corso del Novecento una centralità mai vista prima nella costruzione dell’identità. Alla lunga anche chi propone soluzioni semplici non potrà non scontrarsi con questo disagio antropologico, che non può essere alleviato se non da una risposta che sia all’altezza della domanda, cosa che oggi non accade.

 

Ripensare il senso del lavoro, il rapporto tra lavoro, formazione, competenze, l’idea di carriera, il ruolo della tecnologia, la sostenibilità del lavoro in tarda età è fondamentale. Possiamo continuare a non interessarcene ma inevitabilmente questo significa alimentare, investendo sul disagio che diventa odio e rabbia, aspettative che non potranno essere soddisfatte senza una completa rivoluzione del sistema economico nel quale ci troviamo, cosa oggi irrealistica. Questo non vuol dire quindi guardare indietro ma anzi guardare avanti per cogliere tutte le opportunità che la grande trasformazione del lavoro ci pone.

 

C’è poi un ultimo elemento. Per costruire queste risposte non basta la teoria, occorre l’esperienza e l’incontro quotidiano con questo disagio. Teorizzare risposte pur giuste senza calarle nelle situazioni concrete di queste periferie sociali e geografiche è altrettanto utopico e non porta ad alcun risultato, anzi genera una eterogenesi dei fini alla quale purtroppo in molti non si sono ancora abituati. Certo c’è una quota di astensione che potrebbe coalizzarsi intorno a proposte politiche nuove e innovative, ma risulterà presto inutile e schiacciata se non si cala nella realtà.

 

Francesco Seghezzi

Presidente Fondazione ADAPT

@francescoseghez

 




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27 maggio 2019