Perché diminuiscono i tirocini extra-curriculari in Italia?

Interventi ADAPT, Mercato del lavoro

| di Francesco Seghezzi

Il calo dei tirocini extracurriculari non sembra dipendere da una sola causa: oltre alla normativa, pesano le trasformazioni del mercato del lavoro, il ridimensionamento delle politiche di attivazione e il fattore demografico. Per capire se si tratta di una buona o cattiva notizia per i giovani, però, la domanda decisiva è capire che cosa sta sostituendo gli stage che non vengono più attivati.

È difficile ricondurre il calo dei tirocini extra-curriculari in Italia a una sola causa. La normativa, anzitutto, sembra aver avuto un ruolo limitato considerando che l’iniziativa più significativa è stato l’annuncio, nella legge di bilancio per il 2022, di una importante revisione della loro regolazione, che non è però mai avvenuta. Si prevedeva, infatti, che Governo e Regioni definissero entro 180 giorni nuove linee guida comuni, intervenendo su indennità, durata, limiti numerici, certificazione delle competenze, contingentamento delle nuove attivazioni rispetto alle assunzioni effettuate e contrasto agli abusi. A oltre quattro anni di distanza quelle linee guida non sono state approvate e continuano quindi a trovare applicazione, salvo gli interventi delle singole Regioni, le discipline regionali costruite sulla base delle linee guida del 2017. Alcune disposizioni della legge di bilancio sono entrate immediatamente in vigore, soprattutto quelle dirette a contrastare l’utilizzo fraudolento del tirocinio, ma non siamo di fronte a un cambiamento normativo tale da spiegare una riduzione di queste dimensioni.

Le ragioni del calo sembrano quindi soprattutto economiche e legate al mercato del lavoro e alle sue dinamiche. Il tirocinio extracurriculare aveva conosciuto una forte espansione, anche incentivata, negli anni caratterizzati da elevata disoccupazione giovanile e da una domanda di lavoro debole. In quel contesto poteva essere utilizzato dalle imprese come lungo canale di selezione prima dell’assunzione e, nei casi peggiori, come sostituto a basso costo di un vero rapporto di lavoro.

Negli ultimi anni il quadro è cambiato. La riduzione della disoccupazione e la crescente difficoltà delle imprese nel trovare lavoratori, soprattutto giovani con determinate competenze, hanno modificato i rapporti di forza sul mercato. Quando i candidati sono pochi, per un’impresa diventa più difficile proporre diversi mesi di tirocinio prima di un contratto e per attrarre una persona può essere necessario assumerla direttamente o accorciare il percorso che conduce all’assunzione. È plausibile che una parte della riduzione dei tirocini derivi proprio da questa sostituzione.

Conta anche il progressivo ridimensionamento della spinta proveniente dalle politiche pubbliche. Negli anni di Garanzia Giovani il tirocinio era diventato uno dei principali strumenti utilizzati per l’attivazione dei giovani, compresi molti NEET. Con il passaggio alle nuove politiche attive, e in particolare al programma GOL, l’attenzione si è distribuita maggiormente tra formazione, riqualificazione, accompagnamento al lavoro e altri strumenti. Il tirocinio resta presente, ma ha perso parte della centralità quantitativa che aveva avuto nella precedente stagione delle politiche giovanili.

Infine, ma in fondo regola tutto quanto abbiamo detto, c’è la demografia. Le coorti di giovani che entrano nel mercato del lavoro sono sempre meno numerose. È un fattore strutturale che non basta da solo a spiegare il calo ma contribuisce non solo a restringere il bacino potenziale, ma ridefinisce anche il potere contrattuale dal lato dell’offerta, che risulta quantitativamente scarsa. Tutto questo ci porta a non leggere automaticamente la diminuzione dei tirocini come una diminuzione delle opportunità per i giovani. La domanda decisiva è un’altra e al momento non abbiamo dati che ci aiutino a rispondere: che cosa sostituisce i tirocini che non vengono più attivati? Se diminuiscono soprattutto quelli utilizzati come lunga anticamera dell’assunzione e crescono gli ingressi diretti con un contratto di lavoro, il dato può indicare un mercato più favorevole ai giovani. Se invece al calo non corrispondono maggiori assunzioni, la valutazione cambia. È su questo rapporto, più che sul numero assoluto degli stage, che dovremmo concentrare l’attenzione.

Francesco Seghezzi

Presidente ADAPT

X@francescoseghezz