L’infrastruttura invisibile. Il lavoro casalingo tra valore economico, mercato e riconoscimento

Interventi ADAPT, Mercato del lavoro

| di Giulia Boccarossa, Giulia Ferrari, Francesca Lenzini

Il lavoro domestico e di cura produce valore economico pur restando fuori dal mercato e dalla contabilità ufficiale. I dati mostrano un carico ancora fortemente sbilanciato sulle donne, con conseguenze su occupazione, reddito, autonomia e benessere. Riconoscerlo significa ripensare welfare, tutele previdenziali e redistribuzione delle responsabilità familiari, senza confonderlo con il lavoro subordinato.

Il lavoro domestico e di cura svolto all’interno della famiglia pone una domanda apparentemente semplice, ma decisiva per comprendere il rapporto tra economia e diritto: può essere considerato lavoro anche quando non è retribuito e non passa attraverso il mercato? La questione nasce da un dato di realtà. Cucinare, pulire, accudire un figlio o una persona anziana sono attività che, se affidate a una colf, a una baby-sitter o a una badante, diventano prestazioni di lavoro retribuite, assumono un prezzo, generano contribuzione e sono rilevate dall’economia ufficiale. Se le stesse attività sono svolte gratuitamente da un componente della famiglia, invece, non danno luogo a uno scambio monetario e rimangono in larga parte fuori dalle misurazioni tradizionali del mercato. È il paradosso richiamato da Arthur Pigou: la stessa attività può entrare o uscire dal perimetro del prodotto misurato semplicemente perché cambia il soggetto che la svolge e il modo in cui viene organizzata. 

Questo paradosso aiuta a distinguere due piani che spesso vengono sovrapposti. Da un lato c’è il lavoro come attività suscettibile di valutazione economica; dall’altro c’è il lavoro che entra effettivamente in un rapporto di mercato e viene remunerato. Il lavoro casalingo mostra che le due dimensioni non coincidono necessariamente. L’assenza di una retribuzione non significa assenza di utilità economica. Il punto, quindi, non è stabilire se ogni attività domestica debba automaticamente trasformarsi in un rapporto di lavoro salariato, ma riconoscere che una parte rilevante della produzione di benessere avviene fuori dal mercato, pur essendo sostituibile con servizi acquistabili sul mercato. 

Questa dimensione trova riscontro nelle rilevazioni Istat: le donne dedicano al lavoro familiare non retribuito mediamente 4 ore e 15 minuti al giorno (contro 1 ora e 49 minuti degli uomini), con un divario di 2 ore e 27 minuti. Mentre gli uomini concentrano l’80% del lavoro in attività retribuite, per le donne occupate il lavoro familiare assorbe il 41,7% del tempo totale, quota che sale al 48,8% per le madri. L’assenza di retribuzione non equivale dunque ad assenza di utilità economica, ma cela una produzione di valore non registrata dalla contabilità nazionale. 

La dimensione del fenomeno emerge con chiarezza dai dati. L’Istat definisce casalinga la «persona di 15 anni e più che si dedica prevalentemente alle faccende domestiche» e nel 2016 rilevava 7 milioni e 338 mila donne in questa condizione, 518 mila in meno rispetto a dieci anni prima. La tendenza alla diminuzione prosegue negli anni successivi. Una rielaborazione di dati Istat pubblicata da ADAPT mostra che, tra le persone di 15-89 anni, le casalinghe sono passate da circa 6,95 milioni nel 2018 a circa 6,16 milioni nel 2023. Nella fascia 15-64 anni, nel 2023, casalinghi e casalinghe erano circa 3,5 milioni e il 98,3% era costituito da donne. Il fenomeno, dunque, si riduce numericamente ma continua ad avere una forte caratterizzazione di genere e territoriale: nel 2023 oltre la metà delle casalinghe di 15-64 anni risultava concentrata nel Mezzogiorno, contro il 32,9% al Nord e il 16,2% al Centro. 

Ancora più significativo è il dato sul tempo. Secondo l’Istat, nel 2014 in Italia sono state svolte 71 miliardi e 353 milioni di ore di lavoro non retribuito per attività domestiche, cura di bambini, adulti e anziani, volontariato e aiuti informali. Nello stesso quadro statistico, le ore di lavoro retribuito stimate nei Conti nazionali erano 41 miliardi e 794 milioni. Le donne hanno sostenuto il 71% della produzione familiare non retribuita, pari a 50 miliardi e 694 milioni di ore. Le casalinghe, da sole, hanno contribuito per 20 miliardi e 349 milioni di ore e ciascuna ha svolto in media 2.539 ore annue di lavoro non retribuito, contro 1.507 ore delle donne occupate e 826 ore degli uomini. Questi numeri non dimostrano che il lavoro domestico debba essere equiparato in tutto e per tutto al lavoro subordinato, ma mostrano che non si tratta di un’attività marginale o priva di valore. 

Il nodo diventa ancora più evidente osservando il rapporto tra cura e partecipazione femminile al mercato del lavoro. Nel 2016, per il 73% delle casalinghe tra i 15 e i 34 anni il principale motivo per non cercare un’occupazione era di natura familiare; 600 mila casalinghe risultavano inoltre scoraggiate, cioè avevano smesso di cercare lavoro ritenendo di non riuscire a trovarlo. I dati più recenti confermano che le responsabilità familiari pesano soprattutto sulle donne. Nel 2023 il tasso di occupazione femminile tra i 15 e i 64 anni era pari al 52,5%, contro il 70,4% degli uomini. Nello stesso anno, nella fascia 15-64 anni, casalinghe e casalinghi rappresentavano il 28,3% della popolazione inattiva: una quota inferiore solo a quella degli studenti e superiore a quella dei disoccupati. Anche la presenza di figli incide in modo opposto: il tasso di occupazione delle donne con figli è più basso di quello delle donne senza figli, mentre per gli uomini accade il contrario. Il lavoro domestico non retribuito, quindi, non è solo una questione privata: può condizionare concretamente l’accesso al mercato del lavoro, il reddito, la carriera e l’autonomia economica. 

La comparazione europea rende il problema ancora più netto. I dati richiamati da ADAPT collocano l’Italia al secondo posto nell’Unione europea, dopo la Romania, per quota di donne inattive: 42,3% contro una media europea del 29,8%. Un approfondimento Eurostat del 2019 indicava inoltre per l’Italia il divario di genere più elevato nell’Unione europea nel tempo destinato alle attività di cura della casa e della famiglia: 2 ore e 47 minuti al giorno. Le donne dedicavano a queste attività oltre cinque ore quotidiane, gli uomini poco più di due. È difficile considerare questo squilibrio irrilevante dal punto di vista economico, soprattutto se una parte di quel tempo sostituisce servizi che, se acquistati sul mercato, avrebbero un costo. 

Questa doppia asimmetria rende l’Italia un caso limite in Europa. Nelle coppie di occupati (25-64 anni), le donne gestiscono il 68,9% del lavoro familiare. Nemmeno un livello di istruzione elevato scala questo equilibrio: tra le donne laureate l’indice di asimmetria resta al 66,0%, e sale all’82,6% nel Mezzogiorno per il lavoro domestico puro. 

A questo punto emerge però una distinzione necessaria. Il lavoro svolto gratuitamente per la propria casa e la propria famiglia non coincide con l’impresa familiare e non va confuso con essa. Allo stesso modo, riconoscere il valore economico del lavoro di cura non significa automaticamente sostenere che ogni attività domestica debba essere remunerata dallo Stato. La domanda è piuttosto quali strumenti possano rendere meno invisibile questa attività e ridurre gli effetti negativi che la sua distribuzione diseguale produce sull’autonomia delle persone. In questa prospettiva assumono rilievo i servizi all’infanzia e alla non autosufficienza, le misure di conciliazione, la tutela previdenziale e, più in generale, la possibilità di redistribuire i carichi di cura tra famiglia, mercato e welfare pubblico. 

Il confronto con il settore dei Personal and Household Services mostra cosa accade quando una parte di queste attività esce dalla sfera familiare ed entra nel mercato. Cura, assistenza e collaborazione domestica diventano allora vere prestazioni professionali, ma non per questo cessano di essere problematiche. Nell’articolo di G. Martini, Cosa emerge dal Joint Statement sul Personal and Household Services Sector: le criticità di un settore dai confini indefiniti (Bollettino speciale ADAPT n. 6/2024), vengono evidenziate criticità persistenti: incidenza del lavoro irregolare, basse retribuzioni, scarse opportunità di formazione e aggiornamento e, soprattutto, una diffusa mancanza di riconoscimento formale e sociale del settore. Il passaggio dal lavoro gratuito al lavoro di mercato, quindi, non risolve automaticamente il problema del valore: può semplicemente spostarlo, trasformando un’attività invisibile nella famiglia in un’attività formalmente riconosciuta ma ancora fragile e sottovalutata sul mercato. 

È proprio questo il punto che rende il lavoro casalingo interessante per chi studia economia e diritto. Il mercato attribuisce un prezzo solo quando avviene uno scambio, ma l’assenza di prezzo non coincide necessariamente con l’assenza di valore. Il diritto, a sua volta, interviene in modo diverso a seconda che l’attività sia svolta gratuitamente nella famiglia, sia acquistata sul mercato o sia organizzata in forme irregolari. Non esiste quindi una risposta semplice alla domanda «la casalinga lavora?». Se per lavoro intendiamo esclusivamente una prestazione scambiata contro una retribuzione, la risposta è negativa. Se invece guardiamo alla natura dell’attività e alla sua suscettibilità di valutazione economica, la risposta cambia: molte attività domestiche sono esattamente le stesse che il mercato remunera quando vengono affidate a un soggetto esterno. 

Il vero problema, allora, non è trasformare ogni relazione familiare in un contratto, ma evitare che ciò che resta fuori dal mercato diventi anche socialmente invisibile. I dati mostrano che il lavoro di cura sostiene quotidianamente famiglie e sistema produttivo, ma continua a gravare in misura molto maggiore sulle donne e può tradursi in minore occupazione, minore autonomia economica e maggiore vulnerabilità futura. La riduzione del numero delle casalinghe non elimina questo nodo: una parte delle attività di cura continua semplicemente a essere svolta dalle donne che lavorano, alimentando quella “doppia presenza” tra occupazione e responsabilità familiari che da decenni caratterizza il mercato del lavoro italiano. 

Questo sovraccarico genera “povertà di tempo” e conflitti casa-lavoro (role spillover). Tra le occupate la povertà di tempo sale al 23,2% (contro il 13,9% maschile) e lo stress al 28,1%, con picchi del 62,6% di sovraccarico totale per le madri lavoratrici. In vent’anni l’aumento dell’impiego retribuito femminile non ha liberato tempo libero, rimasto fermo a meno di 3 ore giornaliere (38 minuti in meno dei partner, pari a 231 ore all’anno perse per sé). La “doppia presenza” si traduce in un deficit di autonomia che il diritto e le politiche attuali non colmano appieno. 

Riconoscere il valore del lavoro domestico significa quindi, prima di tutto, guardare a ciò che l’economia di mercato tende a non registrare. Non per cancellare la distinzione tra lavoro retribuito e attività familiare, ma per comprendere che il funzionamento del mercato dipende anche da una quantità enorme di lavoro che avviene al di fuori di esso. È in questa zona di confine tra valore d’uso e valore di scambio, tra famiglia e mercato, tra attività gratuita e prestazione professionale, che il lavoro casalingo continua a porre una domanda attuale al diritto e all’economia: quanto di ciò che produce valore può restare invisibile solo perché non ha un prezzo? 

Giulia Boccarossa

Studentessea di #DirLav2026 – Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

Giulia Ferrari

Studentessea di #DirLav2026 – Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

Francesca Lenzini 

Studentessea di #DirLav2026 – Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia