La partecipazione non è adesione: quando la voce dei lavoratori produce trasformazione

Interventi ADAPT

| di Elena Ferro

Quando partecipare significa poter incidere, cambiano le relazioni di potere e il modo di prendere decisioni nelle organizzazioni. Un percorso tra leadership, rappresentanza sindacale, conflitto e nuove forme di decisione tecnologica

Partecipare non significa semplicemente essere coinvolti. E nemmeno essere ascoltati. Possiamo prendere parte a una riunione, rispondere a una consultazione, esprimere il nostro punto di vista e tuttavia non avere alcuna possibilità di incidere sulle decisioni. Così potrebbe accadere di essere chiamati a contribuire alla realizzazione di un cambiamento senza aver partecipato attivamente alla sua definizione.

Qui sta una delle principali contraddizioni della nostra vita collettiva e di questo nodo centrale mi occupo nel libro La partecipazione come agente trasformativo. Mappe per cambiare le organizzazioni (DeriveApprodi, 2026). Mi interessa affrontare il tema della distanza tra partecipazione dichiarata e partecipazione reale, indagando come la partecipazione possa diventare realmente capace di trasformare le organizzazioni. E comprendere cosa accade alle relazioni, ai processi decisionali e alle forme di potere quando la partecipazione viene presa sul serio.

Se partecipare significa incidere, allora parlare di partecipazione significa affrontare il tema del potere e della sua distribuzione.

Ma cosa significa partecipare? Una prima distinzione è necessaria tra consultazione, cooperazione e co-costruzione.

La prima raccoglie un’opinione, senza modificare la decisione. La cooperazione lavora insieme alla realizzazione di un obiettivo, di solito definito altrove. La partecipazione cambia natura quando entra nella co-costruzione, ovvero quando non si condivide soltanto il come, ma anche la possibilità di interrogare il cosa, il quando e il perché.

Non significa che una decisione debba essere presa da tutti, né che ogni punto di vista debba tradursi in una scelta. Il compito di un’organizzazione è decidere e chi ha responsabilità deve assumersela.

Ma una decisione partecipata è più forte della semplice media delle opinioni raccolte. È un atto di sintesi che può tenere conto di ciò che è emerso e, proprio per questo, deve essere capace di dichiarare con verità vincoli, limiti e responsabilità.

È ciò che chiamo nel libro decidere senza tradire: non promettere che ogni voce sarà accolta, ma fare in modo che nessuna voce venga chiamata a partecipare a una decisione la cui direzione è già stata sottratta al confronto.

Per farlo serve una risorsa strategica spesso individuata come limite dal sistema: il tempo. Tempo per ascoltare, tempo per leggere il contesto, tempo per co-costruire, per agire insieme.

È ciò che chiamo le tre lenti, non come fasi di un metodo da applicare pedissequamente una dopo l’altra, ma come prospettive che devono continuare a intrecciarsi e che possono essere attivate nel processo in qualunque momento. Nel saggio approfondisco questo come uno strumento flessibile, semplice ma potente, che può aiutarci a ricostruire quella centralità della dimensione sociale e collettiva che stiamo perdendo, in ogni ambito della società.

Per attivare la partecipazione è utile sospendere la pretesa di avere già la risposta, per redistribuire attenzione e legittimità. Occorre lasciare lo spazio perché emerga ciò che non è immediatamente visibile e leggere ciò che sta intorno e dietro a una decisione. Non soltanto le strutture formali del linguaggio e della conoscenza, ma abitudini, rituali, convinzioni sedimentate, rapporti di forza.

Ma è quando incontriamo il terreno del potere che la partecipazione mostra tutta la sua difficoltà. Dichiararsi favorevoli alla partecipazione è facile, finché non comporta una perdita di controllo, di ruolo, di visibilità.

La leadership va ripensata in questa prospettiva. Il problema non è semplicemente avere leader migliori. È capire quale architettura organizzativa produce determinate forme di leadership e quali possibilità lascia agli altri di assumere parola e responsabilità.

Occorre cambiare la grammatica del potere per garantire anche a chi fino ad oggi ha avuto meno accesso alle stanze delle decisioni (e questo riguarda essenzialmente anche le donne) uno spazio di azione e pensiero libero, autonomo e finalizzato.

Serve una leadership trasformativa che non si preoccupi di occupare il centro della scena, ma di creare spazio perché altre e altri possano agire.

In questi termini la partecipazione diventa una vera e propria tecnologia politica: non una tecnica neutrale per rendere più efficienti le organizzazioni, ma un modo per intervenire sulle regole attraverso cui vengono distribuite attenzione, parola, decisione e responsabilità.

Una condizione che si conquista anche attraverso il conflitto, che considero una risorsa quando è agito nell’alveo delle regole democratiche che ci siamo dati.

Il conflitto non è un incidente da evitare, ma può rappresentare la possibilità di acquisire informazioni importanti che prima non potevamo vedere.

Il problema non è dunque che il conflitto esista, ma come viene trattato. Se è percepito come una minaccia all’ordine costituito, l’organizzazione tende a neutralizzarlo, spesso attraverso procedure che producono consenso solo apparente. Quando invece viene ascoltato e contestualizzato, può diventare materia di elaborazione e di negoziazione all’interno e all’esterno del sistema organizzativo.

Questo vale in modo particolare nel lavoro e nelle relazioni sindacali. Una condizione vissuta individualmente può diventare una questione collettiva proprio nel momento in cui viene nominata, discussa e portata dentro uno spazio di confronto, anche conflittuale. A questo può seguire la fase della negoziazione, che non cancella il conflitto ma lo rende attraversabile, anche grazie al ruolo della rappresentanza sindacale delle lavoratrici e dei lavoratori.

L’esperienza che CGIL CISL UIL hanno realizzato con le RSU (Rappresentanze Sindacali Unitarie) mostra che questa possibilità non appartiene soltanto alla teoria. Il voto diretto dei lavoratori, la discussione collettiva, il mandato e la sottoposizione degli accordi al giudizio e al voto delle lavoratrici e dei lavoratori che si organizzano anche attraverso lo strumento assembleare, costituiscono dispositivi concreti attraverso cui la rappresentanza può mantenere un rapporto concreto e fattivo con i rappresentati.

Questo, a mio avviso, è l’aspetto più originale e autentico del meccanismo della rappresentanza nel mondo del lavoro: la continua relazione tra rappresentante e rappresentato.

Da questo punto di vista, la disintermediazione dei corpi intermedi tentata e in qualche modo ottenuta negli ultimi decenni rappresenta un pericoloso passo indietro e può contribuire alla disintegrazione del tessuto sociale.

Le organizzazioni cambiano per mezzo delle persone che le abitano. Cedere spazio alle nuove generazioni, a esperienze differenti vissute da identità e percorsi differenti, offrire sguardi che non coincidano con quelli di chi ha già occupato i luoghi della decisione non è soltanto una questione di ricambio. È una condizione per evitare che un’organizzazione continui a riprodurre se stessa.

In una società segnata dalla frammentazione e dall’iperindividualismo, questo diventa ancora più urgente. Non per tornare a un passato organizzativo che non esiste più, ma per costruire forme adeguate alla società nella quale viviamo.

Ed è qui che si apre una questione ulteriore. Le organizzazioni stanno cambiando anche perché una parte crescente delle loro decisioni viene supportata o mediata dalla tecnologia: assegnazione delle attività, valutazione delle prestazioni, organizzazione dei tempi, selezione, monitoraggio.

La tecnologia può ampliare le possibilità di accesso alle informazioni e di partecipazione. Ma può anche rendere più difficile individuare dove si trova realmente il potere decisionale.

Se la partecipazione è già difficile quando le decisioni sono prese da persone, che cosa accade quando una parte crescente delle decisioni organizzative viene mediata da sistemi algoritmici?

La domanda, allora, non è soltanto chi decide, ma chi può comprendere, contestare e modificare le decisioni. Anche quando a decidere, apparentemente, non è più nessuno.

Bollettino ADAPT 14 settembre 2026, n. 32

Elena Ferro

Segretaria confederale – Camera del Lavoro di Torino