Un pungente ed acuto osservatore del dibattito politico-economico italiano – di tutti i luoghi comuni che lo accompagnano e delle tante frasi fatte che, col tempo, diventano per i decisori politici nostrani veri e propri assiomi, cioè verità indimostrate ed indimostrabili – ha recentemente sostenuto che il contratto collettivo nazionale di lavoro è morto (vedi M. Seminerio, Il CCNL è morto. L’Irpef paga il funerale, 2 gennaio 2026).
Non è la prima volta che, nel nostro Paese, si recita il de profundis della contrattazione collettiva nazionale di categoria. La tesi – accreditata anche da autorevoli esponenti della giuslavoristica (per tutti E. Gragnoli, Il contratto nazionale nel lavoro privato italiano, Torino, 2021) – merita oggi particolare attenzione soprattutto da parte di chi ha sempre cercato di dimostrare la persistente vitalità del contratto collettivo nazionale di lavoro e può pertanto essere accusato di esprimere un bias cognitivo (vedi M. Tiraboschi, Sulla funzione (e sull’avvenire) del contratto collettivo di lavoro, in Diritto delle Relazioni Industriali, 2022).
Si può certamente convenire, per i danni che provoca sul già gigantesco debito pubblico, in merito alla cattiva prassi dei governi italiani di sostenere i redditi di lavoro più bassi intervenendo sulla fiscalità generale. Dal credito d’imposta in busta paga per i lavoratori dipendenti con redditi fino 26.000 euro, i famosi 80 euro mensili di Renzi (960 annui) introdotti per stimolare i consumi, sino alle recenti misure della manovra di bilancio per il 2026 con l’imposta del 5 per cento (sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali regionali e comunali) per gli incrementi retributivi corrisposti ai dipendenti del settore privato in attuazione dei rinnovi contrattuali sottoscritti tra il 1° gennaio 2024 e il 31 dicembre 2025. Se si poteva comprendere la ratio della misura inizialmente contenuta nella bozza della manovra (vedi F. Alifano, M. Tiraboschi, Il lavoro nella manovra 2026: guida ragionata alle posizioni di istituzioni e parti sociali, Working Paper ADAPT n. 14/2025), effettivamente mirata sui redditi da lavoro più bassi, il successivo passaggio dal primo scaglione Irpef (28mila euro di reddito annuo) al secondo scaglione Irpef (33mila euro) ne estende ora l’applicazione a una vastissima platea di lavoratori. Sono infatti ricompresi dalla manovra varata dal Governo i livelli di inquadramento contrattuale più popolati dei circa 100 rinnovi più importanti avvenuti tra il 2024 e il 2025 (fonte ADAPT, con riferimento ai CCNL sottoscritti da Cgil, Cisl e Uil, relativi a oltre 10 milioni di lavoratori) con effetti importanti sulla tenuta dei già precari conti pubblici e senza che questo ingeneri aumenti di produttività e tanto meno misure strutturali a sostegno di famiglie, lavoratori e imprese.
Più difficile è invece sostenere che queste misure di “manipolazione” della fiscalità generale siano state introdotte al fine di svolgere un improprio e costoso ruolo di supplenza del mancato funzionamento della contrattazione collettiva di livello nazionale. Da questo punto di vista pesano, tanto sulla messa a punto della manovra di bilancio che sulla sua critica, proprio quei luoghi comuni, talvolta vere e proprie leggende metropolitane, che vengono poi assunti come dati di fatto del dibattito pubblico e del relativo processo decisionale.
Il primo luogo comune è che la stagnazione dei salari reali italiani sia dovuta alla lentezza dei rinnovi contrattuali, ma questo vale solo per il settore pubblico visto che nel settore privato l’attesa media, a settembre 2025, era di soli 5 mesi (fonte Istat) e questo ben prima del rinnovo del CCNL della metalmeccanica avvenuto lo scorso 22 novembre e che non poco incideva sull’indice di tensione contrattuale registrato da Istat per il settore privato (per un approfondimento vedi M. Tiraboschi, Ritardi nei rinnovi contrattuali? Un falso problema, in Il Sole 24 Ore, Guida al Lavoro n. 48/2025). Senza dimenticare che, anche a prescindere dalla buona prassi del CCNL della metalmeccanica (vedi I. Armaroli, G. Impellizzieri, M. Menegotto, M. Tiraboschi, CCNL industria metalmeccanica (codice CNEL c011). Primo commento al rinnovo del 22 novembre 2025, ADAPT University Press, 2025) circa il 40 per cento dei CCNL contiene clausole dí salvaguardia per il recupero almeno parziale dell’inflazione (vedi l’XI rapporto ADAPT sulla contrattazione collettiva in Italia, ADAPT University Press, 2025) nella fase di vacanza contrattuale.
Il secondo luogo comune è invece relativo alle retribuzioni contrattuali, ancora oggi descritte come intrappolate da incrementi retributivi modesti e sotto l’inflazione (vedi, da ultimo, M. Leonardi, Inflazione e detassazione, le vere ragioni del grande silenzio sul crollo dei salari, in Il Foglio del 30 dicembre 2025, che parla di aumenti retributivi fermi al 2 per cento). Eppure il monitoraggio sistematico dei rinnovi contrattuali più recenti evidenzia segnali di recupero delle dinamiche retributive, con una crescita che nella fase più recente si è collocata su livelli superiori all’inflazione. Secondo gli ultimi dati Istat, nel terzo trimestre del 2025 l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie ha infatti registrato, rispetto al terzo trimestre del 2023, un incremento pari al 6,3 per cento per il totale dell’economia, una dinamica superiore a quella dei prezzi (+2,6 per cento), che ha quindi determinato un parziale recupero dei salari reali. Tale andamento favorevole interviene tuttavia dopo uno shock particolarmente intenso, legato prima alla pandemia da Covid-19 e poi alla guerra in Ucraina, che ha profondamente inciso sulle dinamiche inflazionistiche e sul potere d’acquisto dei salari. In termini cumulati, il valore reale delle retribuzioni contrattuali resta infatti ancora inferiore di circa il 9 per cento rispetto ai livelli di gennaio 2021. Ciò nonostante, la dinamica più recente appare sufficiente a segnalare un buon funzionamento attuale della contrattazione collettiva, testimoniata anche da rinnovi rilevanti che giungono prima della scadenza (come nel caso dei settori gomma-plastica e chimico-farmaceutico).
Chi celebra oggi il funerale del CCNL dovrebbe del resto indicare quali sono le alternative reali presenti oggi sul campo.
Una legge sulla rappresentanza e l’efficacia erga omnes dei contatti collettivi non sarebbe per nulla la risposta alla questione salariale posto che il 98 per cento dei lavoratori italiani del settore privato è oggi già coperta da contratti collettivi firmati da federazioni di categoria di Cgil, Cisl e UIL. Un recente studio del CNEL mostra in effetti come quello dei contratti pirata sia un falso problema posto che la proliferazione dei testi contrattuali raramente incide sui salari (vedi G. Piglialarmi, M. Tiraboschi, Fare contrattazione nel terziario di mercato (Volume I e II), ADAPT University Press, 2025), essendo principalmente rivolto al lucroso mercato dei servizi per imprese e lavoratori e principalmente ai sistemi bilaterali (A. Feri, M. Tiraboschi, L. Venturi, La contrattazione collettiva di minore applicazione: una prima esplorazione dell’archivio dei contratti del CNEL, in CNEL, Casi e materiali di discussione: mercato del lavoro e contrattazione collettiva, n. 31/2025).
Ma anche la legge sul salario minimo sarebbe del tutto illusoria per aggredire la questione salariale in Italia posto che la proposta dei 9 euro lordi orari si rivolge solo ai livelli più bassi dell’inquadramento contrattuale e, tranne settori particolari (lavoro domestico e servizi fiduciari), risulta di gran lunga inferiore ai trattamenti retributivi complessivi minimi dei CCNL (vedi G. Impellizzieri, G. Piglialarmi, S. Spattini, M. Tiraboschi, La struttura della retribuzione. Minimi retributivi, salario di produttività, busta paga, ADAPT University Press, 2024).
Resta indubbiamente la suggestione di abbandonare il contratto nazionale di lavoro per far posto alla contrattazione decentrata ma anche qui possiamo portare alcuni dati di fatto non secondari. Il primo è che solo il 23,1% delle imprese con almeno 10 dipendenti del settore privato extra-agricolo applica un contratto collettivo di livello decentrato (CNEL, XXV rapporto sul mercato del lavoro e la contrattazione collettiva). Il secondo è che attualmente, per quanto economicamente incentivata dallo Stato, la contrattazione di produttività registra non poche criticità e trova comunque applicazione a solo il 20 per cento della forza lavoro in Italia per somme davvero modeste pari al 4 per cento della retribuzione globale riconosciuta al lavoratore (G. Comi, M. Menegotto, J. Sala, F. Seghezzi, S. Spattini, M. Tiraboschi, Incentivi pubblici e contrattazione di produttività. Cosa emerge dai report del Ministero del lavoro (2016-2024)?, Working Paper ADAPT n. 10/2025).
Insomma, se il CCNL è davvero morto viva il CCNL! Ciò a maggior ragione se si concorda con la lezione di Ezio Tarantelli secondo cui il contratto collettivo “è un sistema complesso di regole non un sistema di regolamentazione del salario. Il volerlo ridurre a un sistema di regolamentazione del salario, denuncia una comprensione solo parcellare di un sistema socio-politico ben più complesso” (E. Tarantelli, Il ruolo economico del sindacato, Laterza, 1978, pp. 80-81).
Professore Ordinario di diritto del lavoro
Università di Modena e Reggio Emilia
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