Gestire l’impatto della transizione demografica nel settore metalmeccanico: le politiche di age management in Europa, in una prospettiva comparata e di relazioni industriali
| di Diletta Porcheddu, Margherita Roiatti
Come stanno cambiando sistemi pensionistici, politiche del lavoro e strategie di age management in Europa di fronte all’invecchiamento della popolazione? Il progetto europeo PROMISE offre alcune evidenze comparative su sette Paesi, con particolare attenzione al settore metalmeccanico e al ruolo delle relazioni industriali.
L’invecchiamento della popolazione rappresenta oggi una delle trasformazioni strutturali più rilevanti per i sistemi di welfare, i mercati del lavoro e l’organizzazione delle imprese in Europa. Il progressivo aumento dell’aspettativa di vita, combinato con il calo dei tassi di fertilità, sta infatti modificando in modo significativo la composizione demografica delle società europee e, di conseguenza, la struttura della forza lavoro.
Queste dinamiche pongono sfide particolarmente rilevanti per i settori industriali caratterizzati da condizioni di lavoro fisicamente impegnative e da una forte rilevanza delle competenze tecniche accumulate nel tempo, come il settore metalmeccanico. In tali contesti, l’invecchiamento della popolazione non riguarda soltanto la sostenibilità dei sistemi pensionistici, ma solleva anche questioni più ampie legate all’organizzazione del lavoro, alla salute e sicurezza, alla trasmissione delle competenze e alla gestione delle carriere lavorative.
In questo quadro si colloca il Comparative Research Report on Social Security Systems and Age Management Policies in Europe, realizzato nell’ambito del progetto europeo PROMISE – Promoting Age Management Policies in Eastern European Countries through Industrial Relations: A Focus on the Manufacturing Sector. Il report analizza le principali tendenze demografiche, i sistemi pensionistici e le politiche di age management in sette Paesi europei (Albania, Bulgaria, Francia, Georgia, Germania, Italia e Turchia), con un’attenzione specifica al settore metalmeccanico e al ruolo delle relazioni industriali nella gestione dell’invecchiamento della forza lavoro.
La ricerca ha adottato un approccio multi-metodo in chiave comparata, combinando la raccolta e analisi di dati statistici da fonti internazionali e nazionali (Eurostat, OCSE, Banca Mondiale e istituti statistici nazionali), una rassegna della letteratura scientifica e grigia, un’analisi documentale di contratti collettivi, nonché le evidenze raccolte attraverso focus group che hanno coinvolto sindacalisti e rappresentanti dei lavoratori attivi in Italia, Albania, Turchia, Bulgaria e Georgia. Questo approccio ha consentito di affiancare una rilevazione a livello generale con una comprensione qualitativa delle dinamiche specifiche del settore.
L’invecchiamento demografico come trasformazione strutturale del mercato del lavoro
Tutti e sette i Paesi analizzati stanno attraversando una profonda trasformazione demografica caratterizzata da tassi di fertilità in diminuzione, aumento dell’aspettativa di vita e progressiva crescita della quota di popolazione anziana. Sebbene il ritmo e l’intensità di questo processo differiscano tra i diversi contesti nazionali, la direzione del cambiamento appare convergente. Non si tratta soltanto di una tendenza demografica di fondo, ma di una condizione strutturale che sta già ridefinendo la governance dei sistemi pensionistici, le dinamiche dei mercati del lavoro e le modalità di gestione della forza lavoro.
Nei Paesi dell’Europa occidentale, come Francia, Germania e Italia, l’invecchiamento demografico è particolarmente avanzato, con età medie elevate e un alto indice di dipendenza della popolazione anziana (percentuale degli over 65 in rapporto alla popolazione in età lavorativa). Albania e Bulgaria affrontano invece un processo di invecchiamento accelerato, aggravato dall’emigrazione delle coorti più giovani. Georgia e Turchia, pur presentando ancora una struttura demografica relativamente più giovane, stanno anch’esse attraversando una rapida transizione demografica, con una progressiva riduzione del cosiddetto dividendo demografico (vale a dire il potenziale di crescita economica associato a una popolazione con una quota relativamente elevata di persone in età lavorativa).
Queste dinamiche stanno incidendo direttamente sui mercati del lavoro. La riduzione delle coorti più giovani limita il naturale ricambio dei lavoratori che escono dal mercato del lavoro causa pensionamento, generando squilibri strutturali nella composizione della forza lavoro. Allo stesso tempo, la quota di lavoratori con più di 50 anni è in forte crescita, soprattutto ne settore manifatturiero e nelle attività industriali core come la metalmeccanica. In questo senso, l’invecchiamento demografico non riguarda più soltanto la struttura della popolazione, ma anche il modo in cui i diversi settori produttivi riescono a trattenere i lavoratori, adattare le mansioni e gestire il ricambio generazionale.
Titolo: Percentuale di lavoratori di oltre 50 anni nel settore manifatturiero dei paesi in esame*, 2024

(*) I dati per l’Albania e la Georgia non sono disponibili nei dataset Eurostat.
Fonte: Elaborazione degli autori sui dati EUROSTAT (lfsa_egan2)
Sistemi pensionistici sotto pressione condivisa, risposte divergenti
Nonostante significative differenze strutturali, tutti i Paesi analizzati rimangono ancorati a sistemi pensionistici pubblici a ripartizione (pay-as-you-go, PAYG) come principale meccanismo di protezione sociale. Tuttavia, l’invecchiamento demografico e la progressiva riduzione delle risorse di bilancio hanno spinto, negli ultimi tre decenni, a importanti interventi di riforma. Più nel dettaglio:
– Albania e Bulgaria hanno introdotto riforme parametriche all’interno dei sistemi PAYG, aumentando l’età pensionabile e rafforzando i requisiti contributivi, mantenendo al contempo componenti redistributive.
– La Francia ha preservato un impianto a prestazione definita, affiancando riforme parametriche graduali a un forte ricorso a schemi pensionistici complementari obbligatori.
– La Georgia combina una pensione statale universale a importo fisso con un sistema contributivo a capitalizzazione introdotto nel 2019.
– La Germania ha integrato fattori di sostenibilità nelle pensioni indicizzate ai salari e promosso lo sviluppo di pilastri pensionistici occupazionali e privati.
– L’Italia ha realizzato una trasformazione strutturale passando da un modello c.d. retributivo a un modello c.d. contributivo, che rafforza il legame tra contributi versati nel corso della vita lavorativa e prestazione pensionistica.
– La Turchia ha progressivamente ricalibrato i criteri di accesso e le formule di calcolo delle prestazioni, anche se sviluppi recenti mostrano quanto il tema della sostenibilità pensionistica rimanga politicamente sensibile.
In tutti i sistemi si osserva una tendenza all’innalzamento dell’età pensionabile definita a livello legale, sebbene i comportamenti effettivi di uscita dal mercato del lavoro restino eterogenei. I meccanismi di indicizzazione sono sempre più utilizzati come strumenti di contenimento della spesa, spesso privilegiando la sostenibilità finanziaria rispetto all’adeguatezza delle prestazioni nel lungo periodo. La redistribuzione rimane comunque un elemento centrale, realizzato attraverso strumenti diversi, che vanno dalle pensioni minime contributive a prestazioni universali a importo fisso.
Nel complesso, queste riforme riflettono un dilemma di policy condiviso: come garantire la sostenibilità finanziaria dei sistemi pensionistici preservando al contempo adeguatezza delle prestazioni, legittimità sociale e condivisione politica.
Le maggiori divergenze emergono invece nel campo delle pensioni complementari. Esse risultano strutturalmente consolidate in Francia e sono sempre più promosse in Germania e Italia – spesso attraverso la contrattazione collettiva settoriale e fondi gestiti congiuntamente dalle parti sociali – mentre rimangono limitate o ancora emergenti in Albania, Bulgaria, Georgia e Turchia, dove una minore istituzionalizzazione degli schemi pensionistici supplementari e un dialogo sociale più frammentato ne ostacolano lo sviluppo.
In questo senso, la solidità delle strutture di contrattazione collettiva emerge come fattore in grado di incidere direttamente sulla capacità delle pensioni complementari di integrare i sistemi pubblici, soprattutto in settori come l’industria metalmeccanica. L’analisi suggerisce quindi che gli esiti dei sistemi pensionistici non possano essere compresi soltanto alla luce della loro architettura giuridica, ma debbano essere letti anche attraverso la capacità istituzionale dei sistemi di relazioni industriali e le loro traiettorie storiche, come nel caso dei Paesi con eredità di economia socialista quali Albania, Bulgaria e Georgia.
Politiche di invecchiamento attivo e ruolo del dialogo sociale
La governance dell’invecchiamento attivo varia significativamente tra i diversi paesi analizzati nel Report. Tuttavia, emerge chiaramente un elemento trasversale: la forza e l’istituzionalizzazione del dialogo sociale influenzano in modo decisivo la capacità di gestire efficacemente l’invecchiamento della forza lavoro.
In paesi come Francia e Germania, le parti sociali svolgono un ruolo strutturato nella negoziazione di misure di age management, tra cui l’adattamento ergonomico dei luoghi di lavoro, iniziative di apprendimento permanente, modalità di pensionamento graduale e lo sviluppo di schemi pensionistici complementari. In questi contesti, l’invecchiamento demografico viene affrontato non solo attraverso riforme legislative, ma anche tramite soluzioni negoziali a livello settoriale.
In Italia, le iniziative di dialogo sociale integrano sempre più le riforme legislative, in particolare nel settore metalmeccanico, dove i contratti collettivi creano e sostengono fondi pensione complementari e strumenti formativi volti a mantenere l’occupabilità dei lavoratori più anziani.
In Albania, Bulgaria, Georgia e Turchia, seppure il quadro legislativo includa talune misure di gestione della forza lavoro anziana, l’attuazione pratica delle politiche di invecchiamento attivo dipende spesso dal grado di maturità e di autonomia del dialogo sociale settoriale. Le evidenze emerse dai focus group mostrano che, in diversi contesti, l’applicazione limitata delle norme o la debole copertura della contrattazione riducono la capacità di gestire in modo proattivo l’invecchiamento all’interno delle imprese. In questi casi, la sfida non è semplicemente l’assenza di strumenti di policy, ma la limitata capacità o motivazione di tradurli in accordi negoziati e stabili a livello aziendale.
Nel complesso, l’analisi evidenzia che il dialogo sociale può costituire una variabile decisiva di governance. Dove le parti sociali sono istituzionalmente rafforzate e attivamente coinvolte, la gestione dell’invecchiamento diventa proattiva, negoziata e modellata sul settore di riferimento. Dove invece le strutture di dialogo sono più deboli o frammentate, le risposte tendono a rimanere reattive, guidate dalle politiche pubbliche o applicate in modo disomogeneo. Il confronto indica quindi che l’efficacia delle strategie di invecchiamento attivo dipende non solo dalla regolazione pensionistica o dalle caratteristiche del mercato del lavoro, ma anche dalla qualità dei sistemi di relazioni industriali attraverso cui tali misure vengono concretamente attuate.
Conclusioni
In conclusione, la ricerca condotta nell’ambito del progetto PROMISE dimostra chiaramente come l’invecchiamento demografico non rappresenti un rischio futuro, ma una realtà strutturale già in atto, che sta incidendo sui sistemi pensionistici, sui mercati del lavoro e sui settori industriali nei sette Paesi considerati.
Per il settore metalmeccanico, in particolare, lo sviluppo di strategie proattive di age management – esito di un dialogo sociale efficace e su strumenti di contrattazione collettiva rafforzati – appare essenziale per garantire sia percorsi di pensionamento adeguati sia traiettorie occupazionali sostenibili nel corso della vita lavorativa. Questo è particolarmente rilevante in un settore in cui l’invecchiamento incide non solo sui tempi di uscita dal mercato del lavoro, ma anche su aspetti quali salute e sicurezza, produttività, aggiornamento delle competenze e valorizzazione dell’esperienza dei lavoratori più anziani.
Il report in esame intende dunque fornire ai rappresentanti sindacali e alle parti sociali una base conoscitiva strutturata utile a sostenere negoziazioni informate, partecipare al dibattito sulle politiche pubbliche e sviluppare strategie settoriali in grado di trasformare l’invecchiamento demografico da mero vincolo a transizione governata.
In questo senso, il documento può essere letto non solo come una panoramica comparata delle principali tendenze in atto, ma anche come una risorsa operativa per anticipare i rischi che interessano il settore e promuovere risposte più coerenti e integrate di gestione dell’invecchiamento nei luoghi di lavoro.
ADAPT Senior Research Fellow
Direttrice Fondazione ADAPT
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