Workification, quando tutto diventa lavoro e perde il suo valore. Considerazioni sulla delibera lombarda sulla retribuzione dei volontari senior

Interventi ADAPT, Mercato del lavoro

| di Michele Tiraboschi

La Lombardia introduce un emolumento per over 65 nel volontariato della “leva civica senior”. L’iniziativa valorizza cittadinanza attiva e solidarietà, ma solleva dubbi sul confine tra volontariato e lavoro retribuito, rischiando di svalutarne il valore sociale.

La delibera della Giunta regionale lombarda n. XII/5974 del 13 aprile 2026 prevede un “un emolumento mensile pari a € 356,70 riferito all’impegno settimanale non superiore a 15 ore” per attività di volontariato nell’ambito della “leva civica lombarda senior”, un progetto di natura sperimentale relativo a percorsi di cittadinanza attiva destinati a cittadini di età pari o superiore a 65 anni ai sensi della legge regionale n. 23 del 6 dicembre 1999.

L’iniziativa nasce da intenzioni che meritano rispetto e attenzione. Il proposito è, infatti, quello di valorizzare l’invecchiamento attivo, contrastare isolamento e solitudine, promuovere cittadinanza attiva e solidarietà intergenerazionale, coinvolgendo cittadini over 65 in attività sociali, culturali, educative e ambientali a beneficio delle comunità locali.

È difficile non condividere queste finalità. In una società che invecchia rapidamente, valorizzare esperienza, competenze e relazioni delle persone anziane è una esigenza reale. E non vi è dubbio che il volontariato, la partecipazione civica e le reti di prossimità rappresentino un presidio fondamentale contro fragilità, solitudine e marginalizzazione.

Proprio per questo, però, la discussione che si è aperta attorno alla misura lombarda merita di essere affrontata con equilibrio, evitando tanto le polemiche urlate quanto le semplificazioni. Perché il punto non è negare il valore dell’impegno civico degli anziani. Il punto è comprendere se, nel tentativo di promuoverlo, non si rischi di alterarne la natura (vedi le giuste osservazioni di S. Costa, Pagare gli anziani per fare volontariato? Uno sfregio alla memoria di Luciano Tavazza, in Vita del 21 aprile 2026).

Il Codice del Terzo Settore (d.lgs. n. 117/2017) è chiarissimo in proposito: al volontario possono essere riconosciuti soltanto rimborsi delle spese effettivamente sostenute e documentate ovvero, entro limiti rigorosi, rimborsi forfetari autocertificati, non un compenso per l’attività resa che non è equiparabile a una prestazione per il mercato.

Non si tratta di un formalismo e tanto meno di un tecnicismo giuridico. È una scelta di fondo, che riguarda la natura stessa del volontariato. Il volontariato non è lavoro povero, né lavoro ridotto, né una forma attenuata di prestazione retribuita. È una attività gratuita perché esprime un valore diverso: partecipazione civica, solidarietà, responsabilità sociale.

È evidente, allora, che quando si introduce, come nel caso di Regione Lombardia, un emolumento stabile collegato al tempo di impegno, il confine si fa più ambiguo. Non siamo ancora nel lavoro subordinato, certo. Ma non siamo più nemmeno pienamente nel volontariato come tradizionalmente inteso dal nostro ordinamento. Ed è qui che la discussione diventa interessante anche sul piano culturale e sociale, oltre che giuridico.

Negli ultimi anni si è infatti progressivamente affermata a livello globale una tendenza, che gli americani definiscono nei termini di una “lavorizzazione strisciante” (vedi Yiran Zhang, Workification, in UCLA Law Review, 2026), di attività nate fuori dal mercato del lavoro.

Succede nel volontariato. Ma succede anche nella formazione e nei tirocini. Il dibattito sugli stage ne è un esempio evidente. Di fronte agli abusi degli stage extracurricolari utilizzati come lavoro sottopagato, la risposta prevalente, assecondata in Italia dalla legge Fornero del 2012, è stata quella di chiedere una generalizzata “retribuzione obbligatoria” dei tirocini. Ma anche qui il rischio è di confondere piani diversi. Lo stage nasce come esperienza formativa, non come rapporto di lavoro. E gli stage migliori sono quelli che si svolgono dentro percorsi scolastici e universitari coerenti, nei quali studio ed esperienza si combinano dentro un progetto intenzionale di apprendimento. In questi casi, il punto non è trasformare il tirocinio in lavoro retribuito, ma garantirne qualità formativa, coerenza didattica, serietà del tutoraggio e reale valore educativo (vedi M. Tiraboschi, Come mettere il carro davanti ai buoi. Brevi note sui tirocini dopo la legge di bilancio per il 2022, in Bollettino ADAPT del 31 gennaio 2022).

Quando invece ogni esperienza viene letta solo attraverso la categoria del lavoro salariato si produce un effetto paradossale: si finisce per usare strumenti nati per formazione, cittadinanza o solidarietà per coprire problemi che richiederebbero invece lavoro vero, con salario vero, tutele vere e rappresentanza vera.

Il rischio, allora, è duplice. Da un lato, si svaluta il lavoro, moltiplicando forme ibride, intermedie, ambigue. Dall’altro, si impoveriscono esperienze – come il volontariato o la formazione – che hanno una dignità autonoma e non dovrebbero essere piegate alla logica dello scambio economico e di mercato.

Questo non significa negare il problema della sostenibilità economica. È evidente che oggi molte attività formative o civiche richiedono tempo, energie, costi e disponibilità che non tutti possono permettersi gratuitamente. Una qualche forma di sostegno può essere necessaria per evitare che volontariato e formazione diventino esperienze riservate a chi dispone già di risorse economiche sufficienti. Ma proprio per questo diventa decisivo mantenere chiari i confini. Se è lavoro, deve essere lavoro: con contratto, salario, contributi, diritti e rappresentanza. Se è volontariato, deve restare volontariato: con la sua gratuità, la sua autonomia e la sua funzione sociale. Se è formazione, deve essere formazione: con un progetto educativo verificabile, tempi definiti e obiettivi di apprendimento reali.

Confondere queste dimensioni può sembrare una scorciatoia pragmatica. Ma alla lunga rischia di produrre un sistema nel quale tutto diventa “quasi lavoro” e, proprio per questo, il lavoro stesso perde valore e riconoscibilità.

La questione aperta dalla delibera lombarda merita dunque una discussione seria. Non per bloccare esperienze innovative di cittadinanza attiva, ma per evitare che strumenti pensati per solidarietà, formazione e partecipazione vengano progressivamente trasformati in sostituti impropri del lavoro o del welfare. Perché una società capace di distinguere tra lavoro, formazione e volontariato è anche una società che attribuisce a ciascuna di queste esperienze un valore proprio, senza piegarle tutte alla medesima logica economica.

Bollettino ADAPT 11 maggio 2026, n. 18

Michele Tiraboschi

Professore Ordinario di diritto del lavoro

Università di Modena e Reggio Emilia

X@MicheTiraboschi