Salute e lavoro: la crescita silenziosa dei certificati di malattia dei più giovani
Interventi ADAPT, Salute e sicurezza
| di Michele Tiraboschi
La crescita delle assenze dal lavoro è legata a cambiamenti demografici, organizzativi e psicologici, con un impatto crescente soprattutto sui giovani. In Europa e in Italia aumentano certificati e disturbi mentali tra gli under 30, dentro mercati del lavoro più instabili e stressanti. Il fenomeno non è solo sanitario ma anche organizzativo, e richiede politiche integrate su lavoro, salute e prevenzione per renderlo più sostenibile.
Si è già avuto modo di evidenziare su Avvenire che la significativa crescita delle assenze dal lavoro è oggi il riflesso di cambiamenti demografici, tecnologici e organizzativi che incidono sulla sostenibilità del lavoro. L’invecchiamento della popolazione attiva, l’esplosione delle malattie croniche e l’aumento dei rischi psicosociali modificano la natura stessa della relazione tra lavoro e salute (M. Tiraboschi, L’aumento dei giorni di malattia ci obbliga ad affrontare il nodo salute-produttività, 23 aprile 2026).
Come evidenziato da un recente dossier del Governo francese la questione, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non riguarda solo la popolazione lavorativa più anziana (Réduire l’absence au travail: Améliorer la prévention des arrêts de travail et renforcer la lutte contre les comportements abusifs, aprile 2026). Se già è indicativo come tra il 2019 e il 2024 le assenze dal lavoro siano cresciute in Francia del 10%, ancora più interessante – e per molti versi preoccupante – è il dato relativo alla distribuzione per età. La crescita delle assenze è infatti particolarmente evidente tra i più giovani cioè coloro che, in realtà, dovrebbero essere i più sani almeno se utilizziamo una vecchia concezione della salute come assenza di malattia. I giovani al lavoro sono sempre meno, in proporzione alla quota di lavoratori maturi, ma nel solo 2024 il 12% delle indennità giornaliere è stato assorbito da lavoratori sotto i 30 anni. Ancora più rilevante è il dato qualitativo: tra i giovani, aumenta il ricorso alle assenze per ragioni psicologiche, con circa il 22% degli under 30 che ha avuto almeno una assenza per disturbi mentali, in crescita esponenziale rispetto al periodo pre-pandemico. E proprio per questo il fenomeno è stato interpretato, da una parte della stampa francese, come un segnale generazionale: minore tolleranza alla fatica, maggiore propensione a “fermarsi” al primo segnale di stress o malessere.
Una lettura semplice, quasi intuitiva. Ma probabilmente fuorviante. I dati, infatti, confermano solo in parte questa narrazione. Anche in Italia, dove il fenomeno è meno esplosivo rispetto ad altri Paesi europei, si osserva una dinamica simile: nel primo semestre 2025 l’incremento dei certificati è stato più elevato proprio tra i giovani sotto i 29 anni (+18,3%), rispetto ai lavoratori più anziani (+12,1% tra gli over 50). E anche nella seconda parte dell’anno, come documenta l’Osservatorio Polo unico di tutela della malattia dell’INPS, il fenomeno si conferma: nel quarto trimestre 2025 l’aumento dei certificati è stato particolarmente accentuato tra i più giovani (+14,1%).
A questa dinamica per età si aggiunge la dimensione complessiva del fenomeno. Nel secondo semestre 2025 il numero totale di certificati medici ha superato i 14 milioni (+2,8% su base annua), con una netta prevalenza del settore privato (78,7%) e circa 399 mila visite fiscali, in aumento del 3,7%. Il dato aggregato resta imponente, ma soprattutto rivela una crescita che non è uniforme e che, anzi, tende a concentrarsi proprio nelle fasce più giovani della forza lavoro. Un elemento questo che complica ulteriormente la lettura. Perché se è vero che i giovani si assentano di più, è altrettanto vero che questa crescita segue logiche diverse da quelle tradizionali.
Non è solo una questione quantitativa, ma qualitativa: un segnale chiaro di un diverso rapporto con il lavoro e con la salute. La verità è che le nuove generazioni si collocano dentro un mercato del lavoro radicalmente diverso da quello delle generazioni precedenti. Più discontinuo, più incerto, più esposto a pressioni organizzative e psicologiche. E soprattutto più povero di quelle reti di protezione – organizzative, sindacali, sociali e familiari – che in passato contribuivano a cementare il rapporto tra lavoro e salute e costruire i relativi anticorpi. Non è un caso che l’aumento delle assenze sia strettamente intrecciato con la crescita dei disturbi psichici. In Italia, oltre 16 milioni di persone dichiarano oggi problemi psicologici di media o grave entità, con una incidenza particolarmente elevata tra i giovani. Ansia, depressione, affaticamento mentale non sono più fenomeni marginali, ma una componente strutturale del lavoro contemporaneo.
È qui che la lettura sociologica cambia segno. Non si tratta di giovani “meno resilienti” o “sfaticati”, ma di giovani più esposti ed emotivamente fragili. Esposti a un lavoro che ha perso progressivamente i suoi confini – tra tempo di lavoro e tempo di vita, tra presenza e disponibilità continua – e che richiede una intensità emotiva e cognitiva crescente. Esposti a una organizzazione che scarica sul singolo la gestione del rischio, della performance, persino della propria salute.
In questo senso, l’assenza per malattia diventa qualcosa di più di un evento medico: è una forma di regolazione implicita del rapporto di lavoro. Una sorta di “valvola di sfogo” individuale in assenza di strumenti collettivi. Il paradosso, ben visibile nel confronto europeo, è che questo fenomeno emerge proprio nei sistemi più avanzati dal punto di vista della tutela sociale. Il citato rapporto del Governo francese lo mostra chiaramente: la crescita delle assenze è alimentata sì da fattori demografici e sanitari, ma anche da un deciso aumento della loro durata e ciclicità.
Non tutto è spiegabile in termini medici, una parte del problema è indubbiamente legata a fattori organizzativi e al mutamento dei luoghi di lavoro. Questo vale anche per l’Italia dove il fenomeno è meno visibile di quanto evidenziato nel dibattito pubblico francese solo per l’assenza di monitoraggi pubblici continuativi e sistematici, ma segue la stessa direzione. L’assenteismo non è più soltanto il riflesso di condizioni fisiche di lavoro (infortuni, malattie professionali), ma sempre più l’espressione di un disagio diffuso: stress, burnout e perdita di senso del lavoro. La letteratura specializzata lo ha intuito da tempo: l’assenteismo è spesso il risultato di fattori psicosociali legati alla qualità del lavoro, al clima organizzativo, alle prospettive professionali. In altre parole, non è il sintomo di una devianza individuale o di cambiamenti antropologici, ma di una disfunzione sistemica anche a causa della mancanza di robusti presidi culturali, istituzionali e familiari.
E allora la domanda da porsi non è perché i giovani si assentano di più, ma perché il lavoro produce oggi più che in passato, in una epoca in cui gli ambienti di lavoro erano spesso brutali e anche insicuri per la sicurezza delle persone, condizioni di malessere che portano alla assenza. Qui il confronto con la Francia diventa illuminante. Il piano governativo francese insiste molto sul controllo, sulla riduzione degli abusi, sulla responsabilizzazione dei medici e dei lavoratori. Ma, allo stesso tempo, riconosce senza reticenze il ruolo centrale della prevenzione già dentro i contesti produttivi e di lavoro puntando a un benessere organizzazionale. Il problema non è solo “quanto” si sta a casa, ma “perché” si arriva a stare a casa.
Ed è proprio su questo punto che emergono con chiarezza alcune indicazioni di policy che dovrebbero orientare anche il dibattito italiano. La crescita delle assenze non può più essere trattata solo come una patologia da correggere: dalla gestione ex post ed emergenziale delle assenze si deve cioè alla costruzione ex ante di condizioni e contesti di lavoro sostenibili. Significa integrare politiche del lavoro, salute pubblica e organizzazione produttiva in una visione unitaria che oggi manca. In Italia questo passaggio non è ancora avvenuto e lo dimostra il ritardo dei sistemi di relazioni industriali e delle stesse politiche di welfare aziendale, oggi molto concentrate sul buono benzina e il pacco spesa, a cambiare i criteri di misurazione dell’adempimento contrattuale e della “presenza” al lavoro che oggi non è più necessariamente fisica, in un luogo cioè prestabilito dal datore di lavoro.
Nel nostro Paese la questione delle assenze continua a essere trattata come un problema amministrativo o, al più, economico. Si discute di costi, controlli e certificazioni – come dimostra l’incremento delle visite fiscali –. Ma manca una riflessione strutturale sul lavoro come fattore di salute e benessere, se non anche di felicità e appagamento personale. E manca soprattutto una politica pubblica che affronti il tema in modo integrato.
Il risultato è che il sistema scarica il peso della sostenibilità sui singoli: il lavoratore che si ammala (o si ferma), l’impresa che gestisce l’assenza, la finanza pubblica che paga. Il tutto senza una vera strategia condivisa tra Stato e parti sociali. Logica conseguenza e che a pagarne di più le conseguenze siano le persone più fragili e soprattutto i giovani alle prime esperienze di lavoro e oggi senza chiari punti di riferimento tanto nella società che nei contesti produttivi.
Forse è proprio questo il punto più importante che emerge dai dati sui giovani. Non tanto una generazione che lavora meno o che si ammala di più, ma una generazione che – di fronte al malessere – si ferma invece di adattarsi. Non è detto che questo sia un segno di debolezza. Potrebbe essere, al contrario, un segnale di cambiamento. Il segnale che il lavoro, così come è organizzato oggi, non è più sostenibile nel lungo periodo. E che la questione della salute – fisica e mentale – non può più essere trattata come un problema individuale, ma come una responsabilità collettiva. Perché la vera sfida non è ridurre quantitativamente le assenze, ma rendere il lavoro sostenibile nel tempo e adattabile alle mutevoli esigenze delle persone durante il loro intero ciclo di vita: redistribuendo rischi e responsabilità, valorizzando la prevenzione, ripristinando i presidi sociali e le reti familiari, riconoscendo la salute come fattore produttivo e non come costo. Il rischio, altrimenti, è di continuare a leggere i dati nel modo sbagliato. Scambiando un sintomo per una colpa.
Professore Ordinario di diritto del lavoro
Università di Modena e Reggio Emilia
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