Politically (in)correct – Sindacati e lavoro: il buio oltre la siepe

Bollettino ADAPT 7 giugno 2021, n. 22

 

Ormai è divenuta una questione di prestigio, anzi di puntiglio. E quindi c’è da presumere che il premier Draghi, che ha dimostrato molto senso pratico in altre occasioni, tenterà un’ulteriore mediazione con i sindacati (e la Confindustria?), magari in sede di conversione in legge del decreto Sostegni bis magari attraverso emendamenti proposti dai gruppi parlamentari – e quindi dai partiti- con parere favorevole del governo. Ma – se davvero questo sarà il risultato – si tratterrà di un’operazione che continua a ripetere l’errore del blocco dei licenziamenti irresponsabilmente commesso a marzo dello scorso anno e trascinato in pratica – in maniera più articolata – lungo tutto il 2021. La pretesa dei sindacati non ha senso: il che non significa che non debba essere accolta come tante altre cose insensate che “passa il convento” della politica in tempi grami come quelli in corso. Soprattutto non hanno un rivolo di buonsenso i motivi per cui il blocco indifferenziato dovrebbe arrivare fino all’ultimo giorno di ottobre: è già previsto così (con l’inclusione della cig da covid-19 per tutto l’anno) a beneficio dei settori che hanno maggiormente sofferto per le chiusure e le limitazioni loro imposte.

 

I settori che sono “ai nastri di partenza” dal 1° luglio hanno ripreso il lavoro (sia pure con le regole sanitarie previste) subito dopo il lockdown dei primi mesi del 2020). Inoltre, la disponibilità espressa dai sindacati a convenire sulla scadenza unificata della fine di ottobre mette in evidenza la classica “volpe sotto l’ascella” ovvero una condizionalità precisa: l’approvazione di un nuovo regime di ammortizzatori sociali, in senso universalistico (questa definizione è divenuta simbolo del “nuovo” che dovrebbe avanzare). Una riforma che potrebbe trasformarsi nell’albero di Bertoldo e quindi non essere ritenuta adeguata a sopperire al blocco. Del resto, quando si lascia nel vago ciò che si chiede, si è abilitati a ritenere che le risposte siano inadeguate e insufficienti. Inoltre, passare in un continuum rinunciatario, dal blocco dei licenziamenti alla riforma degli ammortizzatori, intesi come strumenti sostitutivi del divieto significa immaginare una forma di tutela che trasforma il legame con un posto di lavoro finto nella corresponsione in un reddito sostanzialmente assistenziale. Senza affrontare – anche con necessarie misure di transizione – la questione – irrisolta – delle politiche di lavoro attive. Neppure la Commissione europea viene presa in considerazione quando fa notare che “la misura avrebbe un effetto distorsivo sul mercato del lavoro, alterandone il suo andamento fisiologico, e creando una discrepanza tra i lavoratori a tempo indeterminato, che sarebbero avvantaggiati, rispetto ai precari, gli stagionali e gli interinali”. Un autorevole sindacalista italiano replica definendo un “errore totale” quella considerazione che trova ampia corrispondenza nei dati e in tutte le pubblicazioni ufficiali.  Da ultima in ordine di tempo la Relazione della Banca d’Italia dove è certificato:

 

“Si è contratta significativamente la componente dell’occupazione a termine (-5,7 per cento). Ciò ha avuto ripercussioni particolarmente sfavorevoli sull’occupazione dei più giovani e delle donne, spesso assunti con questa tipologia di contratto. Per evitare l’interruzione dei contratti a tempo determinato, il Governo ha sospeso per tutto l’anno il requisito della causale per la proroga o il rinnovo dei contratti a termine (introdotta dal DL 87/2018, decreto “dignità”), riducendo così i costi legati a tali contratti in una fase di debolezza della domanda e favorendo l’accesso alla CIG anche per questa tipologia di lavoratori”.

 

Già la Banca d’Italia.  Nelle Considerazioni finali il Governatore non si è pronunciato su questa problematica contingente. Ha preferito mettere tutti sull’avviso. “É certo pero che verrà meno lo stimolo, in parte artificiale, che oggi proviene da politiche macroeconomiche straordinarie ed eccezionali. Cesseranno quindi il blocco dei licenziamenti, le garanzie dello Stato sui prestiti, le moratorie sui debiti. E andrà, gradualmente ma con continuità, ridotto il fardello del debito pubblico sull’economia. Bisogna essere preparati ai cambiamenti”.

 

“Il superamento dell’emergenza sanitaria e la ripresa economica – ha aggiunto Ignazio Visco – avvieranno un recupero delle ore lavorate e dei redditi. Data la dimensione e la natura della crisi, anche per l’intensificazione dei processi di digitalizzazione e di “decarbonizzazione” (come la mettiamo con l’ex Ilva confiscata? Ndr) e oggi difficile definire i contorni del complesso di cambiamenti strutturali a cui andrà incontro il sistema produttivo”. Eppure la prospettiva è tracciata, perché non può essere altrimenti, perché un’alternativa è improponibile e insostenibile.

 

“Ma una delle principali questioni che si porranno riguarderà le condizioni per facilitare il reimpiego dei lavoratori attualmente occupati nelle attività destinate a ridimensionarsi. In questo contesto sarà necessario mantenere il sostegno a chi perde il lavoro. Andranno corrette le importanti debolezze nel disegno e nella copertura della rete di protezione sociale che permangono nonostante le riforme degli ultimi anni; la pandemia le ha rese manifeste, richiedendo l’adozione di interventi straordinari. Siamo inoltre ancora lontani dalla definizione di un moderno sistema di politiche attive, in grado di accompagnare le persone lungo tutta la vita lavorativa: in Italia un disoccupato su dieci riceve assistenza attraverso un centro per l’impiego, contro sette su dieci in Germania. Non è solo una questione di risorse stanziate, da noi comunque modeste; si tratta soprattutto – ammonisce il Governatore – di innalzare e rendere più omogenei sul territorio gli standard delle prestazioni fornite dalle diverse strutture. Occorrerà, in particolare, rafforzare la formazione interna alle aziende – ha sottolineato ancora Visco – ed elevare conoscenze e competenze, anche nell’uso delle nuove tecnologie, ancora largamente inadeguate”.

 

E a proposito del c.d. capitale umano: “Istruzione e cultura sono fondamentali per garantire una partecipazione attiva alla vita sociale ed economica, rafforzare il rispetto delle regole, promuovere il consolidamento di valori comuni. Da una formazione adeguata dipende la possibilità per le imprese di fare leva su lavoratori e dirigenti qualificati. Dalla qualità complessiva del sistema dell’istruzione e di quello della formazione dipende la possibilità di accelerare l’inserimento nel mercato del lavoro e di favorire il miglioramento delle conoscenze lungo l’intera vita lavorativa. In Italia oltre 3 milioni di giovani tra i 15 e 34 anni non sono occupati, né impegnati nel percorso di istruzione o in attività formative; si tratta di quasi un quarto del totale, la quota più elevata tra i paesi dell’Unione europea. Se ne deve tener conto nel ridefinire le priorità per lo sviluppo economico e sociale e nel dirigere l’impegno verso la costruzione di una economia davvero basata sulla conoscenza, il principale strumento a disposizione di un paese avanzato per consolidare e accrescere i livelli di benessere”.

 

Ci siamo presi il lusso di citare pedissequamente alcuni brani del discorso letto il 31 maggio (è significativo essere tornati alla data ricorrente nei decenni) dal Governatore nella sala del Palazzo con le palme di via Nazionale, per consolarci e farci reciprocamente coraggio. É importante sapere che vi sono istituzioni e persone che cercano di diradare il buio oltre la siepe.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 

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