Politically (in)correct – In memoria di Umberto Romagnoli

Bollettino ADAPT 19 dicembre 2022, n. 44

 

Per commemorare la scomparsa di Umberto Romagnoli (Inchiesta), l’ormai storica rivista di Vittorio Capecchi, ha pubblicato l’articolo (sarebbe meglio chiamarlo il breve saggio) che Romagnoli scrisse, un anno fa, per ricordare Luigi Mariucci, il giuslavorista della scuola bolognese, che era stato suo allievo e che era stato stroncato dal virus del secolo. A rileggere quello scritto si ritrova lo stile colto, ricco di sapere e di citazioni, che era una caratteristica e un pregio di Umberto, il quale non si limita ad intrattenersi, con l’affetto di un fratello maggiore, sulla personalità di Mariucci con l’obiettivo di far pervenire alle giovani generazioni “limmagine di Gigi”. In realtà, quel saggio è anche l’occasione per adempiere alla mission che Romagnoli si era dato nei suoi ultimi anni: difendere l’autonomia del diritto del lavoro, attraverso la narrazione dei profili e del pensiero dei giuslavoristi del Novecento. È questo il titolo del libro che volle pubblicare nel 2018 con l’Ediesse, la casa editrice della Cgil, la confederazione sindacale a cui si era avvicinato conferendole l’apporto del suo prestigio e autorevolezza nel campo del diritto del lavoro.

 

La pietra d’angolo de “Giuristi del Novecento” si trova nella citazione di un brano di Giovanni Tarello «Poco si comprende del funzionamento dell’organizzazione gius-politica di un’epoca e di un paese», scriveva Tarello, «se non se ne conoscono gli operatori: tra questi, principalmente i giuristi». Per questo, «una storia del diritto deve praticare il genere letterario della biografia intellettuale» dei giuristi del XX secolo, quando il diritto del lavoro ha trovato un’identità autonoma rispetto al diritto privato in connessione con le grandi trasformazioni del “secolo breve”. Infatti, scriveva Romagnoli nel suo dialogo con Mariucci, “dopo che è stato chiuso il grande confronto tra innovatori e conservatori a cavallo degli anni 60-70 del secolo scorso”, le cose si sono messe in modo che il diritto del lavoro non potesse più restare la provincia minore dell’impero del diritto privato codificato. Si era ribellato ad un’organizzazione accademica che, innalzando steccati dove invece bisognerebbe scavare canali di collegamento, attribuisce arbitrariamente primati a monoculture auto-referenziali. Però, allontanandosi dal suo territorio originario – un’insula in flumine nata, ho raccontato per decenni ai miei studenti – ha finito per situarsi in un “altrove” sconosciuto o, rectius, con un’identità che nessuno può predefinire e anzi non si cesserà mai di scrutare e indagare. Dopotutto, come ammonisce Karl Polanyi, “il lavoro è soltanto un altro nome per designare un’attività umana che si accompagna alla vita stessa, che non è prodotta per essere venduta”, e l’organizzazione del lavoro “soltanto un’altra parola per designare le forme di vita della gente comune”.

 

Romagnoli aveva vissuto direttamente i momenti in cui il diritto del lavoro aveva trovato la propria strada nell’Ateneo bolognese fino a dare vita ad una scuola d’eccellenza sotto la guida di Federico Mancini. I pionieri della materia nell’Alma Mater venivano dalla procedura civile, da quel santuario che fu lo studio di Enrico Redenti e del suo grande allievo Tito Carnacini, di cui Mancini fu assistente. Così se è vero che il diritto cammina sulle opere dei giuristi (“è ragionevole – scrive Umberto – convenire che la giurisprudenza non può fare a meno della dottrina, ma il loro dialogo non lusinga la seconda più di quanto non metta in soggezione la prima”). Così l’essere interpreti della dottrina ha come condizione primaria quella di conoscere il pensiero dei giuristi. Romagnoli in questa ricerca parte da Ludovico Barassi. Il diritto del lavoro del Novecento, infatti, è largamente influenzato – sostiene Romagnoli – dal protagonismo della contrattazione collettiva, di cui Barassi diffidava, e dall’attivismo dello Stato legislatore, che Barassi detestava. Come dire che nel diritto del lavoro del Novecento Barassi non poteva assolutamente riconoscersi se non perdonandogli la frequentazione di cattive compagnie. Modesto e schivo, Barassi non attribuirebbe a sé medesimo se non la stoffa del «pioniere», perché la vocazione a colonizzare le terre vergini nelle quali era sbarcato tamquam transfuga dal dotto e blasonato diritto civile venne stroncata dalla legificazione cingolata dei rapporti individuali e collettivi di lavoro che caratterizzò l’epoca corporativa; e difatti, durante quest’ultima, era trattato proprio così’’. Ciononostante, – proseguiva – è toccato a Barassi costruire l’identità culturale del diritto del lavoro e l’autonomia scientifica del relativo sapere specialistico attorno ad un concetto inclusivo di lavoro subordinato che – malgrado il trattamento deodorizzante a cui lo aveva sottoposto – sapeva pur sempre di petrolio, vapore di macchine, carbone, perché non ha mai cessato di rimandare all’immagine di un proletariato industriale in ascesa e alla ricerca della coscienza di sé. È toccato a lui sponsorizzare l’idea che le regole del lavoro si sarebbero a poco a poco organizzate in un sistema normativo e che tale sistema, mimando i lineamenti della civiltà industriale, avrebbe manifestato l’attitudine ad agglutinare, inglobare, omologare tutte le figure contrattuali mediante le quali avviene l’integrazione del lavoro nei processi produttivi’’.

 

Il mio incontro con le pagine scritte da Francesco Carnelutti come giurista del lavoro – ricorda Romagnoli – risale alla seconda metà degli anni Sessanta ed è proseguito nei decenni successivi. In questo arco di tempo non ho mai interrotto gli scavi per dissotterrare le radici culturali di un paradigma disciplinare – cosa assai diversa dall’andare a caccia di padri fondatori: che è una sciocchezza – e per riflettere sul presente partendo da distanze lontane. Per questo, era d’obbligo mantenere aperto il dialogo con Carnelutti, che oltretutto è il solo giurista italiano cui sia ascrivibile una permanenza nella remota provincia del diritto codificato di durata non inferiore all’insediamento barassiano. Quanto a Luigi Mengoni, Umberto scrive nel saggio: “a sua consuetudine coi problemi giuridici del lavoro si consolida rapidamente, ma la platea dei fruitori resterà a lungo di modeste dimensioni. Infatti, è soltanto a ridosso dell’entrata in vigore dello Statuto dei lavoratori che Mengoni diventa stabile interlocutore di un ceto professionale col quale in precedenza non aveva avuto se non intermittenti contatti. Come dire che la statura di Mengoni giurista del lavoro acquista visibilità nella cerchia degli operatori giuridici del settore in occasione di una particolare congiuntura che acutizza il bisogno di interventi capaci di abbassare i toni del discorso giuridico, alzandone al tempo stesso il livello di scientificità: «chi suole praticare il diritto civile», è l’impietosa denuncia che Mengoni non esiterà a sottoscrivere, «quando entra nel recinto del diritto del lavoro, stenta a trovare una bussola qualsiasi che gli consenta di distinguere cos’è il diritto e cos’è l’arbitrio».  “Giurista di razza: una razza che non potrà più riprodursi – scrive di Francesco Santoro Passarelli – se non mediante tecniche artificiali e perciò a rischio di somigliare ad una caricatura dell’originale. Maître à penser e punto di riferimento della cultura giuridica. Non solo civilistica né solo italiana”.

 

Arrivando ai grandi giuristi suoi contemporanei Romagnoli si sofferma a lungo su Federico Mancini e Gino Giugni ricordando, innanzitutto quel viaggio sulla motonave Vulcania che, da giovani li fece incontrare e divenire amici e capi di due grandi scuole di diritto del lavoro. “Gino – sono parole di Umberto – tornerà dagli States diverso da quel che era quando partì. Il fatto è che durante il viaggio per e dagli States avvenne un incontro per lui importante e, per certi aspetti, determinante. Avvenne quasi per un sortilegio, come è in virtù di un sortilegio che i viandanti di Italo Calvino sorpresi dalla notte «in mezzo a un fitto bosco» sostano in un castello, si siedono «a cena attorno a un desco illuminato da candelieri» e, con la complicità del clima conviviale, cominciano a raccontarsi storie di vita. Ma non con la parola. Poiché «la traversata del bosco era costata a ciascuno di loro la perdita della favella», si raccontavano le storie tramite «disegni su rettangoli bianchi sparpagliati sul tavolo» sparecchiato. Sia pure per un attimo, anch’io vorrei servirmi della curiosa tecnica narrativa, un po’ perché le carte – comuni carte da gioco – sono un antichissimo strumento per decifrare il destino e un po’ perché il loro disporsi e connettersi ubbidisce al caso, come è «per puro caso» che, sia all’andata che al ritorno, Gino abbia incontrato Federico Mancini sul piroscafo Vulcania. Non era sontuosa come il Rex, ma la vecchia motonave – della quale ho udito entrambi parlare con toni poco meno che fiabeschi – è stata il luogo d’origine di uno dei più singolari rapporti di amicizia che, per complessità e profondità, meriterebbe un discorso a sé stante a cui sono impreparato’’. Giuliano Amato – ricorda Umberto – ha scritto di recente che Mancini sapeva «leggere il presente in funzione del futuro» e ciò lo metteva al riparo dal rischio di averne «una visione ricalcata sul solo passato». Orbene, il destino ha voluto che proprio un intellettuale con questa rara qualità si occupasse di un settore dell’ordinamento che, alla fine degli anni Quaranta, dai più era considerato una materia grezza e plebea, regolata da pseudo-contratti e da norme d’ordine pubblico”.

 

Fino a qui il lettore avrà potuto notare la profondità della ricerca di Romagnoli sui grandi giuristi del Novecento, ma soprattutto non può non aver apprezzato lo stile e la bellezza della sua narrazione. Commemorando il mio Maestro (fu lui a seguire la mia tesi di laurea) su ADAPT, non possono non ricordare ciò che scrisse di Marco Biagi, alche lui appartenente a quella scuola gloriosa, anche trapiantato a Modena nella facoltà di Economia. “Anch’io, oggi, desidero commemorare la morte di Marco parlando della sua vita. Sono persuaso – afferma Umberto – che rievocare la sua figura nel contesto in cui egli è cresciuto sia il solo modo per reintegrarla nella sua autenticità e restituirla quanto è possibile intatta al suo ambiente. Solo così scopriremo che l’immensa ricchezza di interessi, ideali e speranze che Marco aveva, come ciascuno di noi, non si lascia riassumere e imprigionare in episodi, per quanto paradigmatici, come la partecipazione alla stesura di un programma di governo e la preparazione dell’avan-progetto di un testo legislativo che conserverà per chissà quanto tempo le caratteristiche di un work in progress”.

 

A leggere questo brano emerge una presa di distanza (comune a tanti altri colleghi di Marco) per l’opera di Biagi che ebbe inizio col Libro Bianco e con la legge che porta il suo nome. “Il diritto del lavoro era abituato più a ridistribuire la ricchezza prodotta che a produrne, ma Marco – prosegue – comincia a persuadersi che i profitti d’impresa non sono che gli investimenti di domani e saranno i posti di lavoro di dopodomani. Per questo Marco assegna la priorità all’esigenza di migliorare il contesto nel quale opera l’impresa, incoraggiandone lo sviluppo al livello di competitività più elevato possibile. Ricordo una conversazione di molto tempo fa; piacevole, come sempre. Ad un certo punto mi disse che non sarebbe mai riuscito ad esprimere ciò che pensava del persistere di certi massimalismi rivendicativi con parole più icastiche di quelle usate dal giornalista Enzo Biagi in un elzeviro del Corriere della Sera: «si può essere a sinistra di tutto tranne che del buon senso». Da un martire all’altro. Romagnoli definisce Massimo D’Antona “un giurista perbene”. E aggiunge: “Benché il requisito appartenga ad un’esigua minoranza, è confortante che essa sia in grado di autoriprodursi, malgrado tutto. Al tempo stesso, però, è desolante che sia condannata a rimanere una minoranza a rischio di estinzione, perché soltanto quelli che ne fanno parte sono giuristi perbene. Massimo D’Antona lo era. Per questo – dirà sua moglie Olga nella prima delle parsimoniose interviste rilasciate alla stampa dopo la tragedia, ed io posso garantire che è la pura verità – «i sindacati si fidavano di Massimo, il governo si fidava di Massimo, tutti si fidavano di Massimo».

 

É una citazione di Federico Mancini che dà il senso della lunga marcia del diritto del lavoro. «Quando cominciai», raccontò una volta Federico, «il diritto del lavoro era un campo di battaglia su cui si affrontavano vecchi corporativisti, giovani comunisti, liberali e cattolici. Consideravo avversari soprattutto i primi. Coi secondi, i comunisti, ritenevo che si potesse fare assieme un tratto di strada. Salvo dividerci», quando la neonata democrazia si fosse consolidata.

 

Figlio del Novecento, il diritto del lavoro – legificato, giurisprudenziale o negoziato in sede sindacale – ha fatto quel che doveva: ha omologato e livellato i trattamenti economico-normativi di cui erano artefici e garanti gli antenati dei sindacati ossia le più combattive organizzazioni della solidarietà sociale originate dal processo d’industrializzazione e le macro-strutture della produzione di massa.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

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