La rappresentanza tra tradizione e innovazione/4 – Le ragioni della rappresentanza nel pensiero di Toniolo

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Bollettino ADAPT 13 dicembre 2021, n. 44
 
Ricordare l’impossibilità di ridurre il mercato ad un’istituzione unicamente soggetta a leggi economiche è oggi particolarmente utile sia per orientarsi all’interno dei dibattiti riguardanti, ad esempio, i costi sociali connessi a determinate politiche pubbliche (pensiamo, ad esempio, ai recenti comunicati della FIM CISL riguardanti la transizione energetica nel settore automotive), ma anche per riscoprire il ruolo e il senso di quei soggetti che, più di altri, sono chiamati all’effettiva costruzione dei mercati del lavoro nella loro dimensione sia economica, che sociale: gli attori della rappresentanza. L’impossibilità di disgiungere questi due elementi (regolazione economica – costruzione sociale) e l’importanza di soggetti collettivi liberi, partecipati, propositivi è stata approfondita, tra gli altri, anche da Giuseppe Toniolo nei suoi studi dedicati al corporativismo, un fenomeno già presentato in un precedente numero di questa serie, irriducibile alla sua declinazione storica durante il periodo fascista.
 
Sono diversi i contributi in cui Toniolo affronta questi temi (tra questi si segnala Il compito economico più urgente dell’avvenire, in Rivista Internazionale di Scienze Sociali e Discipline Ausiliarie, 95, 1900, pp. 333-354) e dove viene ricordato, in particolare, il ruolo della Chiesa cattolica nella promozione del riconoscimento di una necessaria risoluzione sociale a problemi di natura economica: il mercato, cioè, non è in questa visione l’arbitro solitario delle dinamiche trasformative che abitano la società, ma deve essere “indirizzato” e regolato dalle realtà che questa società formano e animano. A questo proposito, Toniolo ricorda il ruolo di Papa Leone XIII che, nella Rerum Novarum (1891) scriveva: «Soppresse nel secolo passato le corporazioni di arti e mestieri, senza nulla sostituire in loro vece, nel tempo stesso che le istituzioni e le leggi venivano allontanandosi dallo spirito cristiano, avvenne che poco a poco gli operai rimanessero soli e indifesi in balda della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza […] A dirimere la questione operaia possono contribuire molto i capitalisti e gli operai medesimi con istituzioni ordinate a porgere opportuni soccorsi ai bisognosi e ad avvicinare e udire le due classi tra loro […]Vediamo con piacere formarsi ovunque associazioni di questo genere, sia di soli operai sia miste di operai e padroni, ed è desiderabile che crescano di numero e di operosità».
 
Toniolo trova nel magistero di Leone XIII una chiara indicazione della direzione da intraprendere per passare da una concezione di inevitabile scontro tra classi contrapposte, basata sull’impossibilità di sanare la frammentazione tra interessi distinti sul piano puramente materiale ed economico, ad un rinnovato vitalismo associativo garantito dal sorgere di istituzioni, dal basso, utili all’edificazione di luoghi di confronto e dialogo tra quelle che, secondo l’insegnamento marxista, sono classi distinte e separate, e per l’edificazione del bene comune.
 
Toniolo ritiene che il “compito” (degli intellettuali cattolici ma non solo) sia quello di una “ricomposizione organica” della società, basata non sul superamento delle inevitabili distinzioni tra gruppi sociali ma sulla nascita di forme di collaborazione tra questi, orientate ad un unico fine (e su questo solco si consumerà tutta la distanza tra il pensiero di Toniolo e l’elaborazione fascista). Il contesto nel quale si sviluppa il pensiero di Toniolo è caratterizzato da una crescente disuguaglianza tra gli stessi lavoratori. Non solo tra lavoratori subordinati e imprenditori, ma anche tra quest’ultimi e i lavoratori autonomi. Resta una separazione, quanto meno di potere e reddito, tra queste forme di lavoro e il capitale della grande impresa. Un primo oggetto di interesse per una è allora la natura stessa del contratto di lavoro: era infatti necessario bilanciare il potere delle grandi aziende manifatturiere con quello dei lavoratori.
 
In questo senso questa analisi potrebbe assomigliare a quella di Marx. Ma a differenza di quest’ultimo, che auspica e teorizza l’inevitabile scontro tra classi quale motore della storia, Toniolo indica un’altra via. Scrive infatti: «Ma frattanto in questi [i proletari, n.d.r.] si destò, ribolle e si diffonde ogni giorno più il sentimento di collettivi interessi, l’idea di propri e specifici diritti, il fascino di comuni aspirazioni, e insieme il bisogno corrispondente di un vincolo sociale fra tutti i lavoratori, il quale metta capo alla costituzione di una rappresentanza collettiva permanente, che della intera classe si faccia interprete  zelatrice, vindice, davanti alle altre classi, all’intera società ed ai pubblici poteri; e noi già ci troviamo dinanzi ad una inattesa, fervida, generale riproduzione (comunque con spirito tanto diverso) delle antiche corporazioni».
 
Le disuguaglianze e le separazioni ricordate permettono ai lavoratori (anche autonomi, piccoli artigiani) di riconoscere l’importanza di un ripensamento del sistema economico nel suo complesso, ma non nella direzione di una sua distruzione o di un suo stravolgimento, quanto piuttosto di una sua diversa regolazione e di un più giusto bilanciamento degli interessi alla luce delle esigenze sociali espresse dai lavoratori. Tale bilanciamento e tale tutela sono ancora oggi possibili solo passando dall’individuale al collettivo, dal rapporto singolo ai rapporti tra gruppi sociali. Ma chi può, concretamente, realizzare questo passaggio? Quale istituzione?
 
È allora qui che Toniolo colloca la nascita del sindacato, come tentativo non solo di controbilanciare il potere del capitale, ma anche di dare voce ad un’esigenza insita in ogni esperienza di lavoro: un’esigenza di partecipazione, di giustizia, di sviluppo comune. E in questo fatto storico l’autore ravvisa il desiderio di uscire da una concezione atomistica e individualistica della società, riscoprendo nel legame associativo e nell’opera della rappresentanza uno strumento avente finalità non esclusivamente economico ma anche e soprattutto sociale. Addirittura, arriva ad auspicare la nascita e il diffondersi di corporazioni “miste”, create cioè dalla rappresentanza sia dei lavoratori, che delle imprese. Pur realisticamente sottolineando le difficoltà a cui vanno incontro tali istituzioni (come fu evidente anche nel momento in cui furono effettivamente create, nell’ultima fase del fascismo),
 
Anche se organizzate in realtà distinte, le classi sociali hanno infatti un imprescindibile bisogno di rappresentanza. Ponendo infatti come primo obiettivo quello dell’edificazione del bene comune, l’autore veneto sostiene che questo fine è raggiungibile solo se quelli che, affrontati singolarmente, sembrano interessi ontologicamente contrapposti vengono sussunti ad un livello superiore – dall’individuale al collettivo – e a questo livello affrontati con l’obiettivo di una leale collaborazione tra le parti al fine di raggiungere non tanto un equilibrio tra le forze in gioco, ma soprattutto dare nuova linfa vitale allo stesso essere sociale.
 
La rappresentanza emerge come un attore cruciale non solo per la risoluzione di problemi economici, ma per l’edificazione di un ordine economico e sociale. È in questa concezione del pensiero di Toniolo che riecheggia la sua (positiva) valutazione dell’esperienza corporativa premoderna, quale luogo non solo di ricomposizione del conflitto, ma di dispiegamento delle forze sociali nella costruzione di un sistema economico attento, prima di tutto, alle necessità del vivere comune.
 
Toniolo saluta quindi con favore l’esperienza sindacale non solo perché dà ai lavoratori un “corpo” capace di contrapporsi al potere del capitale, ma anche e soprattutto perché li abilita ad una partecipazione attiva, propositiva e costruttiva alla regolazione dell’ordine sociale. La rappresentanza è quindi elemento imprescindibile per una società “organica”, basata sull’intreccio tra interessi pure distinti e non abitata da conflitti, per loro natura, insanabili. Non si tratta di superare, dialetticamente, il negativo in una sintesi superiore, come farà invece il fascismo, ma di riconoscere nello scontro e nelle differenze che inevitabilmente permangono un elemento costitutivo l’essere sociale, da valorizzare a partire dalla promozione di una rappresentanza capace di dare corpo, volto e voce a tutte le realtà che, dal basso, animano la vita comune.

 

Matteo Colombo

ADAPT Senior Research Fellow
@colombo_mat

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