Intelligenza artificiale e relazioni industriali: verso una nuova divisione (sociale e tecnica) del lavoro?
Interventi ADAPT, Mercato del lavoro, Relazioni industriali
| di Michele Tiraboschi
La transizione da Industria 4.0 all’intelligenza artificiale mostra un limite ricorrente: l’innovazione viene spinta sul piano tecnologico, ma non su quello delle competenze e delle istituzioni del lavoro. Il vero nodo non è l’automazione dei posti, ma la definizione e il riconoscimento delle nuove professionalità. Senza un adeguato aggiornamento dei sistemi di classificazione e delle relazioni industriali, il cambiamento rischia di restare incompiuto e squilibrato.
Per impostare correttamente il dibattito sull’impatto della intelligenza artificiale nel nostro mercato del lavoro può essere forse utile richiamare la parabola del Piano nazionale Industria 4.0 interpretato, dai più, come una politica di incentivazione degli investimenti in tecnologie abilitanti e innovazione (contra: M. Tiraboschi, F. Seghezzi, Il Piano nazionale Industria 4.0: una lettura lavoristica, in Labour & Law Issues, 2016, pp. 1-41).
A distanza di quasi dieci anni, il bilancio di quella stagione appare tuttavia incompleto e in parte deficitario. La “rivoluzione” promessa è avanzata sul terreno delle macchine, dei software e degli incentivi agli investimenti. Molto meno sul terreno delle competenze abilitanti, della formazione continua, della certificazione delle competenze, del raccordo tra sistemi educativi e sistema produttivo e, più in generale, delle istituzioni chiamate a governare i cambiamenti del lavoro.
La stessa vicenda si sta ora ripentendo con l’intelligenza artificiale dove un vero e proprio piano nazionale di azione non è stato neppure pensato. Eppure, non pochi studi confermano che, anche in questo caso, la questione non è (solo) tecnologica, ma dipenderà largamente dalla capacità di costruire, aggiornare e valorizzare le competenze richieste dai nuovi processi produttivi(F. Jaumotte, J. Kim, D. Koll, E.Z. Li, L. Li, G. Melina, A. Song, M.M. Tavares, Bridging Skill Gaps for the Future: New Jobs Creation in the AI Age, Fondo Monetario Internazionale, 2026). Il problema non è che mancano lavoratori o che si distruggeranno posti di lavoro e che altri ne stanno nascendo e ne nasceranno in futuro. Il problema veri è che sta cambiando l’intera struttura del valore del lavoro senza che ancora qualcuno si sia fatto carico di governare la transizione.
La questione non è solo legata alla formazione e al nodo storico del nostro Paese delle politiche attive. Le competenze non sono infatti un dato puramente tecnico, non hanno cioè un valore naturale o intrinseco. Esse acquisiscono rilevanza economica e riconoscimento giuridico soltanto all’interno di processi sociali che ne definiscono contenuti, valore di mercato, percorsi di formazione, modalità di certificazione e sistemi di remunerazione.
È precisamente da questa prospettiva che l’intelligenza artificiale può essere letta come una sfida che investe prima di tutto, come avvenuto ad ogni rivoluzione industriale, la divisione sociale e tecnica del lavoro.
La questione decisiva non è insomma, semplicemente e semplicisticamente, quali attività saranno automatizzate o quali nuove competenze saranno richieste. La vera questione è chi definirà le nuove professionalità, come esse verranno riconosciute, classificate, inquadrate e remunerate e attraverso quali istituzioni verrà governata la redistribuzione del valore generato dalla trasformazione tecnologica.
Si tratta di una questione che rinvia a un tema classico delle relazioni industriali e che il dibattito contemporaneo su IA e lavoro tende invece a trascurare perché, oltre al facile slogan “contrattare l’algoritmo”, si pone una ben più complessa e decisiva questione legata alla costruzione sociale del lavoro.
La storia delle relazioni industriali insegna che ciò che viene scambiato nel mercato del lavoro non è mai un semplice insieme di competenze tecniche. Le competenze diventano lavoro economicamente rilevante solo quando vengono aggregate in profili professionali, inserite in sistemi di classificazione, ricondotte a determinate declaratorie contrattuali e associate a un preciso valore economico e sociale.
L’errore più frequente consiste nel considerare i sistemi di classificazione come semplici strumenti tecnici di inquadramento contrattuale destinati a regolare la mobilità professionale o a determinare il corretto trattamento economico del lavoratore. In realtà essi rappresentano qualcosa di molto più profondo: la traduzione giuridica e istituzionale di una determinata divisione sociale e tecnica del lavoro (vedi M. Tiraboschi,I sistemi di classificazione e inquadramento del lavoro oggi: una prospettiva di diritto delle relazioni industriali, in Diritto delle Relazioni Industriali, 2024, pp. 1093-1146).
Lo stesso Fondo Monetario Internazionale, quando afferma che il vero collo di bottiglia della trasformazione tecnologica è rappresentato dalla difficoltà di costruire e diffondere nuove competenze, finisce inconsapevolmente per riportare al centro una questione che appartiene da sempre al campo delle relazioni industriali.Non è infatti sufficiente formare più lavoratori. Occorre prima decidere quali competenze hanno valore nella nuova economia, quali meritano di essere sviluppate, come certificarle, come renderle riconoscibili sul mercato del lavoro e come remunerarle.
Il problema non è dunque soltanto educativo o formativo ma istituzionale. La costruzione delle professionalità non avviene a scuola ma nei mercati del lavoro, nei percorsi dell’alternanza formativa, nelle filiere produttive e, dunque, nei sistemi di relazioni industriali. È qui che emergono i nuovi mestieri, è qui che si ridefiniscono i contenuti delle professioni esistenti ed è qui che si determinano i fabbisogni professionali. Se cambiano le competenze richieste dai processi produttivi, devono necessariamente cambiare anche i profili professionali, le declaratorie contrattuali, i sistemi di classificazione e inquadramento, i percorsi di carriera e i sistemi retributivi. In caso contrario il rischio è quello di assistere a una crescente distanza tra organizzazione reale del lavoro e istituzioni chiamate a governarla contribuendo ancora di più a separare scuola e imprese.
È esattamente questa distanza che, in parte, ha caratterizzato la stagione di Industria 4.0. Ed è la stessa distanza che oggi rischia di riproporsi, in forme ancora più accentuate, con l’intelligenza artificiale.
Bollettino ADAPT 22 giugno 2026, n. 24
Professore Ordinario di diritto del lavoro
Università di Modena e Reggio Emilia
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