Bonus Letta e il fallimento di Garanzia Giovani

La Garanzia giovani stenta a decollare. A distanza di 5 mesi dall’attivazione del piano diversi osservatori iniziano a notare e denunciare le criticità che emergono dai monitoraggi settimanali diffusi dal Ministero del lavoro.

 

Preoccupa soprattutto il gran numero di giovani iscritti al piano ma non ancora contattati dai servizi per l’impiego e preoccupa il fatto che nulla si sa degli esiti dei primi colloqui. C’è però un aspetto di Garanzia giovani che è poco analizzato ma che, a ben vedere, è il nodo principale che questi primi mesi di avvio del piano stanno smascherando. Per affrontarlo dobbiamo ricordare un precedente: il bonus Letta-Giovannini, istituito dalla legge n. 78, 2013 aveva l’obiettivo di concedere incentivi alle imprese che assumevano giovani.

 

Il governo aveva previsto l’assunzione di 100mila giovani ma a distanza di un anno queste non superavano le 23mila unità. Se si confrontano i bonus Letta e Garanzia giovani per le imprese si scopre che il secondo è molto meno vantaggioso, con una media di 3.000 euro per impresa rispetto agli oltre 11.000 del primo. Secondo il decreto che lo istituisce il bonus di Garanzia giovani non è inoltre cumulabile con ulteriori sgravi. Queste considerazione fanno prospettare un fallimento per il bonus, che non è in alcun modo competitivo rispetto al bonus Letta, attivo ancora fino al 30 giugno 2015.

 

Questa ampia premessa è necessaria per cogliere quello che secondo noi è la sfida centrale lanciata all’Italia da Garanzia giovani e che, in questo momento, stiamo perdendo: un vero funzionamento delle politiche attive del lavoro. La vicenda del fallimento del bonus Letta ci insegna infatti che, anche quando gli incentivi sono elevati, questi non generano automaticamente occupazione. Immaginiamoci quando sono poco competitivi come quello prevista dal nuovo piano europeo.

Una impresa ha bisogno in primo luogo di poter individuare la figura professionale di cui ha bisogno, solo in secondo luogo avrà la motivazione per assumere, utilizzando anche gli incentivi disponibili. Quello che manca dunque è un sistema di incontro tra domanda e offerta di lavoro. Ed è proprio questo il nodo che, secondo la raccomandazione europea che istituisce il piano, Garanzia giovani dovrebbe aiutare a risolvere.

 

La grande trasformazione del lavoro contemporaneo vede ogni giorno la nascita di nuove professioni e la scomparsa di altre, sono necessarie sempre nuove competenze, a partire da quelle digitali. Per questo è difficile per una azienda individuare queste professionalità, che in alcuni casi vanno proprio costruite insieme al lavoratore e al mondo della scuola. Il ruolo dei servizi per l’impiego, e in particolare delle Agenzie per il lavoro, non dovrebbe quindi essere quello del mero somministratore di lavoro ma di incontro concreto tra domanda e offerta in un mercato del lavoro in continua evoluzione.

 

Questo implica una forte professionalità per cogliere quali sono queste nuove figure richieste dal mercato e indirizzare i giovani usciti da un percorso formativo lungo la strada giusta, costruendo un profilo competitivo per il mondo in cui vivono. L’attuazione italiana di Garanzia giovani si è invece realizzata al momento solo in superficie, attraverso spot promozionali, lanci mediatici che non hanno nessuna fondamenta nel sistema delle politiche attive italiane.

 

Questo genera in primo luogo il fatto che un sistema, fortemente incentrato sul ruolo di intermediazione da parte dei Centri pubblici per l’impiego non sia assolutamente in grado di accogliere le domande dei pur pochi iscritti a Garanzia giovani. Non crediamo che non vi sia la volontà di contattare questi ragazzi, ma che non ci siano le competenze per saper gestire in modo efficiente i circa 250mila giovani iscritti fino a questo momento.

 

Ma in secondo luogo, è ben più grave che anche qualora venissero contattati e “profilati” dai centri per l’impiego, questi giovani non riescono oggi, nella maggior parte delle regioni italiane, a trovare veramente una garanzia. I numeri parlano chiaro: i Cpi intermediano circa il 2% del lavoro in Italia, e Garanzia giovani si basa su di loro, e sulle Agenzia per il lavoro laddove accreditate, per garantire occupabilità ai giovani.

 

Questa doveva essere, agli occhi di chi ha istituito il piano, per un cambiamento radicale dei servizi per l’impiego, in modo che essi possano veramente essere facilitatori dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro. In Italia si è scelto, fino ad ora, di non cogliere questa sfida ma di innestare il piano su un sistema che, tranne in alcune regioni virtuose, non funziona. Sarebbe grave perdere questa occasione, per questo bisogna augurarci che durante la stesura dei decreti delegati del Jobs Act l’attenzione si concentri meno su problemi marginali, e più sulla centralità della persona all’interno del mercato del lavoro che cambia. Questo passa, oggi, da un serio rinnovamento delle politiche attive del lavoro.

 

Francesco Seghezzi

Scuola internazionale di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

ADAPT-CQIA, Università degli Studi di Bergamo

@francescoseghez

 

Michele Tiraboschi

Coordinatore scientifico ADAPT

@Michele_ADAPT

 

* Il presente articolo è pubblicato anche in Corriere della Sera, La Nuvola del lavoro, 14 ottobre 2014.

 

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