A volte ritornano: il Jobs Act tra contenuto tecnico e discorso politico. Brevi considerazioni a proposito delle dichiarazioni di Enrico Letta

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Bollettino ADAPT 12 settembre 2022, n. 30

 

Liquidare come una boutade da campagna elettorale la dichiarazione del segretario del PD Enrico Letta, che ha invocato il “superamento” del Jobs Act, significa perdere l’occasione per riflettere su un vizio ricorrente della politica italiana. Che va oltre la tendenza generalizzata alla demagogia e riguarda la più profonda difficoltà, almeno nel campo del lavoro, a declinare nel discorso pubblico la spinta ideale dei valori rispetto a una osservazione metodica delle realtà. 

 

È vero che la riforma, identificata dall’accattivante anglicismo renziano, era articolata e consisteva in almeno dodici interventi tra loro coordinati: il c.d. Decreto Poletti, principalmente in materia di lavoro a termine, gli otto decreti delegati su altrettante diverse materie, il generoso sgravio contributivo per le assunzioni a tempo indeterminato, il Jobs Act dei lavoratori autonomi e l’introduzione del cosiddetto lavoro agile. È altresì vero che l’impianto della riforma è stato ormai modificato in maniera significativa su più punti da interventi normativi successivi e da significative pronunce della Corte Costituzionale. Per queste ragioni, come ha avuto modo di commentare Pietro Ichino, la dichiarazione di Enrico Letta risulta generica ed imprecisa, quantomeno se la si considera dal punto di vista meramente tecnico. 
 

Sarebbe tuttavia un errore limitarsi a questa lettura da addetti ai lavori perché quella di Enrico Letta è una dichiarazione essenzialmente politica e il suo punto centrale è quello relativo al posizionamento del suo partito rispetto ai delicati temi del lavoro. Un tema certamente non nuovo, per il PD, che da tempo si interroga su come governare le trasformazioni del lavoro e che pare intrappolato dentro una contrapposizione, invero fittizia, tra la creazione di occupazione, quale essa sia, e la tutela del lavoro in termini anche qualitativi (vedi F. Nespoli, Ma cos’è il Jobs Act? Cos’è la sinistra? in Bollettino ADAPT n. 42/2016).

 

E qui il posizionamento di Enrico Letta non ha nulla di sorprendente e, anzi, ha una sua logica e coerenza se è vero che al superamento dell’articolo 18 non ha poi mai fatto seguito la generalizzazione di efficienti politiche del lavoro in grado di garantire quella rete di tutele sul mercato del lavoro che era il cuore delle politiche di flexicurity e dell’abbandono del principio di stabilità del posto di lavoro.

 

D’altronde Letta stesso ha successivamente precisato che «oggi nessun leader minimamente lucido rispolvererebbe la flexsecurity. […] Io su quella infatuazione pseudo riformista ho fatto autocritica quattro anni fa».
 

Se le cose stanno così allora la vera domanda da porre tanto a Letta quanto ai residui sostenitori del Jobs Act dovrebbe essere un’altra e cioè quanto pesa oggi, nel giudizio sulla legge, la conclamata assenza delle politiche attive e di ricollocazione? Il che implicherebbe una seria valutazione degli obiettivi e dei successivi effetti della riforma nella sua applicazione pratica, nonché il vero punto dolente delle politiche del lavoro in Italia dove si discute e litiga molto in sede di formulazione della legge senza poi mai cercare di sviluppare una valutazione di impatto ex post. Lo dimostra il silenzio – decisamente fragoroso per chi si occupa dei temi del lavoro – sulla legge Treu, entrata in vigore esattamente venticinque anni fa e che tuttavia, seppure possa essere simbolicamente identificata come prima tappa del processo di modernizzazione del diritto del lavoro italiano, ancora aspetta una valutazione oggettiva di impatto che collochi il giudizio su di essa oltre il semplicistico binario flessibilità versus precarietà (vedi M. Tiraboschi, S. Spattini,  La «legge Treu» venticinque anni dopo: un percorso di letture per riflettere sul presente, Bollettino speciale ADAPT n. 3/2022).

 

Eppure, per valutare la posizione di Enrico Letta e della sinistra italiana, le domande da farsi passano da qui, da un serio monitoraggio di una legge che, nella comunicazione e nella opinione pubblica (lavoratori in primis), pare aver fallito nella promessa di costruire un nuovo paradigma di tutela del lavoro. In altri termini, con il Jobs Act è stata creata nuova occupazione? Si è trattato di una occupazione di qualità? Cosa ha rallentato le tanto attese (e promesse) politiche attive del lavoro come nuovo articolo 18 a tutela di chi perde il lavoro? Il contratto di ricollocazione ha funzionato? E il nuovo apprendistato? Infine, l’ANPAL, su cui si è giocata una grossa parte della riforma, che ruolo ha svolto in questi sei anni e quale contributo concreto ha dato al funzionamento del mercato del lavoro italiano?

 

Tutte domande senza risposta che lasciano ampio spazio alla demagogia e al massimalismo, dove ogni posizione è politicamente legittima perché mai smentita dai fatti di cui nessuno si occupa. Anche per questo il segretario del Partito democratico ha preferito rifugiarsi nel dogma della tutela per contratto, glissando totalmente sulle trasformazioni odierne del mercato del lavoro che invece richiederebbero di aprire orizzonti di riflessione su una più ampia concezione di tutela, ossia quella della persona nel mercato del lavoro indipendentemente dal suo status contrattuale. 

 

E così, anche in queste ore, abbiamo semplicemente avuto conferma di cosa siano le riforme del lavoro in Italia e del perché se ne susseguano in continuazione da venticinque anni a questa parte senza che la situazione migliori in modo significativo per lavoratori e imprese. La verità è che le leggi del lavoro appaio come bandiere, vuoti simulacri usati dalla politica unicamente per distinguere amici e nemici, non certo per rispondere ai bisogni delle persone. Potenti clave per un dibattito pubblico ottuso e litigioso che resta sistematicamente vuoto di contenuti. Prima con la legge Treu e la Biagi, ora col Jobs Act, domani con una nuova e attesa riforma del lavoro che lascerà ancora una volta tutti delusi e sempre meno fiduciosi sulla credibilità e autorevolezza di una politica che, sui temi del lavoro, procede a colpi di vuoti slogan incapaci come tali di incidere sulla realtà (vedi F. Nespoli, Fondata sul lavoro. La comunicazione politica e sindacale del lavoro che cambia, ADAPT University Press, 2018).

 

Francesco Nespoli

Assegnista di ricerca
Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

@Franznespoli

 

Michele Tiraboschi

Ordinario di diritto del lavoro,

Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

@MicheTiraboschi 

A volte ritornano: il Jobs Act tra contenuto tecnico e discorso politico. Brevi considerazioni a proposito delle dichiarazioni di Enrico Letta