Quale autunno caldo? Le categorie che non spiegano più la piazza

Interventi ADAPT, Relazioni industriali

| di Francesco Nespoli

Il paragone con l’autunno caldo del 1969 suggerisce una nuova saldatura tra studenti e lavoratori. Ma chi rappresenta oggi il mondo del lavoro? E quali rivendicazioni si incontrano davvero nelle piazze? Le mobilitazioni di questo autunno interrogano le categorie tradizionali del conflitto sociale, tra frammentazione, crisi della rappresentanza e ricerca di nuovi protagonisti collettivi.

Il Manifesto di venerdì 30 ottobre introduceva così l’analisi di Donatella Della Porta («Dove può arrivare questo autunno caldo») sugli attuali movimenti di piazza nel nostro Paese: «Come nell’autunno caldo del 1969, anche oggi le proteste degli studenti si sono intrecciate con un ritorno di centralità delle mobilitazione dei lavoratori, attraverso i loro sindacati, ma anche altre forme organizzative». La sintesi non corrisponde esattamente al senso complessivo dell’analisi svolta nell’articolo, dove la sociologa descrive le dinamiche attuali in maniera più puntuale. Tuttavia si tratta di una semplificazione che ben esemplifica una tentazione corrente e ricorrente dei media in frangenti sociali di protesta collettiva verso il governo di turno, ossia quella di leggere quanto succede oggi con le categorie dell’autunno caldo del 1969. 

Se studenti e lavoratori si sono nuovamente saldati in un grande movimento di protesta, come si spiega che allo sciopero generale e alle manifestazioni di oggi, 30 ottobre, non abbia aderito neppure una delle grandi confederazioni sindacali? E neppure una delle federazioni di categoria che quotidianamente rappresentano i lavoratori nei luoghi di lavoro, negoziano e sottoscrivono i contratti collettivi nazionali che coprono la stragrande maggioranza dei lavoratori italiani?

Nel 1969 l’intreccio tra mobilitazione studentesca e conflitto operaio aveva alle spalle proprio una straordinaria stagione di protagonismo dei lavoratori nelle fabbriche, nelle organizzazioni sindacali e nella contrattazione collettiva. Non si trattava semplicemente di studenti e lavoratori che manifestavano contemporaneamente, né della presenza di alcune sigle sindacali all’interno di una mobilitazione più ampia. Benché fosse evidente il protagonismo di alcune categorie, in particolare dei metalmeccanici e dei chimici, le rivendicazioni avanzate dai lavoratori nell’autunno caldo del 1969 avevano un carattere largamente trasversale ai settori produttivi e alle singole aziende. Si chiedevano aumenti salariali uguali per tutti, la riduzione dell’orario di lavoro, un maggiore controllo sui ritmi e sui carichi di lavoro, migliori condizioni di salute e sicurezza nelle fabbriche. Rivendicazioni che contribuirono a creare il clima politico e sociale nel quale maturò lo Statuto dei lavoratori del 1970. E soprattutto erano battaglie nelle quali le organizzazioni sindacali confederali svolsero un ruolo decisivo: nel settore metalmeccanico, Fiom, Fim e Uilm agirono unitariamente, mentre sul piano nazionale Cgil, Cisl e Uil accompagnarono e sostennero una stagione di crescente unità d’azione.

Oggi, invece, come osserva la stessa Della Porta, quello che si osserva è soprattutto «un’ondata transnazionale di proteste, innescata dalle manifestazioni studentesche [..]. Insegnanti e genitori si sono uniti alle proteste e così hanno fatto femministe, ambientalisti, pacifisti, migranti».

In un precedente intervento sul Bollettino ADAPT ho provato a suggerire una lettura almeno in parte rovesciata: non sono tanto i lavoratori che tornano a mobilitarsi insieme agli studenti, quanto la Cgil, il più grande sindacato confederale italiano, che cerca nuovamente una saldatura con il mondo studentesco e con i movimenti sociali, peraltro in sostanziale concorrenza con l’USB (come ha osservato anche Alberto Orioli, «I giovani seguono l’Usb. È il marketing sindacale», Quotidiano Nazionale, 1° novembre 2026). 

Oltre al fatto che la Cgil, non è tutto il sindacato, il problema è ancora più profondo e riguarda le categorie stesse con cui descriviamo ciò che accade. Chi sono, innanzitutto, questi lavoratori? E quali sarebbero le rivendicazioni che portano in piazza?

Ci sono i lavoratori dell’ex Ilva di Taranto, che proprio oggi si trovano davanti all’ennesimo drammatico capitolo di una vicenda industriale nella quale il diritto alla salute, la continuità produttiva e la tutela dell’occupazione continuano a essere affrontati senza una soluzione capace di tenerli insieme? Ci sono i lavoratori delle tante aziende coinvolte nelle crisi industriali del Paese? Ci sono quelli che attendono da tempo il rinnovo del proprio contratto collettivo?

Queste rivendicazioni esistono, e vengono avanzate ogni giorno, spesso attraverso vertenze, assemblee, scioperi aziendali e territoriali, iniziative sindacali che raramente conquistano l’attenzione dei grandi mezzi di informazione.

Non è dunque affatto evidente che la piazza di oggi rappresenti una sintesi di queste esperienze. Né che la molteplicità dei conflitti che attraversano il mondo del lavoro trovi in essa una propria espressione unitaria come successo durante l’Autunno caldo.

Si dirà che è la dimostrazione della crisi di rappresentanza dei partiti e dei sindacati tradizionali. Che queste organizzazioni non rappresentano più “il popolo” e che nuove forme di partecipazione stanno prendendo il loro posto.

Ma, di nuovo, quale popolo? E quali lavoratori?. La società del lavoro del 2026 non è quella delle grandi concentrazioni operaie del 1969. La frammentazione postindustriale ha moltiplicato condizioni contrattuali, professionali, produttive e sociali. Una parte crescente del lavoro a basso salario si concentra nei servizi, nella logistica, nella distribuzione, nella cura. Accanto al lavoro dipendente convivono forme di occupazione autonome, ibride.

La distanza tra i movimenti e le organizzazioni istituzionali potrebbe essere una manifestazione di questa frammentazione, ma non certo la prova che una nuova coscienza unitaria abbia sostituito quella precedente.

Si potrebbe obiettare che la presenza dell’Usb, promotrice dello sciopero generale, sia proprio la prova della partecipazione del lavoro organizzato. Ma anche qui sarebbe necessario interrogarsi sul significato delle parole.

Quanto rappresenta l’Usb nel complesso del mondo del lavoro italiano? E soprattutto, quanto della mobilitazione odierna è effettivamente riconducibile alla sua capacità di organizzazione sindacale? Non è forse possibile che l’Usb, in quanto una delle organizzazioni più strutturate tra quelle coinvolte, sia riuscita soprattutto a imprimere la propria etichetta a una mobilitazione ben più ampia, eterogenea e difficilmente riconducibile a un unico soggetto?

Non si tratta di negare il ruolo organizzativo del sindacalismo di base in crescita, tantomeno di ridimensionare l’importanza delle manifestazioni. Si tratta, più semplicemente, di distinguere tra chi promuove formalmente uno sciopero, chi contribuisce materialmente a organizzare i cortei e chi, per ragioni anche molto diverse, decide di scendere in piazza. E per stabilire quali siano davvero i rapporti tra questi soggetti occorrerebbe studiare le dinamiche organizzative della mobilitazione: le reti che l’hanno costruita, i processi di adesione, i legami tra le diverse componenti. Un lavoro che si potrà fare seriamente soltanto a posteriori.

Eppure il bisogno di attribuire un’etichetta a ciò che accade sembra irresistibile.Si parla della «piazza dell’Usb», come se l’identità di un fenomeno di mobilitazione coincidesse necessariamente con quella dell’organizzazione che ne ha assunto la convocazione. Si cercano leader, registi, ispiratori, figure capaci di riassumere e spiegare un processo collettivo.

In questo senso è significativo anche l’accanimento attorno alla figura di Youssef, trattato quasi fosse il deus ex machina di interi movimenti sociali. Come se un trentenne, peraltro “arrivato in ritardo”, potesse davvero spiegare da solo l’origine, le ragioni e la capacità di mobilitazione di una galassia tanto composita.

È una semplificazione rassicurante. Ma chi scende in piazza può farlo in quanto appartenente a un’organizzazione, a un’associazione, a un collettivo, a una rete informale. Oppure può partecipare senza alcuna appartenenza stabile. 

Del resto, anche il rapporto con la politica istituzionale conferma questa difficoltà. I leader del cosiddetto campo largo non hanno partecipato ai cortei, pur garantendo la presenza di parlamentari e delegazioni. 

Tutto questo non implica affatto minimizzare quello che sta accadendo. Al contrario, potrebbe significare prenderlo molto più sul serio, perché la caratteristica più interessante delle mobilitazioni di questo autunno potrebbe essere proprio la loro natura magmatica, la difficoltà di ricondurle alle categorie attraverso le quali siamo abituati a interpretare il conflitto sociale. 

Meglio allora accettare che proprio le difficoltà nel definire questi soggetti siano parte integrante del fenomeno che vorremmo spiegare. E per farlo, sarebbe preferibile rinunciare alle analogie immediate, e alla ricerca a tutti i costi di un regista.

Bollettino ADAPT 2 novembre 2026, n. 39

Francesco Nespoli

Ricercatore Università LUMSA, ADAPT Research Fellow

X@franznespoli