Chi decide i mestieri dell’intelligenza artificiale? *
Interventi ADAPT, Mercato del lavoro
| di Michele Tiraboschi
La nuova norma UNI sulle professioni dell’intelligenza artificiale apre una questione che va oltre la tecnica: chi definirà i mestieri del futuro? Tra standard, certificazioni e trasformazioni digitali, il rischio è che la costruzione delle professionalità sfugga alla contrattazione collettiva e alla rappresentanza sociale. Un’analisi sul rapporto tra AI, lavoro, relazioni industriali e valore sociale delle competenze.
La recente pubblicazione della norma tecnica UNI (11621-8:2026), che definisce i profili professionali dell’intelligenza artificiale, è certamente una notizia importante. Per la prima volta si prova a dare un ordine, almeno sul piano nazionale, a mestieri nuovi, in rapida trasformazione, spesso evocati con formule suggestive, ma ancora difficili da collocare nei mercati del lavoro e prima ancora nei percorsi formativi.
In apparenza è una buona notizia. L’intelligenza artificiale entra ormai in ogni settore produttivo e amministrativo. Servono competenze riconoscibili, percorsi di formazione credibili, strumenti per orientare imprese, lavoratori, scuole e università. In un mercato del lavoro confuso, uno standard e una certificazione può in effetti aiutare a fare chiarezza.
Ma fermarsi qui sarebbe un commento parziale. Perché la vera questione non è soltanto tecnica. È sociale, sindacale, politica. Chi decide che cosa sono i mestieri dell’intelligenza artificiale? Chi stabilisce quali competenze contano, quale valore di mercato hanno, quale collocazione devono assumere nelle organizzazioni, nei contratti e nella stessa società? Chi trasforma una competenza tecnica in una identità professionale riconosciuta?
Storicamente questa funzione non apparteneva ai tecnici della normazione, né alla burocrazia amministrativa che oggi ha persino edificato un Atlante dei mestieri. Era il cuore pulsante della contrattazione collettiva. I contratti nazionali non servono soltanto a fissare minimi salariali, ferie, orari o indennità. La loro funzione più profonda è costruire socialmente il lavoro: classificare i mestieri, collocarli in scale professionali, attribuire loro un valore economico e giuridico, riconoscere una dignità dentro una comunità produttiva.
È qui che si misura la forza di un sistema di relazioni industriali. Non nella capacità di inseguire, a valle, le trasformazioni tecnologiche, ma nella capacità di governarle mentre prendono forma. Un mestiere non è mai soltanto un elenco di competenze tecniche o un insieme di mansioni e compiti. È un ruolo sociale. È una posizione dentro una organizzazione. È un pezzo di identità della persona che lavora. È anche un criterio di distribuzione del valore prodotto.
Per questo la nuova norma UNI sull’intelligenza artificiale pone un problema serio. Non perché gli standard tecnici siano inutili. Al contrario: possono essere strumenti preziosi, soprattutto in settori nuovi, complessi, internazionalizzati. Il punto è un altro. Se questi standard nascono e si consolidano fuori dal circuito della rappresentanza sociale, rischiano di sostituirsi alla contrattazione collettiva proprio nel suo nucleo più delicato: la definizione dei mestieri.
È un processo che non nasce oggi. Da anni, accanto ai contratti collettivi, crescono repertori pubblici, atlanti delle qualificazioni, norme tecniche, certificazioni delle competenze. L’intenzione dichiarata è condivisibile: rendere leggibili e trasferibili le competenze delle persone, accompagnare le transizioni lavorative, favorire l’occupabilità. Ma il risultato è spesso un sistema parallelo, popolato da linguaggi tecnici, procedure amministrative, standard astratti, che fatica a comunicare con la vita reale delle imprese e con le classificazioni dei contratti collettivi.
Il rischio è evidente: la professionalità viene scomposta in competenze certificabili, ma perde il suo radicamento sociale. Il lavoratore viene descritto come portatore di abilità spendibili sul mercato, ma non come parte di una comunità professionale. Il mestiere viene ridotto a profilo tecnico, mentre scompare la domanda decisiva: quale valore sociale riconosciamo a quel lavoro oltre il mero valore di mercato e di scambio?
Qui si vede la fragilità attuale della rappresentanza. Mentre si discute molto di crisi della contrattazione collettiva, di difficoltà dei sindacati a intercettare il lavoro che cambia, di nuove professioni e di transizione digitale, si lascia che altri soggetti occupino un terreno storicamente elettivo della rappresentanza. La normazione tecnica, l’amministrazione pubblica, i repertori delle competenze, le piattaforme informative stanno progressivamente entrando nello spazio che un tempo era presidiato dalla contrattazione collettiva.
Non è una colpa dei tecnici. È piuttosto una responsabilità delle parti sociali.
Se sindacati e organizzazioni datoriali non aggiornano i sistemi di classificazione e inquadramento, se non presidiano la costruzione dei nuovi mestieri, se non collegano contratti collettivi, formazione, apprendistato, fondi interprofessionali e certificazione delle competenze, altri lo faranno al loro posto. E lo faranno con una logica diversa: non quella della mediazione sociale, ma quella della standardizzazione tecnica o della funzionalità economica.
Questo vale ancora di più per l’intelligenza artificiale. Le professioni dell’AI non riguardano soltanto ingegneri, programmatori o data scientist. Interrogano il modo in cui cambiano tutte le professioni: il medico, l’insegnante, l’impiegato, l’operaio specializzato, il consulente, il giornalista, l’addetto ai servizi. L’intelligenza artificiale non crea solo nuovi lavori; modifica dall’interno i lavori esistenti. Per questo non basta definire nuovi profili professionali. Occorre ripensare i sistemi contrattuali che danno valore ai ruoli, alle responsabilità, alla autonomia, alla formazione continua, alla capacità di usare e governare le tecnologie.
La domanda di fondo, allora, è politica nel senso più alto del termine. Vogliamo che il lavoro del futuro sia definito dal mercato, tradotto in standard dai tecnici e registrato dalla burocrazia? Oppure vogliamo che sia costruito attraverso un confronto sociale, nel quale innovazione, dignità, produttività e giustizia possano trovare un equilibrio?
La norma UNI sull’intelligenza artificiale può dunque essere letta in due modi. Come un utile passo avanti nella chiarezza dei profili professionali. Oppure come un campanello d’allarme per un sistema di rappresentanza che rischia di farsi sfilare la sua funzione storica. La risposta non può essere il rifiuto della normazione tecnica. Sarebbe miope. Ma ancora più miope sarebbe accettare che la tecnica prenda il posto della rappresentanza. Perché se i mestieri vengono definiti fuori dalla contrattazione, anche il loro valore economico e sociale finirà per essere deciso fuori dalla contrattazione collettiva e dai vincoli di solidarietà sociale che la caratterizzano.
Bollettino ADAPT 11 maggio 2026, n. 18
Professore Ordinario di diritto del lavoro
Università di Modena e Reggio Emilia
*Articolo pubblicato anche su Avvenire il 6 maggio 2026
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