Contratti a termine e lavoro pubblico: l’Europa boccia la Spagna

Interventi ADAPT

| di Lavinia Serrani

La sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea del 14 aprile 2026 mette in discussione il modello spagnolo di gestione della temporaneità nel pubblico impiego, giudicato inadeguato a sanzionare l’abuso dei contratti a termine. Tra vincoli costituzionali e obblighi europei, si apre una fase di incertezza che chiama legislatore e giurisprudenza a ripensare strumenti e categorie tradizionali.

Per lungo tempo, la gestione della temporaneità nel pubblico impiego è stata considerata, in Spagna, una questione eminentemente interna, affidata all’equilibrio tra legislatore nazionale, giurisprudenza e prassi amministrativa. Un equilibrio costruito nel tempo attorno a soluzioni peculiari – come la figura del contratto di lavoro indefinido no fijo o i processi straordinari di stabilizzazione – pensate per conciliare la tutela dei lavoratori con i vincoli costituzionali di accesso alla funzione pubblica. Tuttavia, questo assetto è oggi messo in discussione da un intervento sempre più incisivo del diritto dell’Unione europea.

La sentenza del Tribunal de Justicia de la Unión Europea del 14 aprile 2026, intervenuta sul tema dell’abuso della contrattazione a termine nel settore pubblico, segna in questo senso un passaggio cruciale. Non si tratta soltanto di una pronuncia su una specifica controversia, ma di un vero e proprio richiamo sistemico al modello spagnolo, ritenuto inadeguato a garantire una tutela effettiva e dissuasiva contro l’utilizzo abusivo della temporaneità. Da qui prende avvio una riflessione che travalica il caso concreto e investe il rapporto stesso tra autonomia nazionale e vincoli europei nel diritto del lavoro pubblico.

La sentenza della Corte mette radicalmente in discussione questa architettura. Il giudice europeo afferma con chiarezza che le misure attualmente previste dall’ordinamento spagnolo non sono idonee a soddisfare i requisiti imposti dalla direttiva 1999/70/CE in materia di lavoro a tempo determinato. In particolare, non risultano adeguate a sanzionare in modo effettivo l’abuso e neppure a eliminare le conseguenze derivanti dalla violazione del diritto dell’Unione. Difatti, né la trasformazione del rapporto in indefinido no fijo, né le indennità previste alla cessazione del rapporto, né i processi di stabilizzazione aperti alla generalità dei candidati vengono considerati strumenti sufficientemente dissuasivi.

Il punto centrale della pronuncia è la nozione di stabilità del lavoro, che la CGUE individua come elemento essenziale della tutela del lavoratore. Mantenere il dipendente in una condizione formalmente migliorata ma sostanzialmente precaria – come accade nel caso dell’indefinido no fijo – non risponde, secondo la Corte, agli standard europei. Questo passaggio è particolarmente significativo perché scardina uno dei pilastri della giurisprudenza spagnola e apre la strada a una revisione complessiva delle categorie giuridiche utilizzate fino a oggi.

Il problema, tuttavia, non si esaurisce nella critica agli strumenti esistenti. La sentenza evidenzia una tensione strutturale tra diritto dell’Unione e ordinamento interno. Da un lato, Bruxelles richiede misure effettive, proporzionate e dissuasive per contrastare l’abuso della temporaneità; dall’altro, l’ordinamento costituzionale spagnolo impedisce, in linea di principio, la trasformazione automatica dei rapporti a termine in rapporti a tempo indeterminato senza il superamento di un bando pubblico. Questa tensione rende particolarmente complessa l’individuazione di soluzioni operative, alimentando un clima di incertezza giuridica.

La risposta del Governo spagnolo, che ha definito la sentenza come una mera “chiarificazione”, appare in questo contesto riduttiva. È vero che la CGUE non impone una soluzione specifica né obbliga alla conversione automatica dei contratti, ma è altrettanto vero che dichiara esplicitamente inadeguato il sistema vigente. Il nodo, dunque, non è tanto cosa l’Europa imponga, quanto ciò che esclude: il modello attuale non è più sostenibile alla luce degli standard comunitari.

Le implicazioni di questa presa di posizione sono rilevanti anche sul piano quantitativo. Si stima che in Spagna vi siano ancora tra 500.000 e 800.000 lavoratori pubblici temporanei, molti dei quali hanno prestato servizio per anni, se non decenni, attraverso una successione di contratti a termine. Una parte significativa di questi lavoratori ha già intrapreso azioni legali, e i primi effetti della sentenza europea si stanno manifestando nei tribunali nazionali. Emblematica, in tal senso, è la recente decisione di un giudice del lavoro di Vigo, che ha riconosciuto un risarcimento di oltre 52.000 euro a una lavoratrice del Consejo Superior de Investigaciones Científicas (CSIC), nonostante questa avesse già ottenuto una stabilizzazione. Il giudice ha ritenuto che né il riconoscimento dello status di indefinido no fijo né la successiva assunzione a tempo indeterminato fossero sufficienti a compensare l’abuso subito.

Questa evoluzione giurisprudenziale segnala un cambiamento di paradigma. L’attenzione si sposta dalla mera regolarizzazione del rapporto alla piena riparazione del danno derivante dall’abuso. In questo senso, la funzione dell’indennizzo non può più essere considerata accessoria o residuale, ma deve assumere una dimensione realmente compensativa e dissuasiva. Ciò implica, verosimilmente, un superamento dei sistemi di indennità predeterminate a favore di valutazioni più flessibili e individualizzate.

Parallelamente, la sentenza mette in discussione anche i processi di stabilizzazione avviati negli ultimi anni, in particolare quelli previsti dalla Ley 20/2021, de 28 de diciembre, de medidas urgentes para la reducción de la temporalidad en el empleo público. Il fatto che tali procedure siano aperte a tutti i candidati e non esclusivamente ai lavoratori che hanno subito l’abuso ne riduce, secondo la CGUE, la capacità sanzionatoria. In altre parole, la partecipazione a un concorso non può essere considerata una forma di compensazione adeguata, soprattutto se il lavoratore rischia di non superarlo e di perdere il posto.

Sul piano istituzionale, il ruolo del Tribunal Supremo sarà determinante. Spetterà alla giurisprudenza nazionale tradurre i principi europei in soluzioni concrete, individuando strumenti compatibili con il quadro costituzionale. Non è escluso che ciò conduca alla creazione di nuove figure giuridiche o all’evoluzione di quelle esistenti. Più in generale, la vicenda segnala un progressivo spostamento del baricentro normativo dal livello nazionale a quello europeo. Il pubblico impiego, tradizionalmente considerato un ambito riservato alla sovranità statale, si trova sempre più esposto all’influenza diretta del diritto dell’Unione.

In conclusione, la sentenza del 14 aprile 2026 non offre soluzioni immediate, ma impone una riflessione profonda sul modello di gestione della temporaneità nel settore pubblico. La questione non è più se intervenire, ma come farlo in modo coerente con i vincoli europei e i principi costituzionali. Si tratta di una sfida complessa, che coinvolge il legislatore, i giudici e le parti sociali, e che richiederà scelte coraggiose e innovative. Sullo sfondo, resta una domanda destinata a orientare il dibattito nei prossimi anni: quale spazio resta all’autonomia nazionale in un sistema sempre più integrato a livello europeo?

Bollettino ADAPT 27 aprile 2026, n. 16

Lavinia Serrani

Ricercatrice ADAPT

Responsabile Area Ispanofona

X@LaviniaSerrani