Le priorità per un mercato del lavoro in riduzione

Interventi ADAPT, Mercato del lavoro

| di Francesco Seghezzi

Le previsioni occupazionali disponibili restituiscono con chiarezza un nodo strutturale del mercato del lavoro italiano. La crisi che si profila non è riconducibile a una carenza improvvisa di domanda di lavoro, ma a uno squilibrio demografico che incide direttamente sulla disponibilità di capitale umano. In settori chiave come istruzione, pubblica amministrazione e manifattura, la concentrazione di lavoratori nella fascia 55-64 anni prefigura una fuoriuscita massiva di competenze nel prossimo decennio, che il semplice ricambio generazionale non è in grado di compensare. Il dato complessivo, una riduzione potenziale vicina al 19 per cento degli occupati tra 15 e 64 anni nell’arco di dieci anni, va letto come il segnale di un sistema che rischia di contrarsi non per mancanza di lavoro, ma per mancanza di persone in grado di svolgerlo. Si tratta di una dinamica inedita, infatti il mercato del lavoro italiano non ha storicamente sofferto, dal punto di vista strutturale, una crisi di offerta di lavoro. Il combinato disposto di denatalità, invecchiamento della forza lavoro e difficoltà di ingresso dei giovani produce un effetto a forbice. Da un lato uscite concentrate e prevedibili, dall’altro ingressi ritardati, intermittenti e quantitativamente insufficienti. In questo quadro, continuare a ragionare in termini emergenziali o solo settoriali rischia di essere inefficace. La questione è sistemica e richiede una programmazione almeno di medio periodo, altrimenti il Paese si troverà a gestire scoperture permanenti più che picchi temporanei.

Una prima leva riguarda la sostenibilità del lavoro degli anziani. La permanenza volontaria nella fascia 55-64 anni, e oltre, non può essere affidata esclusivamente a incentivi pensionistici, ma deve poggiare su una riorganizzazione del lavoro che tenga conto di carichi, salute, ergonomia, formazione continua e trasferimento delle competenze. In settori come istruzione e manifattura la perdita non è solo quantitativa ma qualitativa perché il rischio è la dispersione di saperi taciti e professionalità difficilmente sostituibili. Politiche di age management, staffette generazionali e ruoli di mentoring non sono misure accessorie, ma strumenti centrali per mantenere produttività e qualità dei servizi, riducendo al contempo l’uscita anticipata dovuta a fatica, burnout o mansioni non più sostenibili.

Una seconda leva riguarda i giovani, e in particolare il rischio di perdersi per strada di intere coorti. I numeri sui Neet, i ritardi nell’indipendenza economica e la bassa integrazione tra studio e lavoro descrivono un’anomalia persistente. L’ingresso tardivo e fragile nel mercato del lavoro riduce non solo il numero di occupati futuri, ma anche la qualità delle carriere e la capacità di adattamento alle transizioni tecnologiche. Rafforzare l’integrazione tra lavoro e formazione, attraverso strumenti come l’apprendistato duale e migliori forme di orientamento non è una politica per i giovani in senso stretto. È un investimento perché anticipa l’ingresso delle persone nel mercato del lavoro, riduce le transizioni e la dispersione di competenze rafforzando la produttività delle imprese.

Anche la tecnologia è una variabile cruciale che va governata, non subita. In un contesto di riduzione dell’offerta di lavoro, l’errore strategico sarebbe, per esempio, utilizzare l’intelligenza artificiale per sostituire occupazioni dove l’offerta esiste ancora, accentuando l’espulsione di persone dal mercato del lavoro. Al contrario, la co-progettazione dell’innovazione dovrebbe concentrarsi sulla sostituzione di mansioni e lavori per cui l’offerta è già scarsa o destinata a ridursi, sostenendo la produttività senza erodere ulteriormente la base occupazionale. Questo richiede politiche industriali e del lavoro integrate, ma anche scelte organizzative dentro imprese e pubblica amministrazione. Serve mappare i profili a rischio scopertura, progettare l’adozione dell’AI come complemento, investire in reskilling mirato e costruire percorsi che facilitino l’incontro tra nuove competenze e posti realmente vacanti.

In ultimo occorre ragionare su nuove politiche migratorie che abbiano al centro veri strumenti di integrazione, perché non possiamo accontentarci di sostenere i numeri del mercato del lavoro, ma la sua qualità. A perderci non sarebbero solo i lavoratori stranieri ma, alla lunga, tutti.

Bollettino ADAPT 2 febbraio 2026, n. 4

Francesco Seghezzi
Presidente ADAPT
Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è X-square-white-2-2.png@francescoseghezz

*Articolo pubblicato anche su Il Sole 24 Ore l’1 febbraio 2026